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L’ambiziosa partita diplomatica del principe ereditario saudita

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj arriva a Jedda, in Arabia Saudita, 19 maggio 2023. (Ufficio della presidenza ucraina/Dpa/Ap/LaPresse)

Il quotidiano libanese L’Orient-Le-Jour, non certo vicino al regime saudita, ha definito il principe ereditario Mohamed bin Salman come un uomo “che sta assumendo una dimensione mai raggiunta da un leader arabo dai tempi di Nasser”.

Avete capito bene. Parliamo dello stesso Bin Salman che fino a poco tempo fa era considerato un paria per aver ordinato l’agghiacciante omicidio del giornalista Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita di Istanbul, nel 2018.

Cosa avrà fatto Mbs, come si fa chiamare il principe, per essere paragonato al più grande leader nazionalista arabo del ventesimo secolo, il presidente egiziano Nasser, morto nel 1970? In sostanza ha approfittato dell’onda d’urto della guerra in Ucraina per emanciparsi da qualsiasi tutela e condurre una diplomazia che, bisogna riconoscerlo, è molto ambiziosa.

Nuovi codici internazionali
Da questo punto di vista l’Arabia Saudita è il simbolo delle potenze medie che distruggono tutti i codici delle alleanze internazionali e fanno di testa propria, nel bene e nel male.

Bisogna ricordare che per quasi settant’anni l’Arabia Saudita ha goduto della protezione statunitense. Quell’alleanza, stretta nel 1945 tra Franklin Roosevelt e il re Ibn Saud, sembrava immutabile.

Invece oggi il regno riallaccia i rapporti diplomatici con l’Iran sotto l’egida della Cina, nuovo protagonista nel contesto diplomatico mediorientale. Inoltre Riyad ha reintegrato il dittatore Bashar al Assad all’interno della Lega araba in occasione dell’ultimo vertice e ha forzato la mano degli altri paesi arabi, invitando il presidente ucraino Zelenskyj a prendere la parola durante lo stesso evento. Di contro, il 23 maggio l’Arabia Saudita ha ricevuto la visita del ministro dell’interno russo, un uomo che figura nella lista delle persone colpite dalle sanzioni degli Stati Uniti.

Bin Salman è impegnato a suon di miliardi di dollari in una modernizzazione autoritaria del suo regno

Sempre a Jedda sono in corso le trattative tra le due fazioni militari che si affrontano in Sudan, una mediazione organizzata in stretto accordo con gli Stati Uniti.

Questo attivismo su vari fronti illustra quello che il politologo Bertrand Badie chiama il “poliamore” geopolitico, opposto alla logica esclusiva dei blocchi che dominava in passato.

Le casse del regno wahabita sono piene grazie all’impennata dei prezzi dell’energia dell’anno scorso, e questo concede a Riyad il margine per fare ciò che vuole. Il giovane principe, 37 anni, aveva cominciato il suo semiregno con il piede sbagliato dopo che il padre, il re Salman, gli aveva affidato il potere nel 2015. Mbs si era infatti lanciato in una guerra insensata in Yemen e poi nel blocco (altrettanto scriteriato) imposto al Qatar, perdendosi infine nella disastrosa vicenda Khashoggi.

Oggi invece Bin Salman è impegnato a suon di miliardi di dollari in una modernizzazione autoritaria del suo regno, che ha piazzato al centro del meccanismo diplomatico mediorientale. Il principe sta dalla parte dei russi quando conviene ai suoi interessi petroliferi, ma al contempo si avvicina agli occidentali invitando Zelenskyj e fa affari con i cinesi.

In pieno caos geopolitico, questo approccio è assolutamente audace. Il rischio, chiaramente, è quello di smarrirsi nelle alleanze a geometria variabile e di perdere la bussola.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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