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Il metodo Airbnb contro l’occupazione della Cisgiordania

L’insediamento israeliano di Kiryat Arba a Hebron, in Cisgiordania, l’11 settembre 2018. (Mussa Qawasma, Reuters/Contrasto)

Questa settimana un’azienda turistica ha realizzato da sola più di quanto tutta la sinistra sionista abbia mai fatto per porre fine all’occupazione. Airbnb (che ha deciso di togliere dalla sua piattaforma gli annunci delle case in affitto nei territori occupati da Israele in Cisgiordania) minaccia di essere un duro colpo ai mezzi di sostentamento illegali di duecento famiglie di coloni. Se ci fossero altre duecento aziende come Airbnb, il progetto di colonizzazione comincerebbe a pagare un duro prezzo economico e i suoi responsabili comincerebbero a chiedersi, insieme ad altri israeliani, se ne valga davvero la pena.

Non potrebbe esserci una migliore notizia di questa. Bisogna ringraziare ed elogiare questa rete internazionale di accoglienza turistica, che dopo aver inventato un’attività di successo, ha avuto il coraggio di partecipare a un’iniziativa politica giusta. Airbnb ha spiegato che non ha bisogno di trarre profitto da terre dalle quali sono state cacciate persone. Può esistere un’affermazione più giusta?

Ma non si è limitata a questo. Ha anche rivelato al mondo, involontariamente, la più grande delle bugie, la demagogia e i doppi standard dei coloni e dei loro sostenitori al governo. Quando questi gridano all’“olocausto” a proposito di alcuni bed and breakfast, significa che sono chiaramente a corto di argomentazioni.

Le parole “antisemitismo”, “discriminazione” o “persecuzione” stavolta vengono evocate per un pugno di dollari che finivano nelle tasche di una manciata di sfruttatori di terre sottratte a fini turistici, che commerciavano in beni rubati. È questo il senso del progetto di sottrazione della terra: comincia con una promessa divina e finisce con un bed and breakfast.

Vista sui posti di blocco e un bicchiere di vino in un insediamento illegale: può esistere un progetto più inaccettabile?

Jacuzzi nelle terre occupate, vacanze a pochi passi da un campo profughi, rilassatevi mentre assaporate la vista sui posti di blocco e versatevi un bicchiere di vino in un insediamento illegale, mentre il sole cala sullo sfondo pastorale dei rapimenti notturni dell’esercito israeliano: può esistere un progetto più inaccettabile?

Questo il tenore delle lamentele: “Due anni fa mia moglie Kalila e io abbiamo aperto il nostro bed and breakfast, chiamato Ruth’s House a Sde Boaz, vicino a Betlemme”, ha dichiarato al quotidiano Israel Hayom in quella che potrebbe essere letta come una divertente parodia. “È un bed and breakfast che abbiamo costruito con le nostre mani e pensato solo per le coppie, senza bambini. Negli ultimi due anni sono venute persone da tutto il mondo, per dimenticare la follia della vita quotidiana e per rilassarsi. Il bed and breakfast è un posto di dialogo, di conversazione tra le persone e di legami tra esseri umani, all’insegna di uno spirito positivo e non distruttivo, ed è questo che il boicottaggio sta cercando di distruggere”, ha dichiarato.

Tratteniamo a stento le lacrime, abbiamo il cuore spezzato. Dimentichiamo la follia quotidiana della città di Betlemme che, giusto di fronte, è tenuta in ostaggio. Basta svegliarsi all’alba e dirigersi al posto di blocco 300, per osservare i lavoratori a giornata ammassati come bestiame: altro che legami tra le persone.

I Kelman ricordano a quanti aderiscono al boicottaggio – ingrati! – che indossano pacemaker prodotti in Israele, che ci sono palestinesi che fanno i loro acquisti negli insediamenti ebraici di Etzion Bloc in Cisgiordania, e che i boicottaggi per motivi politici non sono ammessi. Ovunque una propaganda menzognera esorta al boicottaggio dell’Iran e di Hamas, ma per i territori occupati questo non vale.

Con una spettacolare dimostrazione di ottusità, i capi del consiglio delle colonie di Yesha hanno invitato a boicottare Airbnb. I Kelman, che vivono nell’entità di apartheid al di là del muro, sostengono che il boicottaggio sia razzista. Chiudere a chiave il campo profughi di Aida di fronte a loro è invece un atto di umanità. E invece, boicottare quelli che sono la causa del campo profughi di Aida ridotto una gabbia è razzismo.

Il generale della guerra contro il boicottaggio, il ministro per gli affari strategici Gilad Erdan, ha affermato che si tratta di una “decisione politica”, e il capo del consiglio locale di Beit El ci ha ricordato che “una volta ancora, gli ebrei sono vittime di discriminazione”. Un insediamento che causa terribili sofferenze ai loro vicini a Jalazone, uno dei campi profughi più poveri della Cisgiordania, si permette di parlare di discriminazione. Non ci sono limiti, non ci sono confini: quando si parla d’insediamenti illegali non ci sono mai confini.

La decisione di Airbnb dimostra che qualsiasi attacco non violento contro i coloni è motivo di speranza, perché questo è apparentemente l’unico modo di porre fine all’occupazione. Ma questa sensazione ha il fiato corto, perché le macchine della propaganda sono certe di riuscire a sventare questa decisione tramite vari mezzi, compresa la minaccia di nuovi boicottaggi.

Speriamo che Airbnb non faccia marcia indietro, perché potrebbe mostrare la strada da seguire ad altre aziende. Grazie a Airbnb siamo entrati in un nuovo terreno di scontro: siti di villeggiatura privati, completamente privi di legittimità, diventano il nuovo vessillo del progetto di colonizzazione. Grazie Airbnb, non solo per il coraggio per il quale dovrà pagare un prezzo, ma anche per aver spostato il conflitto da una lotta per il diritto alla terra a uno per il diritto a un bed and breakfast.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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Questo articolo è uscito sul quotidiano israeliano Haaretz.

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