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Il coronavirus in Cina è un test di credibilità politica per Pechino

Alla stazione di Pechino, il 21 gennaio 2020. (Kevin Frayer, Getty Images)

Quando la Cina prende un raffreddore, il mondo intero ha paura di ammalarsi. Per ragioni evidenti, un nuovo virus apparso nel paese più popoloso al mondo – circa 1,4 miliardi di abitanti – rappresenta un rischio concreto per l’intero pianeta. Ma non è solo una questione di numeri. Il problema è anche politico.

Mi spiego: per combattere la diffusione di un’epidemia, soprattutto con un virus finora sconosciuto e trasmissibile fra esseri umani, le informazioni sono un’arma fondamentale. Qualsiasi dato nascosto o trasmesso in ritardo può avere conseguenze catastrofiche.

La Cina vanta un precedente poco incoraggiante: l’epidemia di Sars (sindrome acuta respiratoria grave, della famiglia dei coronavirus) è nata in Cina nel 2003 e si è diffusa in una trentina di paesi, provocando in totale 800 vittime. In quel caso alla crisi sanitaria si era sovrapposta una crisi di fiducia.

La quarantena del 2003
All’epoca vivevo a Pechino, e ricordo che le autorità avevano minimizzato la portata dell’epidemia, soprattutto quando era arrivata nella capitale. Alcune testimonianze raccontavano di pazienti contagiati negli ospedali militari, ma le fonti ufficiali tacevano, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva convocato una conferenza stampa a Pechino per dichiarare di non credere più alle cifre diffuse dal governo.

Quell’accusa rivolta alle autorità aveva scatenato una crisi. Il ministro della sanità e il sindaco di Pechino erano stati destituiti, e il governo aveva messo in quarantena la capitale. Immaginate una città di milioni di abitanti bloccata per tre settimane, senza la possibilità di spostarsi da un quartiere all’altro. La misura era stata efficace e l’epidemia, alla fine, era stata superata.

Il rischio è che i responsabili locali del Partito comunista cerchino di nascondere casi di contagio

Ora che una nuova allerta sanitaria è dichiarata in Cina, il ricordo della Sars affiora immediatamente, soprattutto al quartier generale dell’Oms. La questione, a questo punto, è semplice: le autorità cinesi hanno imparato la lezione della Sars e seguiranno la strada dell’informazione e della trasparenza, soprattutto in un momento segnato da massicci movimenti di persone a causa del capodanno cinese?

Nella nuova allerta le autorità cinesi sembrano disposte a collaborare con l’Oms, che il 22 gennaio si riunirà d’urgenza. Ma resta il fatto che le cifre riconosciute ufficialmente – poche centinaia di casi in venti città – sono molto inferiori a quelle che circolano ufficiosamente e parlano di oltre 1.200 casi.

Il numero uno cinese Xi Jinping è consapevole del fatto che è in gioco la credibilità del suo paese. Il 20 gennaio Xi ha lanciato un severo avvertimento a tutti i funzionari cinesi di qualsiasi livello, invitandoli a non nascondere informazioni sul virus. Il rischio, in Cina, è che i responsabili locali del Partito comunista cerchino di nascondere casi di contagio per paura degli effetti sulla loro carriera o sull’economia locale.

Dai tempi della Sars la Cina è diventata una potenza economica e politica di prima grandezza, che come tale vuole essere riconosciuta. Ma questo status prevede responsabilità che il sistema politico cinese non sembra sempre pronto ad accettare. Il coronavirus, in questo senso, sarà un test importante.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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