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L’Europa dovrebbe avere coraggio e ripartire dai coronabond

Davanti al parlamento europeo di Bruxelles, Belgio, 22 marzo 2020. (Thierry Monasse, Getty Images)

Non serve fare un sondaggio per scoprire che agli occhi dei cittadini europei il vecchio continente non è stato all’altezza dell’emergenza dovuta al coronavirus. Questo non significa dare picconate all’Europa, ma constatare semplicemente che la strategia “ognuno per sé” ha inizialmente prevalso sulla solidarietà, anche se negli ultimi tempi le cose stanno cambiando.

La storia non finisce con la crisi del Covid-19. Anche se gli stati europei sono ancora immersi in questa emergenza sanitaria senza precedenti bisogna comunque pensare al dopo-coronavirus. Perché un dopo ci sarà sicuramente e avrà il gusto amaro della recessione economica e di una ricostruzione simile a quella del dopoguerra.

Sarà uno dei temi trattati il 26 marzo, naturalmente in videoconferenza, dai 27 capi di stato e di governo dell’Unione, che dovranno prepararsi al momento in cui sarà tracciato un bilancio. Se l’Europa mancherà anche questo appuntamento, “ci sarà un risveglio politico doloroso”, ammetteva il 25 marzo un consulente del presidente francese Emmanuel Macron prevedendo una nuova avanzata populista ostile al progetto europeo.

Strumento di debito comune
Come accade con ogni crisi, l’Europa si troverà alle prese con una scelta complicata. Le prime misure di salvaguardia economica sono già state adottate e sono impressionanti, grazie soprattutto al fatto che la Germania ha accettato una cancellazione delle ferree regole di bilancio dell’eurozona e ha sposato la dottrina del “costi quel che costi”, ovvero una spesa illimitata per salvare le economie europee. Ma ancora non basta.

Il 25 marzo nove paesi europei – tra cui Francia, Italia, Spagna, Lussemburgo e Belgio – hanno firmato una lettera indirizzata a Charles Michel, presidente del consiglio europeo, in cui chiedono la creazione di uno “strumento di debito comune”. Dietro questa formula tecnica si nasconde un’idea semplice: non saranno più gli stati a indebitarsi, ma l’Europa nel suo complesso, in modo solidale e attraverso quelli che sono stati subito battezzati “coronabond”. I nove firmatari, in sostanza, propongono di fare precisamente ciò che l’Europa non ha voluto accettare durante la crisi greca.

Questa proposta è dunque tutto fuorché insignificante. Al contrario, costituisce un passo ulteriore verso l’integrazione all’interno dell’eurozona. Sarebbe una dose di “federalismo”, per usare una parola che non viene più pronunciata da nessuno e che per molto tempo ha fatto paura.

Come prevedibile, la Germania e soprattutto i Paesi Bassi sono contrari alla proposta e l’hanno fatto sapere il 24 marzo durante una riunione ministeriale dell’eurozona. Questa vecchia spaccatura torna ad affiorare, ma in questo contesto gli europei non possono più permettersi il lusso di dividersi o perdere tempo come nelle trattative classiche. Sul tavolo c’è un elettroshock indispensabile in una situazione di crisi. L’Europa dovrà attuare in campo economico ciò che non ha saputo fare in campo sanitario: proteggere la popolazione in un momento di grande pericolo.

I leader europei non possono comportarsi come se non sia successo niente, altrimenti si condannerebbero all’insignificanza. La pandemia di coronavirus spinge l’Europa verso una crisi esistenziale. Per il vecchio continente è arrivato il momento di mostrare la sua ragion d’essere.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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