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All’Europa serve una difesa comune

Il presidente francese Emmanuel Macron al forum di Davos, in Svizzera, 17 gennaio 2024. (Denis Balibouse, Reuters/Contrasto)

C’è stato un tempo in cui si andava al forum di Davos, in Svizzera, per parlare della globalizzazione, delle nuove terre di conquista industriale e dell’innovazione. Quest’anno invece, segno dei tempi, si parla soprattutto di rischi geopolitici. Non c’è da stupirsi, se pensiamo che sono in corso guerre in Ucraina e in Medio Oriente, e che le navi commerciali sono prese di mira nel mar Rosso.

Il 17 gennaio il presidente francese Emmanuel Macron è arrivato a Davos per promuovere le meraviglie economiche e tecnologiche della Francia, ma anche per manifestare la propria preoccupazione per lo stato del mondo. Macron ha inoltre espresso il suo sostegno per un’idea che si sta facendo largo lentamente, quella di un finanziamento comune della difesa, possibilmente da parte di tutti i 27 stati dell’Unione europea.

La questione è di grande attualità. Il commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton, le cui prerogative comprendono anche la difesa, ne ha parlato a inizio gennaio in occasione di un incontro con alcuni eurodeputati, proponendo di creare un fondo europeo da cento miliardi di euro da investire nell’industria della difesa del continente e in una serie di infrastrutture comuni, compresa una portaerei.

Due ostacoli

Il progetto di Breton ha ricevuto l’appoggio di un paese importante: la Polonia, che da poco ha cambiato governo eleggendo il liberale Donald Tusk. La Polonia è il paese che investe più di tutti nella difesa: il 4 per cento del prodotto interno lordo, il doppio rispetto alla Francia. Varsavia ha firmato contratti colossali per l’acquisto di armi, a cominciare da un accordo con la Corea del Sud per mille carri armati.

Anche l’Estonia, altro paese dell’ex sfera d’influenza sovietica, è favorevole all’emissione di eurobond per sostenere l’industria della difesa e aiutare l’Ucraina.

Per il momento si tratta solo di un’ipotesi la cui realizzazione dipenderà dal risultato delle elezioni europee di giugno. Ma il fatto stesso che se ne parli è il segno della rivoluzione culturale in corso in Europa dal giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, quasi due anni fa. Da allora l’Europa ha preso coscienza delle proprie debolezze profonde e di quello che le manca a livello industriale.

Gli ostacoli verso la realizzazione del progetto sono di due tipi. Prima di tutto è indispensabile che dopo le elezioni europee emerga una maggioranza politica a favore della difesa comune. In altre parole, serve che il voto non dia all’estrema destra un peso determinante e che i 27 paesi membri accettino un finanziamento condiviso alla difesa, com’è successo per il piano di ripresa in risposta alla pandemia. Anche in quel caso, ricordiamolo, non è stato affatto facile trovare un accordo.

Il 17 gennaio Macron ha precisato che in caso di ostruzionismi la Francia proporrà una cooperazione rafforzata, ovvero un’alleanza tra i governi disposti a procedere senza aspettare che gli altri si convincano.

L’urgenza nasce chiaramente da un elefante nella stanza: il possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca dopo le elezioni del prossimo 5 novembre negli Stati Uniti. L’Europa deve imparare a contare solo su se stessa e per farlo ha bisogno di una difesa comune, un vecchio progetto che non ha mai visto la luce del sole. È arrivato il momento di trasformarlo in realtà. Ora o mai più.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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