×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Debito e proteste mettono il Libano con le spalle al muro

Una protesta antigovernativa a Beirut, in Libano, l’11 febbraio 2020. (Hasan Shaaban, Bloomberg via Getty Images)

Lunedì il Libano vivrà una nuova tappa della pesante crisi economica in cui è sprofondato: per la prima volta nella sua storia, infatti, si dichiarerà insolvente, incapace di onorare il pagamento di 1,2 miliardi di dollari di debito. La scena si ripeterà nei prossimi giorni, quando il default riguarderà anche titoli emessi in lire libanesi.

La decisione, annunciata dal nuovo primo ministro Hassan Diab, era attesa. Da mesi, infatti, le banche libanesi hanno limitato i prelievi di denaro a 200 euro a settimana, e il tasso reale della lira rispetto al dollaro si è ridotto del 50 per cento. Le casse statali sono praticamente vuote, e il governo vorrebbe provare a rinegoziare il debito globale, che ammonta a 90 miliardi di dollari, ovvero il 170 per cento del Pil, un record mondiale.

La situazione, che ricorda quella vissuta in passato dalla Grecia e attualmente dall’Argentina, sarebbe già difficile senza la crisi politica che da mesi sconvolge il paese. Un grande movimento di protesta animato dai giovani ha già fatto cadere il governo di Saad Hariri e continua a sfidare il suo successore, nominato dopo mesi di trattative tra le fazioni rivali.

Riforme incompiute
Per comprendere l’origine della crisi basta ascoltare le rivendicazioni dei giovani manifestanti provenienti da tutte le comunità, che mettono in discussione il sistema di ripartizione della torta tra i partiti. Questo ingranaggio ha permesso al paese di lasciarsi alle spalle la guerra civile del 1990, ma ha anche arricchito le clientele a discapito dello stato e della popolazione.

Il simbolo di questo sperpero è la società elettrica nazionale, incapace di fornire la corrente in modo continuo, favorendo in questo modo “le mafie dei generatori” che soddisfano la necessità della popolazione durante le interruzioni. A causa del clientelismo e della corruzione, un terzo dell’elettricità prodotta non genera introiti.

I creditori del Libano attendono ancora le riforme promesse dai vari governi, che però non si sono mai dimostrati capaciti di portarle a termine.

È possibile che le cose cambino proprio adesso? La vera differenza è che il Libano si trova doppiamente con le spalle al muro. La rinegoziazione del debito non sarà possibile senza garanzie, e il malcontento della popolazione esercita una grande pressione sulla classe politica.

In tutto questo il contesto regionale complica ulteriormente le cose. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filoiraniana che ha opposto il proprio veto a qualsiasi proposta di ricorso al Fondo monetario internazionale a causa dell’influenza degli Stati Uniti all’interno dell’istituzione.

L’ombra dell’Iran aleggia sul Libano. I primi casi di coronavirus nel paese sono legati ad alcuni pellegrini sciiti della pianura di Bekaa. I fedeli, di ritorno dalla città iraniana di Qom, hanno mantenuto il silenzio sulle loro condizioni per non nuocere alla reputazione di Teheran.

In Libano le diverse tensioni stanno arrivando al punto di rottura contemporaneamente. E così l’equilibrismo perenne di questo paese rischia di non essere più sostenibile. È il momento della verità, dal punto di vista economico ma anche politico.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

pubblicità