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La rabbia che scuote l’Iran ha radici profonde

Una protesta a Teheran, in Iran, il 30 dicembre 2017. (Getty Images/Afp)

“Le persone che hanno causato quello che sta accadendo pensano di poter danneggiare il governo”, ha dichiarato il vicepresidente iraniano Eshaq Jahangiri. “Ma quando le proteste si riversano in piazza, le persone che le hanno scatenate non sono sempre in grado di controllarle”. La domanda è: a quali persone si riferiva Jahangiri, e a quale governo?

In Iran i falchi sostengono (come fanno sempre in questi casi) che le manifestazioni cominciate il 28 dicembre 2017, e che da allora si sono ripetute ogni giorno, sono opera di controrivoluzionari e di agenti dei servizi segreti. Il corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha avvertito i manifestanti antigovernativi che dovranno vedersela con il “pugno di ferro” della nazione se i disordini dovessero continuare.

Ma la realtà è che in Iran esistono due governi. Uno è quello eletto del presidente Hassan Rohani, un riformista che ha ottenuto un secondo mandato alle elezioni dello scorso giugno. L’altro è composto da religiosi ed estremisti islamici (come la Guardia rivoluzionaria) che servono la “guida suprema”, l’ayatollah Ali Khamenei. Ed è proprio l’ayatollah ad avere l’ultima parola nelle questioni sia teologiche sia politiche.

Il video del Guardian


C’è sempre una grande tensione tra i due schieramenti quando gli iraniani eleggono un governo riformista, ed Eshaq Jahangiri ha sempre sostenuto la causa del riformismo e della moderazione. Quel che voleva in realtà dire, nel suo messaggio criptico, era il sospetto che le proteste fossero state scatenate dai falchi per danneggiare il governo di Rohani, salvo poi sfuggirgli di mano.

Gli iraniani hanno sicuramente molte cose per cui protestare. Più di tre milioni di persone sono senza lavoro e la disoccupazione giovanile è circa al quaranta per cento. Il prezzo di alcuni generi alimentari, come pollo e uova, è cresciuto quasi del cinquanta per cento.

La colpa non è di Rohani. Il problema principale è che, nonostante l’accordo del 2015 che poneva fine alla maggior parte delle sanzioni internazionali contro l’Iran in cambio di rigidi controlli sulle ricerche e la tecnologia nucleari del paese, le sanzioni finanziarie statunitensi rimangono in vigore. Questo ha fatto sì che la maggior parte delle banche rimanga diffidente quando si tratta di gestire denaro proveniente dall’Iran o di concedere prestiti alle sue aziende, e quindi i benefici economici promessi dall’accordo non si sono mai concretizzati.

È naturale che le persone se la prendano con il governo quando l’economia non migliora, e quindi è plausibile che i falchi abbiano sfruttato questa rabbia per gettare discredito sui riformisti. Ma la rabbia aveva radici profonde e si è trasformata in una protesta contro l’intero regime islamico.

Una prova del fatto che le accuse velate di Jihangiri possano essere fondate è il comportamento dei mezzi d’informazione di stato, quasi tutti controllati dai falchi. Giornali, radio e tv non avevano praticamente parlato delle manifestazioni del 2009, che pure erano state molto più grandi, ma hanno fatto delle attuali proteste la principale notizia del momento. Poi, quando le richieste dei manifestanti si sono fatte più radicali, i mezzi d’informazione controllati dallo stato hanno smesso di parlarne.

In ogni caso Rohani non è più il principale bersaglio delle manifestazioni, e queste non riguardano più solo il caro vita e i posti di lavoro. Sono proteste contro l’intero sistema di potere, e gli slogan hanno carattere esplicitamente politico. In passato, le manifestazioni di protesta erano state represse con la forza: nel 1999, nel 2003, nel 2006 e in maniera più spettacolare nel 2009. Ma quello che sta succedendo oggi è differente rispetto agli anni precedenti per tre motivi.

Tre differenze
La prima è che il governo parallelo e non eletto dei mullah, guidato dall’ayatollah Ali Khamenei, non è più intoccabile e immune da critiche. La popolazione ha scandito slogan come “morte al dittatore” e persino “morte a Khamenei”, un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica islamica. È stato persino invocato il ritorno dello scià, rovesciato durante la rivoluzione islamica del 1979 (o meglio di suo figlio, visto che lo scià è morto molto tempo fa).

La seconda è che per la prima volta le manifestazioni non sono cominciate a Teheran, la capitale del paese, ma in altre città. Le prime proteste hanno avuto luogo nella seconda città dell’Iran, Mashad, considerata tradizionalmente conservatrice. Le proteste hanno raggiunto Teheran sabato, e poi si sono estese anche a una decina di città più piccole.

La terza infine (che potrebbe spiegare la seconda) è che la maggioranza dei manifestanti stavolta non è composta da studenti o professionisti della classe media, ma da persone che appartengono alle classi più povere, che hanno poco da perdere. Questo potrebbe anche spiegare perché i manifestanti siano meno disciplinati e più disponibili a rispondere alla violenza con altra violenza.

Niente di tutto questo significa necessariamente che il regime iraniano sia sull’orlo del collasso. Ha già oscurato i social media che i manifestanti usano per organizzarsi ed è noto per il modo in cui ricorrere alla forza contro i suoi cittadini. Molti dirigenti dell’opposizione sono in carcere o in esilio e, a quanto si può osservare, non sembra esserci alcun coordinamento tra le varie manifestazioni.

Tutte le altre ondate di protesta hanno fallito in passato, ed è probabile che falliranno anche queste. Ma quando eventi come questo hanno inizio, specialmente in Medio Oriente, quasi tutto è possibile.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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