Come la Cina rende la vita impossibile a Taiwan
Il presidente di Taiwan Lai Ching-te è impegnato in una visita in Eswatini (ex Swaziland), ultima monarchia assoluta in Africa. Perché parlare di questo viaggio in apparenza banale, in un momento in cui il mondo è stravolto da guerre e crisi? Il motivo è che in realtà l’evento è tutt’altro che insignificante.
Eswatini è infatti l’unico paese africano ad avere rapporti diplomatici con Taiwan. Tutti gli altri hanno scelto di schierarsi con Pechino. Il presidente taiwanese doveva andarci alla fine di aprile, ma ha dovuto annullare l’impegno a causa delle pressioni cinesi su diversi stati affinché vietassero il sorvolo dei loro cieli all’aereo di Lai. Alla fine il viaggio si è potuto fare, anche se sull’itinerario non sono state date informazioni.
Al di là di questo periplo, è la strategia cinese nei confronti dell’isola a sollevare diversi interrogativi. La Cina agisce su più fronti per rendere la vita difficile a Taiwan. La sua “diplomazia del libretto degli assegni” ha ridotto drasticamente la lista dei paesi che riconoscono Taiwan, mentre le sue frequenti manovre militari interferiscono con la sovranità territoriale di un paese che dalla prospettiva di Pechino non deve esistere. Il governo cinese fa di tutto per dividere i taiwanesi, con un solo obiettivo: la sovranità sull’isola.
Davvero nel contesto attuale la Cina potrebbe attaccare Taiwan? La domanda è al centro di diverse ipotesi. Prima di tutto perché molti credono che il momento sia favorevole, considerando che gli Stati Uniti sono impantanati nella loro guerra contro l’Iran. E poi perché gli esperti statunitensi ripetono ormai da anni che l’esercito cinese sarà in condizione di scatenare un’offensiva nel 2027, ovvero tra pochi mesi.
A rischio di essere smentito dai fatti, sono convinto che uno scenario simile sia improbabile, almeno a breve termine. Malgrado la sproporzione dei numeri (la Cina ha 1,4 miliardi di abitanti, mentre Taiwan ne conta appena 23 milioni) un’invasione dell’isola non sarebbe così semplice.
L’atteggiamento degli Stati Uniti – e ormai anche quello del Giappone, che ha lasciato intendere che sosterrebbe Taiwan – rafforza la possibilità di un allargamento del conflitto, nonostante la presenza di Trump alla Casa Bianca. Inoltre, le conseguenze sull’economia mondiale sarebbero enormi, a causa del ruolo centrale di Taiwan nella produzione dei semiconduttori e nell’industria elettronica.
La Cina può ancora sperare di far cadere Taiwan come un frutto maturo, uno scenario che per Pechino sarebbe senz’altro ideale. Per realizzarlo, gioca con il bastone e la carota. Il bastone, come si è visto, è rappresentato dalle manovre di sabotaggio dello stato taiwanese, insieme alla guerra informatica contro l’isola e all’intimidazione nei confronti del resto del mondo.
La carota, invece, ha assunto recentemente la forma dell’incontro a Pechino tra il presidente Xi Jinping e Cheng Li-wun, la leader del Kuomintang (Kmt), il principale partito d’opposizione taiwanese. Un evento simile non si verificava da dieci anni e segna un tentativo di minare l’unità taiwanese a favore delle mire del Partito comunista cinese.
Il Kuomintang è un rivale storico dei comunisti cinesi, ancora legato alle radici continentali, mentre il Partito progressista al governo si considera taiwanese. Alle presidenziali del 2028 si affronteranno l’attuale presidente e la leader del Kuomintang. Inutile dire che Pechino cercherà in ogni modo di favorire lei, anche ricorrendo ai colpi bassi.
Fino ad allora la strategia cinese sarà quella di mostrare che Taiwan non può funzionare normalmente senza il sostegno di Pechino. E poco conta che stavolta il presidente taiwanese sia riuscito a raggiungere un piccolo regno africano nonostante le pressioni cinesi.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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