La scommessa persa della democratizzazione in Birmania

Una sostenitrice dell’esercito a Yangon, Birmania, 30 gennaio 2021. (Shwe Paw Mya Tin, Reuters/Contrasto)

Dobbiamo soffermarci sulla sorte di Aung San Suu Kyi, la principale leader civica della Birmania, il cui arresto il 1 febbraio è avvenuto nel quadro di un colpo di stato che ha riportato il paese a un passato doloroso.

Che strano e tragico destino quello di questa donna di 75 anni, figlia (enorme paradosso) del fondatore dell’esercito birmano nel 1941, figura politica dominante e assassinato nel 1947, pochi mesi prima dell’indipendenza del paese. All’epoca Aung San Suu Kyi aveva due anni.

Eppure è in nome di questa figura mitologica che Aung San Suu Kyi ha affrontato la dittatura militare, pagando con anni di prigione o arresti domiciliari. Questa lotta è valsa ad Aung San Suu Kyi il riconoscimento internazionale, con il premio Nobel per la pace assegnatole nel 1991 e l’appellativo di signora di Rangoon, The lady come la indica nel titolo il film del 2011 di Luc Besson dedicato a quella che era considerata come un’icona della libertà.

Il decennio successivo è stato meno clemente. Aung San Suu Kyi ha approfittato della democratizzazione parziale voluta dai militari per assumere il potere, con il consenso dei generali. Da quel momento ha perso la sua reputazione internazionale. Oggi ha perso anche la libertà.

All’estero l’icona è caduta, ma non in patria

Aung San Suu Kyi era ben consapevole dei limiti di una costituzione che riservava un quarto del parlamento ai militari, così come i ministeri legati alla sicurezza. Qualsiasi passo falso poteva risultarle fatale.

Per non rischiare di opporsi all’esercito o magari per non combattere uno sciovinismo buddista molto diffuso, Aung San Suu Kyi non solo ha chiuso gli occhi, ma ha addirittura sostenuto davanti al tribunale dell’Aja l’azione delle forze armate contro la minoranza musulmana dei rohingya, perseguitati e deportati in Bangladesh.

All’estero l’icona è caduta, ma non in patria. A novembre la Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, ha ottenuto l’80 per cento dei voti alle elezioni legislative, stracciando il partito creato dall’esercito. La nuova assemblea avrebbe dovuto riunirsi per la prima volta l’1 febbraio, ma i militari sono intervenuti denunciando brogli, esattamente come fatto da Trump alle elezioni americane.

Il mondo è cambiato
E ora? Aung San Suu Kyi e i i suoi collaboratori sono stati arrestati e l’esercito ha decretato la legge marziale. Ma non è detto che i birmani permettano ai militari di imporre un simile ritorno al passato.

Poi ci sono le reazioni internazionali. Joe Biden, che aveva incontrato Aung San Suu Kyi quando era vicepresidente sotto Barack Obama, è intervenuto energicamente. Come molti altri, anche Biden era rimasto deluso dal comportamento di Aung San Suu Kyi, ma oggi sono in causa i princìpi, non una persona. Washington ha minacciato di imporre nuovamente sanzioni economiche. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunirà d’urgenza il 2 febbraio.

Ma il mondo è cambiato. La Birmania vanta legami politici ed economici molto stretti con la Cina, con cui condivide duemila chilometri di frontiera. Anche se Pechino ha saputo stringere ottimi rapporti con Aung San Suu Kyi è difficile che imponga sanzioni ai militari birmani.

Tutto si deciderà nei prossimi giorni. Se le pressioni saranno insufficienti Aung San Suu Kyi rischia di tornare a essere la signora di Rangoon, prigioniera dei generali a cui ha concesso troppa fiducia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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