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La Turchia di nuovo in guerra aperta con i curdi

L’esercito statunitense pattuglia la zona intorno ai giacimenti petroliferi di Suwaydiyah nella provincia di Hasakah, nordest della Siria, 13 febbraio 2021. (Delil Souleiman, Afp)

La Turchia è impegnata su più fronti contemporaneamente, ma nessuno infiamma gli animi quanto quello del rapporto conflittuale tra il regime di Ankara e la minoranza curda.

Da due giorni la tensione è altissima, dopo la morte di tredici prigionieri turchi (soprattutto militari e politici) che si trovavano nelle mani del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), l’organizzazione politico-militare indicata come nemico pubblico numero uno da Ankara. Il ministro dell’interno ha addirittura dichiarato che spera di catturare il capo militare del Pkk e “tagliarlo in mille pezzi”.

La vicenda ha assunto le fattezze di una crisi diplomatica, perché la Turchia ha accolto con stizza la reazione di Washington. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha attaccato l’alleato americano: “Sostenete i terroristi curdi”, ha dichiarato.

All’origine della vicenda c’è un’operazione dell’esercito turco contro una base del Pkk nel nord del Kurdistan iracheno, che si sarebbe conclusa con la morte di una cinquantina di combattenti curdi e di tre soldati turchi. In seguito i militari hanno scoperto in una grotta i corpi dei tredici prigionieri.

Secondo Ankara i prigionieri sono stati uccisi dal Pkk con un colpo di pistola in testa. Il Pkk, però, ritiene la Turchia responsabile della loro morte, sostenendo che sia stata causata dall’operazione militare. Non esistono fonti indipendenti per verificare queste affermazioni contraddittorie.

È per questo motivo che Erdoğan è andato su tutte le furie dopo aver letto il comunicato statunitense, che con cinque parole – “se le informazioni saranno confermate” – ha sollevato dubbi sulla versione turca.

Per comprendere i reali motivi di questa collera bisogna tenere presente la complessità dell’ingarbugliamento delle forze sul campo in questa parte del Medio Oriente.

Qualche giorno fa è circolato un video che mostrava una colonna di camion in marcia dal nord dell’Iraq al nord della Siria. Si trattava di veicoli ed equipaggiamenti statunitensi destinati ai combattenti curdi siriani, in prima linea nella battaglia contro il gruppo Stato islamico (Is) per riconquistare i territori controllati dai jihadisti. Questi combattenti, alleati degli statunitensi, secondo i turchi sono solo un’appendice del Pkk.

Casus belli
Erdoğan era riuscito a convincere Donald Trump ad abbandonare i curdi, ma il Pentagono e gli alleati degli Stati Uniti, tra cui la Francia, avevano limitato i danni. L’amministrazione Biden è meno disposta a voltare le spalle ai curdi, soprattutto perché assistiamo a un ritorno dell’Is nella regione e i rapporti con il presidente turco non sono buoni.

La Turchia vuole trasformare la morte dei tredici prigionieri in un casus belli contro il Pkk ma anche contro tutti quelli che mostreranno la minima compiacenza con i curdi. Sul fronte interno, il 15 febbraio Erdoğan ha preso di mira diversi quadri dell’Hdp, un partito curdo presente in parlamento e accusato di essere un’emanazione del Pkk. Il leader dell’Hdp, Selahattin Demirtaş, si trova in carcere dal 2016, nonostante una condanna per comportamento antidemocratico rivolta alla Turchia dalla Corte europea per i diritti umani.

Il presidente turco sembra deciso a mettere la nuova amministrazione statunitense con le spalle al muro, una manovra che potrebbe ritorcerglisi contro.

Un vecchio adagio diplomatico ricorda che si esce dall’ambiguità a proprie spese. Erdoğan potrebbe pentirsi di aver trasformato la crisi curda in un momento della verità tra la Turchia e i suoi alleati della Nato.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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