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Il Libano fa i conti con una doppia minaccia 

Durante i funerali di alcuni miliziani di Hezbollah uccisi dall’esercito israeliano. Nabatiye, Libano, 21 aprile 2026 (Elif Ozturk, Anadolu/Getty Images)

Quanto meno i termini del confronto sono chiari. Il 27 aprile il capo di Hezbollah Naim Qassem e il presidente della repubblica libanese Joseph Aoun si sono scontrati frontalmente, evidenziando fino a che punto il Libano sia profondamente diviso in un contesto in cui la guerra con Israele non è mai davvero finita.

Il leader di Hezbollah ha definito la decisione del governo di negoziare direttamente con lo stato ebraico come una “concessione gratuita, umiliante e superflua, la cui unica giustificazione è dunque una sottomissione senza contropartite”. Il presidente Aoun ha risposto in modo secco due ore più tardi, dichiarando che “il vero tradimento è quello commesso da chi ha trascinato il proprio paese nella guerra per servire interessi esterni”. Tutti hanno capito che il riferimento era all’Iran, sostenitore di Hezbollah.

Questa spaccatura profonda complica qualsiasi tentativo di risolvere la crisi libanese, i cui ingredienti sono diversi da quella del Golfo con la guerra in Iran. La situazione interna del Libano è cruciale per capire la dinamica in corso, con lo spettro della guerra civile che incombe trent’anni dopo il conflitto interno che ha straziato il paese.

Ma quali sono i motivi dietro queste schermaglie? Il 17 aprile il Libano è stato incluso in extremis nel cessate il fuoco concordato dall’Iran con gli Stati Uniti. Israele avrebbe voluto portare avanti la sua guerra contro Hezbollah nonostante la tregua sul fronte iraniano, ma alla fine Donald Trump ha imposto un’interruzione del conflitto. Il 27 aprile il capo di Hezbollah ha ringraziato l’Iran per la tregua, ma a Parigi rivendicano parte del merito per aver convinto il presidente statunitense a imporre la propria volontà al suo alleato israeliano.

Il problema è che il cessate il fuoco non sembra aver risolto nulla. Nonostante israeliani e libanesi si siano incontrati a Washington sotto l’egida degli Stati Uniti, nel sud del paese i combattimenti proseguono. Siamo molto lontani da qualsiasi accordo, per un semplice motivo: lo stato libanese non ha i mezzi per disarmare Hezbollah, una condizione prevista sia dall’accordo per il cessate il fuoco del 2024 sia dal negoziato attuale.

L’organizzazione sciita si rifiuta di deporre le armi e segue chiaramente la strategia iraniana basata sul tentativo di fare pressione su Israele e sugli Stati Uniti. Questa logica ha spinto Hezbollah a lanciare razzi contro Israele dopo l’annuncio della morte di Ali Khamenei, la guida suprema iraniana, facendo ripiombare il Libano nella guerra a scapito delle altre comunità del paese.

I paesi vicini al Libano, a cominciare dalla Francia, propongono di garantire al governo, e dunque all’esercito nazionale, i mezzi per disarmare Hezbollah. Allo stesso tempo Israele dovrebbe evacuare i territori occupati nel sud, che sta progressivamente trasformando in una zona cuscinetto.

Tuttavia, questo piano si scontra con una doppia intransigenza: da un lato quella di Israele, secondo cui il governo libanese non è in grado di mantenere gli impegni presi; dall’altro quella di Hezbollah, impegnato in una battaglia più grande al fianco dell’Iran.

Davanti a questa doppia inflessibilità, lo stato libanese appare molto debole. Solo per fare un esempio, quando il governo ha dichiarato l’ambasciatore iraniano a Beirut persona non grata, un mese fa, il diplomatico non ha obbedito all’ordine di espulsione e si troverebbe ancora nella capitale.

Come impedire che a trionfare sia di nuovo la logica della guerra? Ancora una volta il destino dei libanesi non è davvero nelle loro mani.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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