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Il Cile ha votato per voltare definitivamente pagina 

Un seggio elettorale a Santiago, Cile, il 16 maggio 2021. (Rodrigo Arangua, Afp)

Vi ricordate che nel 2019 (nel mondo pre-virus) erano emersi movimenti popolari di massa in paesi molto diversi tra loro come Cile, Sudan, Libano o Hong Kong? Alcuni di quei movimenti sono svaniti, come in Libano dove la crisi non ha mai smesso di aggravarsi. Altri sono stati repressi, come a Hong Kong dove il territorio è finito nella morsa autoritaria cinese.

Altri ancora, fuori dal nostro campo visivo saturato dalla pandemia, hanno portato avanti il loro percorso. Il Sudan ha vissuto una transizione dopo anni di dittatura, sancita il 17 maggio a Parigi da una riunione internazionale destinata a garantire un sostegno politico e finanziario.

È anche il caso del Cile, che nonostante sia stato duramente colpito dal covid-19 ha seguito un cammino politico notevole, che permetterà al paese di liberarsi definitivamente dalle catene ereditate dal generale Augusto Pinochet, dittatore deposto nel 1990 e morto 15 anni fa.

Un malessere persistente
Il Cile non smette di stupirci, e le elezioni di un’assemblea costituente che si sono svolte il 15 e il 16 maggio hanno sorpreso perfino i cileni.

L’obiettivo del voto era eleggere i 155 delegati che saranno incaricati di scrivere una nuova costituzione nei prossimi nove mesi. L’astensione è stata alta, è vero, segno di un malessere persistente. Ma gli elettori che sono andati a votare hanno scelto di far saltare il banco.

Il processo costituzionale sarà imprevedibile e garantirà dibattiti accesi

I cileni hanno sconfitto tutte le strategie politiche: innanzitutto quella della destra, che si era compattata dietro il presidente Sebastián Piñera nella speranza di controllare una minoranza qualificata. Per riuscirci bisognava conquistare un terzo dei seggi, ma la coalizione si è fermata prima del 30 per cento e il presidente ha riconosciuto la sconfitta.

Al contempo è vero che le “due sinistre” (moderata e radicale) sono entrate in massa nell’assemblea, ma in molti casi sono stati eletti i candidati indipendenti, con un gesto di sfida nei confronti della classe politica tradizionale. Questo rende il processo costituzionale imprevedibile e garantisce dibattiti accesi.

Segnaliamo di passaggio che l’assemblea aveva promesso una stretta parità di genere, e che di conseguenza alcune donne dovranno dimettersi perché ne sono state elette più del 50 per cento. Senza dubbio è una novità a livello mondiale.

La costituzione ereditata da Pinochet affidava il Cile a un modello neoliberista contestato dalle manifestazioni del 2019. Il movimento popolare reclamava una costituzione che garantisse a tutti i diritti economici e sociali. La sfida, a questo punto, sarà quella di scriverla.

In ogni caso è positivo per la democrazia cilena che dall’atmosfera di scontro del 2019 sia partito un processo sostenuto fino al vertice dello stato da un presidente a lungo attaccato durante le manifestazioni. Nei momenti di forte tensione era tutt’altro che scontato.

Ma il Cile del 2021 non è più quello del dopo Pinochet, che aveva paura di scuotere troppo la struttura ereditata dalla dittatura. Le saracinesche sono aperte, e il simbolo di questo cambiamento è probabilmente la donna che il 16 maggio è stata eletta sindaca della capitale Santiago: Irací Hassler, 30 anni, comunista e femminista.
A prescindere dagli sviluppi di questo processo complicato era importante non fallire la tappa decisiva delle elezioni. La democrazia si reinventa agli antipodi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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