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Non si può essere complici del regime birmano

Un manifestante a Rangoon, Birmania, 27 marzo 2021. (Ap/LaPresse)

La scena è stata filmata dalla finestra di un appartamento. Nelle immagini si vede un soldato birmano, seduto sulla strada in terra battuta, con le gambe divaricate per bilanciarsi bene. L’uomo ha due armi, un fucile e un kalashnikov. Prende il fucile, mira a lungo, poi spara. Ripone l’arma e imbraccia l’altra. Mira, poi spara più rapidamente. E ricomincia. I manifestanti non si vedono, ma li si sente da lontano. Il soldato spara freddamente contro i civili. La sua non è un’azione di legittima difesa. È lì per uccidere.

Le stesse scene si sono ripetute il 27 marzo in diverse città della Birmania, con il bilancio più grave dall’inizio del colpo di stato militare dello scorso 1 febbraio: 114 morti in un solo giorno.

Il 28 marzo l’esercito ha aperto il fuoco per disperdere la folla che si era radunata ai funerali di una delle vittime. I militari non hanno voluto lasciare che la popolazione piangesse i suoi morti, tra cui alcuni bambini, e soprattutto non volevano che le cerimonie fossero accompagnate da canti rivoluzionari.

Massacro di massa
Questa repressione insensata vive un’escalation costante, ma non riesce a domare la resistenza contro la confisca del potere da parte dei generali. L’opposizione non violenta prosegue, e i manifestanti continuano a sfidare i militari in strada, con molotov e addirittura archi e frecce contro i proiettili dei soldati.

La condanna internazionale si è fatta più severa, ma non è lontanamente capace di influire sul corso degli eventi.

Il 28 marzo, lo stesso giorno del “massacro di massa”, come lo ha definito l’Onu, la Birmania celebrava come ogni anno la giornata delle forze armate. Il capo della giunta militare, il generale Min Aung Hlaing, ha promesso nel suo discorso nuove elezioni e ha ringraziato i rappresentanti stranieri presenti, ovvero quelli di otto paesi tra cui la Russia (rappresentata dal suo viceministro della difesa), la Cina, l’India (che non vuole lasciare campo libero a Pechino) e altri paesi del sudest asiatico. I rappresentanti di otto paesi stranieri hanno assistito a una parata militare mentre l’esercito sparava sulla popolazione.

L’Onu raccomanda un intervento che possa privare la giunta delle risorse finanziarie del petrolio e del gas

Due membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno partecipato alla sfilata di un esercito golpista e autore di un massacro. Davanti a questo fatto è difficile aspettarsi una risposta coerente dalla comunità internazionale. “La Russia è un vero amico”, ha esclamato il generale Min Aung Hlaing. In questo contesto bisogna essere davvero amici per inviare un ministro in Birmania.

Davanti alla prevedibile impasse, Tom Andrews, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Birmania, ha pubblicato nel fine settimana un comunicato di fuoco contro i militari in cui raccomanda un intervento che possa privare la giunta delle risorse finanziarie del petrolio e del gas.

Andrews non è l’unico a proporre questo provvedimento, che avrebbe un impatto immediato di gran lunga superiore a quello delle sanzioni individuali imposte dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Al centro del dibattito c’è l’azienda francese Total, che estrae il petrolio e il gas offshore e copre metà del fabbisogno energetico del paese. Nel 2019 Total ha versato 229 milioni di dollari in tasse e diritti di uso alla Birmania. A febbraio l’azienda si era detta “preoccupata” e aveva espresso la speranza di un’uscita dalla crisi “attraverso il dialogo”.

Ora che il bilancio ha superato le 400 vittime è inaccettabile che Total continui a versare alla giunta i dollari che finanziano la repressione. Se l’azienda francese era davvero “preoccupata” a febbraio, allora oggi dovrebbe agire.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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