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I nuovi partner autoritari dell’Europa

Narendra Modi in parlamento a New Delhi, India, 29 gennaio 2026 (Sajjad Hussain, Afp)

Un accordo di libero scambio con l’Unione europea negoziato in tempi da record, acquisti importanti di armamenti francesi (tra cui 114 aerei da combattimento Rafale), una visita del presidente francese Emmanuel Macron per il vertice sull’intelligenza artificiale in programma a Mumbai questa settimana. Evidentemente l’India occupa un posto sempre più centrale nella diplomazia europea e in modo particolare in quella francese.

Dietro questa evoluzione esiste una logica precisa. Con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, l’India ha superato la Cina, diventando il paese più popoloso al mondo, ma è ancora lontana dalla possibilità di rivaleggiare con la macchina produttiva del suo potente vicino. Per questo motivo privilegia una strategia di “multiallineamento”, un concetto molto in voga a New Delhi: il senso è che l’India non si allinea pienamente con nessuno e si riserva la possibilità di fare parte di gruppi anche contraddittori.

In questo approccio troviamo tutti gli ingredienti dell’alleanza tra potenze medie di cui ha parlato il primo ministro canadese Mark Carney, un’idea che alletta tutti i governi che preferirebbero non dover scegliere tra Washington e Pechino. Ma c’è un rovescio della medaglia.

Parlo della deriva politica del primo ministro indiano Narendra Modi, un nazionalista hindu dalle tendenze autoritarie che contrastano con il cliché dell’India come “più grande democrazia del mondo”. Certo, in India si svolgono ancora le elezioni e l’opposizione controlla diversi stati di un paese immenso, ma il partito al potere, il Bharatiya janata party (Bjp), è sempre più intollerante nei confronti della stampa nazionale ed estera, delle minoranze religiose come i musulmani e degli intellettuali dissidenti come la scrittrice Arundhati Roy.

Al potere da più di un decennio nonostante la perdita della maggioranza alle ultime elezioni (che lo ha costretto a stringere alleanze), Modi coltiva l’immagine dell’uomo forte esattamente come succede nei regimi più autoritari del mondo. Inoltre, il primo ministro si avvale del sostegno di un’associazione di estrema destra, la Rashtriya swayamsevak sangh (Rss, Organizzazione nazionale volontari, fondata nel 1925), che ha un’influenza considerevole.

Questa spinta autoritaria preoccupa da anni gli osservatori della scena politica indiana, ma in un mondo in pieno tumulto passa in secondo piano rispetto alle considerazioni geopolitiche.

Da anni ormai l’India si vende come alternativa alla Cina. Qualche tempo fa il padrone della multinazionale indiana Tata ha partecipato a una cena tra uomini d’affari a Parigi, dove ha dichiarato: “Tutto quello che fate in Cina, potete farlo in India. Dunque fatelo con un paese amico!”.

Lo stravolgimento geopolitico mondiale, accelerato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sta forzando una ricomposizione dei rapporti e delle alleanze. India, Brasile e sudest asiatico sono partner preferenziali per un’Europa orfana dell’alleato transatlantico.

In questo contesto emerge la tendenza a sorvolare sul livello di democrazia o sul rispetto dei diritti umani in nome di una priorità geopolitica ed economica evidente. Il rischio, però, è quello di ritrovarsi a stringere patti strategici, con tanto di vendite di armi, dovendo chiudere gli occhi su aspetti preoccupanti della condotta dei propri alleati. È una delle caratteristiche di questi tempi brutali e cinici.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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