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Scene di panico in Libano

Residenti dei quartieri meridionali dopo l’ordine di evacuazione. Beirut, 5 marzo 2026 (Daniel Carde, Getty Images)

Il 5 marzo il Libano è sprofondato nel caos a causa di un ordine di evacuazione di portata inedita diffuso dall’esercito israeliano. Settecentomila persone, ovvero gli abitanti della periferia sud Beirut, feudo di Hezbollah, hanno ricevuto l’ordine di spostarsi verso nord, dopo che qualcosa di simile era già stato detto a quelli della regione a sud del fiume Litani, nel Libano meridionale.

Per far capire meglio il messaggio, il ministro israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich si è fatto filmare alla frontiera nord di Israele, promettendo che i quartieri evacuati di Beirut somiglieranno presto a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, rasa al suolo dall’esercito israeliano.

I bombardamenti in Libano sono ripresi il 1 marzo, dopo un lancio di razzi da parte di Hezbollah verso Israele. Il governo israeliano ha immediatamente annunciato un’operazione via terra che sta già prendendo forma nel sud del Libano. Tel Aviv vuole chiaramente assestare a Hezbollah il colpo di grazia che non era arrivato durante la guerra del 2024, malgrado l’uccisione del capo della milizia sciita Hassan Nasrallah.

Il 5 marzo Emmanuel Macron ha invitato Israele a “non estendere la guerra in Libano”. Il 3 marzo, nel suo intervento in tv, il presidente francese aveva definito l’ipotesi di un attacco terrestre “un’escalation pericolosa e un errore strategico”. Nelle ultime 48 ore Macron ha parlato al telefono con Benjamin Netanyahu e Donald Trump, oltre che con i leader libanesi. Inoltre, la Francia ha inviato a Beirut il generale François Mandon, capo dello stato maggiore dell’esercito.

Ma l’ordine di evacuazione della periferia sud di Beirut dimostra che la posizione israeliana è ferma e che gli sforzi di Parigi hanno poche probabilità di successo.

La Francia fa leva sui provvedimenti adottati dalle autorità libanesi nelle ultime ore: il 5 marzo Beirut ha vietato qualsiasi attività ai Guardiani della rivoluzione, che in Libano collaborano con Hezbollah. La decisione è stata chiaramente presa sotto pressione: il 3 marzo Israele aveva infatti concesso ai Guardiani 24 ore per lasciare il Libano.

La situazione libanese è diversa da quella degli altri fronti di questa guerra regionale. L’accordo per il cessate il fuoco raggiunto nel novembre 2024 prevedeva il disarmo di Hezbollah, ma le autorità libanesi non hanno potuto applicarlo a causa del rifiuto della milizia sciita.

Spinto dagli Stati Uniti e da Israele, il governo libanese alla fine ha preferito la possibilità di un nuovo attacco israeliano al rischio di una guerra civile in un paese ancora traumatizzato dalla precedente. È quello che mi aveva confidato un funzionario libanese a Beirut a ottobre, e ne avevo parlato anche nella nostra rubrica.

Da allora quasi ogni giorno ci sono state operazioni israeliane in Libano, nonostante il cessate il fuoco. Il 1 marzo Hezbollah ha fornito allo stato ebraico un pretesto per riprendere la guerra, lanciando alcuni razzi in risposta all’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei. Molti libanesi hanno accusato Hezbollah di aver “commesso un suicidio” trascinando con sé il Libano, come ha titolato il quotidiano francofono L’Orient-Le Jour.

L’annuncio dell’invasione via terra, con il suo colossale costo in termini di vite umane, segna il fallimento del tentativo libanese di risolvere i propri problemi interni, facendo ripiombare il paese in una nuova crisi che si aggiunge alle ferite ancora aperte delle precedenti. Siamo davanti all’ennesima tragedia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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