A Davos si allentano le tensioni sulla Groenlandia
Il Forum economico mondiale di Davos è stato a lungo il regno della globalizzazione trionfante. Il 21 gennaio, però, è diventato il teatro del colpo di scena permanente di Donald Trump, che adora essere al centro dell’attenzione mondiale e ci è riuscito.
Quali conclusioni possiamo trarre da questo spettacolo presidenziale? La giornata di Trump a Davos, cominciata con un discorso che non passerà certo alla storia, si è conclusa con un annuncio sorprendente. Il presidente degli Stati Uniti ha detto di aver trovato “il quadro di un futuro accordo” sulla Groenlandia, prima di annunciare la cancellazione dei dazi supplementari previsti dal primo febbraio. I produttori francesi di vini e champagne possono tirare un sospiro di sollievo.
Ma di quale accordo si tratta? Trump ha rilasciato la sua dichiarazione dopo un incontro con il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, lo stesso che lo aveva chiamato daddy (paparino), come ha tenuto a ricordare lo stesso Trump. Forse gli statunitensi potrebbero ottenere la proprietà dei terreni che ospitano le loro basi invece di comprare dalla Danimarca l’intera Groenlandia.
La sera del 21 gennaio i danesi hanno ribadito che la vendita dell’isola agli Stati Uniti è inaccettabile, dunque non hanno modificato la loro posizione. Alla fine Trump potrebbe presentare come un successo quello che in realtà è stato un passo indietro o, a essere generosi, un compromesso.
Aveva già allentato la tensione annunciando che avrebbe rinunciato all’uso della forza, dopo aver ventilato questa possibilità per settimane. È stato un passo avanti. Certo non è stato l’invio di soldati europei a fargli cambiare idea. Forse è merito del crollo della borsa statunitense davanti alle tensioni transatlantiche e delle preoccupazioni delle imprese per una politica imprevedibile. Dopo l’annuncio della distensione, del resto, Wall Street si è ripresa.
Al tavolo delle decisioni
In questa giornata sorprendente, il tanto atteso discorso di Trump è stato per la verità piuttosto deprimente. Ha distribuito attacchi agli altri leader, presi in giro e insultati in modo indegno. E ha preso di mira in particolare l’Europa.
Dopo questo show a Davos, tutti i leader europei coinvolti dovrebbero aver capito che è arrivato il momento di velocizzare l’autonomia strategica dell’Europa. L’imprevedibilità, la perdita di fiducia e il disprezzo manifesto degli Stati Uniti non spariranno, nemmeno se si trovasse una soluzione per la Groenlandia.
Il problema è che nessuno ha davvero interesse a forzare una rottura drastica con Washington. L’Europa, infatti, non è ancora pronta ad affrontare il pericolo di una Russia che si rialza. Dunque bisogna andare avanti finché possibile con gli Stati Uniti così come sono, imperialisti e sfacciati, preparando un futuro senza di loro o almeno senza dover dipendere da loro. È un rivolgimento notevole, in un mondo che stava già vivendo una svolta strategica.
Il primo ministro canadese Mark Carney, nel discorso pronunciato a Davos alla vigilia dell’arrivo di Trump, aveva invitato le potenze di media grandezza a trovare un accordo per affrontare la nuova situazione. “Se non siete al tavolo, vuol dire che siete nel menù”, aveva detto Carney riprendendo una massima celebre. Con Trump, ormai è chiaro, l’Europa è nel menù e non al tavolo delle decisioni.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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