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La ricostruzione di Raqqa e delle zone tolte ai jihadisti non sarà facile

Kirkuk, Iraq, 17 ottobre 2017. (Ahmad Al-Rubaye, Afp)

Dopo Mosul, Raqqa. In poche settimane il gruppo Stato islamico (Is) ha perso le sue due roccaforti in Iraq e in Siria. Tuttavia la situazione in Medio Oriente continua a essere inquietante: la ricostruzione è cominciata male in entrambi i paesi e più in generale in tutta la regione. I conflitti, le vittime, il grande numero di profughi, il settarismo e l’autoritarismo non sono affatto scomparsi.

Da questo punto di vista quello che è successo a Kirkuk, grande città e regione ricca di petrolio rivendicata dai curdi e dal governo centrale iracheno, è rivelatore.

Nel 2014 l’esercito iracheno era crollato quasi senza combattere a Mosul, nel nord dell’Iraq, di fronte all’offensiva del nuovo autoproclamato Stato islamico. Le forze irachene avevano lasciato sul posto gran parte del loro materiale militare appena ricevuto dagli Stati Uniti e centinaia di milioni di dollari nelle casseforti della banca centrale.

Subito dopo quella sconfitta sono stati i peshmerga, i coraggiosi combattenti curdi, ad assicurare le retrovie per accogliere i profughi e garantire le strutture di base di uno stato sull’orlo della dissoluzione. E ne hanno approfittato per prendere Kirkuk, una metropoli di più di un milione di abitanti, per lo più curdi, ma che fino a quel momento apparteneva alla regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Con la conquista di questa citta, i curdi realizzavano al tempo stesso un vecchio sogno territoriale – Kirkuk è soprannominata la “Gerusalemme curda” – e si assicuravano l’accesso a importanti risorse petrolifere in grado di dare alla regione autonoma la possibilità di finanziarsi e di consolidarsi.

In questo modo il governo della regione curda sapeva di gettare le basi di futuri conflitti con il governo centrale, una volta respinta la minaccia principale dell’Is. Ed è quello che succede oggi, appena due mesi dopo la ripresa di Mosul da parte delle forze antijihadiste.

Come Mosul, che era caduta come un frutto maturo nelle mani dei jihadisti nel 2014, questa volta è Kirkuk a essere stata ripresa il 16 ottobre quasi senza combattere. In poche ore l’esercito federale iracheno e le milizie sciite che l’accompagnavano hanno fatto sventolare la bandiera irachena sulla città tra gli applausi dei suoi abitanti non curdi, turkmeni e arabi, riprendendo il controllo dei campi petroliferi rimasti tre anni in possesso dei curdi.

Cosa è successo? I curdi hanno subìto a Kirkuk una sconfitta inattesa, con gravi conseguenze per loro in un ambiente ostile. Una sconfitta dovuta a un errore di valutazione sui rapporti di forza, ma anche e soprattutto a causa delle divisioni storiche tra due grandi famiglie, i Barzani al potere a Erbil, e i Talabani il cui decano, Jalal, ex presidente federale dell’Iraq, è morto di recente.

Per il referendum sull’indipendenza curda non era il momento migliore, e si è scontrato con un’ostilità generale

Il governo di Erbil, la capitale della regione autonoma curda, diretto dal leggendario e dinastico Masud Barzani, pensava che ci fossero le condizioni per realizzare il sogno ancestrale dei curdi: diventare indipendenti come il trattato di Sèvres gli aveva promesso nel 1920. Cosa che gli avrebbe permesso di legittimare il suo potere che non aveva più una vera base legale.

Così solo tre settimane fa Barzani ha organizzato un referendum sull’indipendenza la cui risposta positiva era già nota in anticipo. I curdi, popolo diviso fra quattro stati (Iraq, Siria, Turchia e Iran), figurano fra le vittime del ventesimo secolo e non hanno mai potuto esercitare stabilmente il loro diritto all’autodeterminazione.

Tuttavia questo non era certo il momento migliore, e il referendum si è scontrato con l’ostilità di tutti: il governo di Baghdad, i vicini influenti come la Turchia e l’Iran che non vogliono uno stato curdo alle loro porte, gli occidentali che nonostante la loro simpatia per la causa curda e l’ammirazione per i loro combattenti, non vogliono destabilizzare l’Iraq, la Cina che teme che un’iniziativa del genere possa rappresentare un esempio per i tibetani e gli uiguri. Anche Emmanuel Macron, presidente di una Francia tradizionalmente “curdofila”, ha cercato di scoraggiare Erbil.

Porte aperte a Kirkuk
Ma Masud Barzani non ha voluto ascoltare i consigli di chi gli diceva di aspettare, ritenendo che i curdi avessero aspettato già troppo tempo. E oggi paga a caro prezzo il suo rifiuto di valutare il rapporto di forza, internazionale e interno alle comunità curde, con la defezione dell’Unione patriottica del Kurdistan (Upk) diretta da Bafel Talabani, il figlio dell’ex presidente morto. Di fatto è stato l’Upk ad aprire le porte di Kirkuk alle forze di Baghdad.

Non solo il sogno di indipendenza curda sembra allontanarsi o qualora si dovesse realizzare lo sarà in un contesto di crisi politica, economica e regionale, ma adesso il Kurdistan è minacciato da una ripresa di quella “guerra civile” Pdk-Upk che era scoppiata negli anni novanta.

La disastrosa gestione di questa crisi da parte di tutti coloro che sono coinvolti costituisce un segnale di cattivo augurio per la ricostruzione successiva alla cacciata dell’Is. A quanto pare né l’Iraq né la Siria usciranno da questi anni neri con una vera speranza di stabilità e di soluzione politica a lungo termine.

In Iraq infatti il ruolo delle milizie sciite nei combattimenti di Mosul o nella ripresa di Kirkuk, così come l’influenza crescente dell’Iran, non rassicurano di certo le minoranze e in particolare i sunniti la cui emarginazione aveva permesso lo sviluppo dell’Is sulle rovine del regime di Saddam Hussein.

Un “inverno” ancora lungo
In Siria invece il rapporto di forza di nuovo favorevole a Bashar al Assad, il responsabile della discesa all’inferno di questo paese-martire, non lascia presagire nulla di buono in quanto le ferite aperte dall’inizio della rivolta democratica nel 2011 non si sono rimarginate e le fazioni confessionali armate non scompariranno dall’oggi al domani.

Ma la situazione è ancora più inquietante a causa del comportamento degli altri attori internazionali: gli Stati Uniti e l’amministrazione Trump, che fanno fatica ad adottare una politica coerente nella regione, come illustra il fatto che tutti i protagonisti della crisi di Kirkuk disponevano di armi americane; la Russia di Putin che, efficace durante la guerra, non è in grado di proporre altra soluzione che il ritorno degli “uomini forti”; l’influenza iraniana, che genera l’ostilità “pavloviana” di uno “schieramento sunnita” sulla difensiva.

Mettersi d’accordo contro l’Is era – relativamente – semplice, adesso la situazione si fa più complessa.

L‘“inverno” mediorientale rischia quindi di essere ancora lungo, visto che nessuno dei protagonisti, locali e internazionali, di questa zona di conflitto è in grado di formulare o di imporre una soluzione. Qualcosa che rischia seriamente di minacciare un futuro che sembrava promettente dopo la ripresa di Mosul e di Raqqa dalle mani del gruppo responsabile di tante atrocità in Medio Oriente e nel cuore stesso dell’Europa.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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