Trump punta su Cuba per far dimenticare il fallimento in Iran
È possibile che Donald Trump voglia far dimenticare l’impasse in Iran e le sue conseguenze per i cittadini statunitensi? O forse il suo obiettivo è quello di garantirsi il sostegno degli esuli cubani negli Stati Uniti, di cui il segretario di stato Marco Rubio è uno dei massimi rappresentanti? Qualunque sia il vero motivo, questa settimana il presidente statunitense ha aumentato la pressione su Cuba, isola caraibica che da mesi vive in condizioni drammatiche.
Il fatto che Washington dedichi così tante energie a Cuba potrebbe sembrare incredibile, soprattutto considerando che la crisi aperta in Iran è in uno stato di sospensione tra pace e guerra, che tiene il mondo intero col fiato sospeso. Ma Trump, che non riesce a trovare una via d’uscita dalla crisi dello stretto di Hormuz e non ha alcuna voglia di rilanciare la guerra contro Teheran, è probabilmente convinto che Cuba possa fargli recuperare il prestigio perduto.
Il 20 maggio la portaerei statunitense a propulsione nucleare Nimitz, con novanta caccia a bordo, è arrivata nel mar dei Caraibi, dove resterà fino a nuovo ordine. Nella stessa giornata, il dipartimento di giustizia statunitense ha emesso un atto d’accusa contro Raúl Castro, ex presidente cubano, fratello di Fidel e giunto alla veneranda età di 84 anni. Castro è ritenuto responsabile dell’abbattimento di due aerei trent’anni fa in cui persero la vita quattro persone, tra cui tre statunitensi. Evidentemente non si tratta di una coincidenza.
La tentazione di evidenziare un parallelismo con la vicenda di Caracas, dove a gennaio l’esercito statunitense ha sequestrato Nicolás Maduro, è forte. Anche il presidente venezuelano era ricercato dalla giustizia statunitense, e anche in quel caso un nutrito contingente aereo e navale era stato dislocato nel mar dei Caraibi.
Tuttavia, al momento niente lascia pensare a un’operazione militare imminente. Prima di tutto perché Washington sembra giocare una partita diversa, con un blocco che dura da quattro mesi e con manovre varie per impedire l’accesso del petrolio a Cuba. Le conseguenze, per la società cubana, sono pesantissime: l’isola deve affrontare lunghi periodi di completo blackout e forti carenze di carburante.
Inoltre, bisogna considerare che le trattative sono in corso. La settimana scorsa il direttore della Cia John Ratcliffe era all’Avana per negoziare con i leader cubani. Tra loro c’era Raúl Rodríguez Castro, chiamato Raulito, 41 anni, nipote dell’ex presidente e diventato il principale interlocutore degli statunitense. In precedenza Raulito aveva già incontrato la squadra di Rubio su un’isola vicina.
Il capo della Cia ha fatto sapere che Trump ha chiesto “cambiamenti radicali” e rapidi a Cuba, senza escludere un intervento militare.
Tutto questo spinge a pensare che Trump stia scommettendo sulle pressioni e sullo sfinimento da parte della popolazione cubana per forzare un cambiamento politico sull’isola, senza necessariamente passare da un attacco militare. Nel frattempo continua a insinuare che a breve assumerà il controllo di Cuba. Presto scopriremo se la speranza di sostituire un regime impopolare è solo un’illusione, com’è già successo in Iran.
Bisogna ricordare che Trump agisce senza alcun mandato e al di fuori del diritto internazionale, legittimando indirettamente qualsiasi regime che volesse comportarsi in modo simile ad altre latitudini. D’altronde il presidente statunitense ha già espresso abbondantemente il suo disprezzo per le leggi internazionali, e soprattutto ha bisogno di un successo rapido dopo il fallimento in Iran. Cuba gli offre l’occasione ideale. Resta da vedere se l’operazione sarà facile come sperano a Washington.
(Traduzione di Andrea Sparacino)