01 febbraio 2021 13:15

Quando nel 2011 l’esercito ha messo fine a quasi cinquant’anni di regime militare, aprendo la strada a un governo civile, in molti si erano mostrati scettici sulla sua volontà di cedere davvero il potere. L’esercito aveva inizialmente cercato di escludere dal governo la più importante attivista per la democrazia, Aung San Suu Kyi, consegnando la guida del governo a un partito di fedelissimi dell’esercito. Quando ha finalmente permesso alla Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi di formare un esecutivo dopo la vittoria elettorale nel 2016, ha comunque mantenuto un potere considerevole. Ma non, evidentemente, quanto avrebbe voluto.

All’alba del 1 febbraio l’esercito ha rovesciato il governo eletto, arrestando Suu Kyi. L’esercito ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, consegnando il potere al capo delle forze armate, Min Aung Hlaing. I soldati, schierati nelle strade della capitale, Naypyidaw, e della città principale, Rangoon, hanno creato dei posti di blocco sulle arterie principali. Un decennio dopo aver ceduto volontariamente il controllo del paese, i generali se lo sono ripreso con la forza.

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Non è la prima volta. Nel corso del ventesimo secolo l’esercito, chiamato Tatmadaw, ha tolto il potere a governi democraticamente eletti due volte, reprimendo spietatamente i movimenti filodemocratici. È abituato a comandare. Quando avevano ceduto il potere nel 2011, i militari avevano concepito una peculiare e ibrida “democrazia fondata sulla disciplina”, mentre la costituzione che hanno scritto e fatto approvare proteggeva gran parte dei poteri dell’esercito. Il Tatmadaw ha continuato a essere al di sopra della legge, e i suoi rapporti con l’amministrazione di Suu Kyi sono rimasti fragili, nonostante la leader dell’Nld sia corsa in soccorso dei generali alla Corte di giustizia dell’Aja alla fine del 2019, quando l’esercito era stato chiamato a rispondere dell’accusa di genocidio contro i rohingya, la minoranza musulmana perseguitata nello stato birmano del Rakhine.

Il catalizzatore del colpo di stato sono state le elezioni dello scorso novembre. Il voto era stato visto da molti come un referendum sul governo di Aung Saan Suu Kyi, al potere dal 2016. L’Nld di Suu Kyi aveva ottenuto un travolgente 83 per cento dei seggi in palio, surclassando nettamente il principale partito d’opposizione sostenuto dai generali, che hanno cominciato a parlare di brogli. Nonostante osservatori elettorali indipendenti abbiano dichiarato che gli elettori sono stati “in grado di esprimere liberamente la loro volontà ai seggi e di scegliere i loro rappresentanti eletti”, l’esercito ha continuato a denunciare diffuse irregolarità.

Il 26 gennaio un portavoce dell’esercito non ha escluso la possibilità di un colpo di stato e il giorno dopo il generale Min Aung Hlaing ha dichiarato agli alti gradi dell’esercito che, se la costituzione non è rispettata, va revocata. Il 28 gennaio i negoziati tra governo ed esercito non sono serviti ad allentare le tensioni. Pare che il Tatmadaw abbia chiesto un riconteggio dei voti e un rinvio della sessione parlamentare che avrebbe dovuto aprirsi oggi. Il governo si è rifiutato di farlo e lunedì carri armati e blindati sono apparsi nelle strade delle principali città.

La rabbia dell’esercito
Oltre ad Aung San Suu Kyi, l’esercito ha arrestato altri importanti esponenti dell’Nld, i governatori di varie regioni e alcuni attivisti saliti alla ribalta durante le proteste del 1988, quando Suu Kyi era emersa per la prima volta come leader del movimento democratico. Nelle principali città le reti internet mobili e i servizi telefonici sono stati sospesi. La tv di stato, Mrtv, ha interrotto le trasmissioni, lamentando “problemi tecnici”. Il principale aeroporto internazionale, a Rangoon, è chiuso. Gli abitanti della città hanno formato lunghe code ai bancomat, molti dei quali però non funzionano.

Le motivazioni dell’esercito sono poco chiare. Molti analisti avevano ritenuto improbabile un colpo di stato, dato che la costituzione protegge gli interessi del Tatmadaw. Questa prevede che il capo delle forze armate nomini il ministro della difesa (cioè il suo capo), oltre a quelli degli interni e del controllo delle frontiere. Questo significa che ha il controllo di polizia, servizi d’intelligence e guardie di frontiera, oltre che delle forze armate. Un quarto dei seggi del parlamento è riservato a funzionari militari in servizio. Poiché per modificare la costituzione serve l’approvazione di tre quarti dei deputati, l’esercito ha potere di veto su tutte le modifiche che non gli garbano.

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Può darsi però che il generale Min Aung Hlaing sia preoccupato del suo futuro personale, in un paese dove l’esercito è disprezzato e il governo civile ha cercato (invano) di portarlo sotto il suo controllo. Avrebbe dovuto ritirarsi dalle forze armate quest’anno, e può darsi che coltivasse ambizioni politiche personali, e che tali speranze siano state spazzate via con le elezioni di novembre. “Non aveva un piano”, dice un diplomatico occidentale di stanza a Rangoon, ma “aveva bisogno di un qualcosa che garantisse la sua eredità, la sua libertà e la ricchezza della sua famiglia”. L’analista David Mathieson sospetta che il comandante “non abbia apprezzato il fatto che lo status dell’esercito sia stato sminuito” e voglia ripristinarne l’autorità.

Resta da capire se la popolazione lo seguirà. Suu Kyi è adorata all’interno della Birmania. È nota soprattutto per aver guidato l’opposizione per quasi 15 anni nonostante fosse agli arresti domiciliari, tra 1989 e 2010, periodo in cui ha ricevuto il premio Nobel per la pace. E, a differenza dell’ultima volta in cui l’esercito si è rifiutato di riconoscere il risultato di un’elezione, nel 1990, i birmani oggi hanno alle spalle cinque anni di democrazia, e non vogliono tornare ai tempi oscuri della giunta militare. “Si sono appena spalancate le porte verso un futuro molto diverso”, ha scritto lo storico birmano Thant Myint-U su Twitter. “Ho il brutto presentimento che nessuno saprà davvero controllare quel che verrà”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dall’Economist.