I funerali di Alaa Abou Fakher a Choueifat, in Libano, il 14 novembre 2019. (Andres Martinez Casares , Reuters/Contrasto)

Il presidente libanese riaccende le  rivolte

I funerali di Alaa Abou Fakher a Choueifat, in Libano, il 14 novembre 2019. (Andres Martinez Casares , Reuters/Contrasto)
15 novembre 2019 13:28

Se c’era bisogno di una prova della totale sconnessione tra l’élite politica e la popolazione del Libano, è stata prontamente fornita dal generale Michel Aoun, presidente del paese.

In un’intervista televisiva trasmessa in settimana, Aoun ha pronunciato una frase beffarda parlando dei manifestanti che da mesi invadono le piazze e le strade del Libano. “Se pensano che all’interno dello stato non ci siano persone integre con cui dialogare, che emigrino pure”.

La risposta non si è fatta attendere. La popolazione è tornata in strada per rispondere al presidente ribaltando il suo concetto: se non è soddisfatto del suo popolo, è lui che può tranquillamente andarsene. Aoun, a quanto pare, aveva voglia di gettare benzina sul fuoco della rivolta.

Un sistema sclerotico
Questo duro confronto tra il vertice e la base evidenzia il fossato culturale e generazionale che separa i manifestanti e la classe politica, la stessa che dalla fine della guerra civile, ormai trent’anni fa, non ha mai smesso di spartirsi il potere e le relative prebende. Dopo aver incarnato le aspirazioni indipendentiste dei libanesi, il vecchio generale è ormai diventato il simbolo di un sistema sclerotico arrivato al capolinea.

Le dimissioni del primo ministro Saad Hariri, quindici giorni fa, hanno prodotto grandi manovre politiche che non si sono ancora concluse. Attualmente esistono due fazioni, una che vorrebbe un governo tecnico e dunque indipendente e l’altra che preferirebbe un esecutivo di “tecno-politici”, ovvero che mantenga una presenza dei partiti decisi a non mollare la presa.

Il generale Aoun e Hezbollah temono di perdere il controllo di un sistema di cui gestiscono i principali ingranaggi

Potrebbe sembrare una quesitone puramente semantica, e invece è il problema che prolunga la crisi mentre il paese è sull’orlo della bancarotta finanziaria. Il fatto che il Libano si trovi al centro della polveriera mediorientale sicuramente non aiuta.

Un governo di tecnici, senza alcuna posizione partitica o religiosa, ha chiaramente maggiori possibilità di essere accettato dai manifestanti che criticano il sistema attuale per l’inefficienza, la logica settaria che paralizza ogni decisione e la corruzione che genera. Ma le forze contrarie non sono trascurabili.

La principale opposizione, infatti, arriva dall’alleanza tra il generale Aoun (sostenuto storicamente da una parte dei cristiani) e Hezbollah, il movimento politico-militare sciita. Il presidente e Hezbollah temono di perdere il controllo di un sistema di cui gestiscono i principali ingranaggi.

Non lontano incombe l’Iran, che vorrebbe mantenere la sua influenza in Libano, dove è molto presente attraverso Hezbollah (ma anche in Iraq, dove la popolazione ne attacca apertamente i simboli). Le autorità di Teheran hanno messo in guardia i libanesi contro le ingerenze esterne, un modo per screditare la protesta popolare.

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Questa incertezza genera tensione malgrado le manifestazioni abbiano mantenuto un carattere festante fin dall’inizio. In settimana l’atmosfera è peggiorata ulteriormente dopo la notizia di una vittima, la seconda in un mese. Si tratta di un militante politico druso, Alaa Abou Fakher, ucciso “accidentalmente” dall’esercito. Ieri l’uomo è stato sepolto in un contesto di grande fervore collettivo. Evidentemente, in Libano, la festa può rapidamente trasformarsi in tragedia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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