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Il sogno curdo di uno stato autonomo svanisce di nuovo

Soldati siriani tra Raqqa e Hasakah, 20 gennaio 2026. (Ali Haj Suleiman, Getty Images)

Osservate una carta geografica: il nordest della Siria, al confine con la Turchia e l’Iraq, è una zona del Medio Oriente tra le più contese degli ultimi vent’anni. È stata nelle mani del gruppo Stato islamico (Is), che aveva stabilito a Raqqa la capitale del suo califfato. Poi è passata sotto il controllo delle forze curde, sostenute dagli occidentali.

Negli ultimi giorni la regione ha vissuto un nuovo stravolgimento, riconquistata in gran parte dall’esercito del nuovo governo di Damasco. Si tratta di una sconfitta storica per i curdi di Siria, gli stessi che meno di dieci anni fa hanno combattuto per strappare Raqqa ai jihadisti.

È una situazione rischiosa, perché nella zona ci sono una ventina di campi di prigionia, controllati dai curdi, dove sono rinchiusi gli appartenenti al gruppo Stato islamico. Tre di quei campi sono passati di mano in un momento caotico che ha permesso a molti detenuti di fuggire. Per evitare il peggio, l’esercito statunitense ha cominciato a trasferire settemila affiliati all’Is in Iraq.

Tra i prigionieri ci sono alcune donne europee sposate con i jihadisti, insieme ai loro figli, in una situazione apparentemente senza via d’uscita: i paesi d’origine accettano raramente di accoglierle, ma in Siria non hanno alcun futuro.

Una capitolazione

Tutto è cominciato il 10 gennaio, quando l’esercito del presidente siriano Ahmed al Sharaa ha riconquistato due quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo, cacciando i combattenti delle Forze democratiche siriane (Fds), dominate dai curdi. Da quel momento l’evoluzione è stata rapida.

La fortezza curda che sembrava inespugnabile è crollata in pochi giorni. Raqqa, la città simbolo, e Deir Ezzor, sulle rive dell’Eufrate, sono cadute in mano all’esercito siriano dopo la defezione in massa dei combattenti arabi delle Fds, che hanno abbandonato i loro alleati curdi.

Il 18 gennaio, una settimana dopo l’inizio dell’offensiva, il capo dei curdi, il generale Mazloum Abdi, è stato costretto a firmare quella che molti definiscono una “capitolazione”, un documento che accetta quello che i curdi non avrebbero mai voluto: l’affiliazione individuale all’esercito nazionale, e non in blocco come avrebbero preferito.

Gli Stati Uniti, a lungo alleati delle Fds, hanno dato il via libera a Damasco senza consultare gli altri componenti della coalizione contro il gruppo Stato islamico, tra cui la Francia. Il 22 gennaio il portavoce del ministero degli esteri francese ha dichiarato che Parigi “non abbandonerà i curdi. Sappiamo bene qual è il nostro debito con loro. Sono i nostri fratelli d’armi”. In seguito la presidenza francese ha diffuso un comunicato affermando che l’integrazione politica e militare dei curdi, sostenuta dalla Francia, “non deve avvenire con la forza”. Sul campo, però, i curdi stanno perdendo tutto.

Per capire cosa sta succedendo basta osservare la reazione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, padrino di Al Sharaa nella sua conquista del potere e nemico giurato dei curdi. Erdoğan ha parlato di offensiva “meticolosa” che ha saputo “cogliere un’occasione storica”.

I curdi controllano ancora i loro feudi di Kobane e di Al Hasaka, ma possono contare solo su ventimila combattenti, contro un esercito di centomila. Da più di un secolo i curdi sognano un loro stato, un sogno che ancora una volta si è rivelato impossibile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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