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La Macedonia cresciuta nel mito dell’unità jugoslava

Manifesti per il referendum sull’indipendenza in Macedonia, 1991. (Nikos Economopoulos, Magnum/Contrasto)

Questo articolo fa parte di una serie dedicata ai trent’anni dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, cominciata nel giugno del 1991 con la proclamazione d’indipendenza della Slovenia.

Tra i miei ricordi più belli della Jugoslavia della metà degli anni ottanta ci sono le estati, lunghe e calde. Nei mesi di luglio e agosto Skopje, la capitale della Repubblica jugoslava di Macedonia (oggi Macedonia del Nord) era, per me, un paesaggio idilliaco disabitato, al quale un sottofondo di grilli faceva da colonna sonora. Io e mio fratello trascorrevamo le vacanze estive a Mavrovo, in una casa che aveva costruito mio nonno insieme a un suo amico partigiano che aveva combattuto nella guerra civile greca. Mio nonno era greco, il suo amico di origini macedoni.

Nella zona c’erano diverse casette di villeggiatura, abitate da pensionati che avevano i nipotini come ospiti per l’estate. Mentre i nonni giocavano a backgammon, trafficavano in giardino, cucinavano, oppure sorseggiavano ouzo e rakija e facevano un pisolino dopo i pranzi abbondanti, i bambini gironzolavano nelle strade polverose o nella boscaglia intorno.

I bambini giocavano a nascondino o a “partigiani contro tedeschi”, le bambine si inventavano storie di principesse. Mi ricordo di quella volta che giocavo con altre due bambine ed ero finita a litigare con una di loro. Si chiamava Viki. Mi metteva in cattiva luce davanti a Beti, l’altra bambina. Strizzando gli occhi, diceva sprezzante: “Stai giocando con una bambina greca”.

Ricordo ancora di come le parole di Viki mi avessero lasciata di stucco. La mia risposta fu rapida e nervosa: con aria di superiorità e tono da saputella le dissi che vivevamo nel paese dove “fratellanza e unità” erano la regola. Tornai a casa arrabbiata e raccontai ai miei familiari l’accaduto; ricambiarono con grasse risate.

“Fratellanza e unità” ripetevano, come se volessero prendersi gioco di me. Devo aver replicato ed essermi palesemente arrabbiata, tanto che mio nonno, con un grande sorriso decorato dal suo dente d’oro, mi rispose che stavano sì ridendo, ma non di me, e che in realtà avevo ragione.

Non mi aveva convinta. Cominciai a rimuginare sullo slogan che la scuola e i mezzi d’informazione mi avevano inculcato, “bratstvo i jedinstvo” fratellanza e unità. Più mi ripetevo la frase e più mi sembrava che avesse un significato celato, un significato chiaro agli adulti, ma che per qualche motivo mi tenevano nascosto.

Allo stesso modo mi aveva altrettanto confuso quello che aveva fatto un gruppo di ragazzini, guidati dal mio vicino di dieci anni. Avevano sporcato la maniglia della porta di una casa del vicinato con il letame perché lì ci abitavano degli albanesi. Ricordo di essere rimasta di nuovo confusa quando gli stessi bambini non vollero più parlare con me perché avevo raccontato del letame sulla porta ai miei genitori. Non sapevo in cosa avessi sbagliato né tantomeno perché i ragazzi avessero fatto questo ai vicini. Non avevo del resto mai incontrato i componenti della famiglia albanese che viveva in una casa che pareva uscita da una fiaba ai margini del bosco. Evitavano tutti, avvolti nell’oscurità.

La guerra è tornata
Quelle estati cariche di un senso di magico, di mistero e di tensione – fatte di risate fragorose e conversazioni sommesse – finirono quando lasciammo il paese, che scomparve insieme alla mia infanzia. Ci trasferimmo con i miei genitori in Arizona, negli Stati Uniti. Qui mi dissero che la gente non mi avrebbe più considerata una bambina. E in effetti il mio corpo cominciò a cambiare in mezzo a questo caos, in un paese straniero, con la morte di mio nonno e con la guerra che stava mandando in pezzi la Jugoslavia.

Mia madre stava davanti alla tv: “Guerra”, mi diceva, “questa è la guerra”. Le immagini mostravano carovane di donne con il velo, bambini sporchi e vecchi rinsecchiti e zoppicanti. Ricordo mia madre con gli occhi pieni di lacrime e a bocca aperta. Capivo che qualcosa di terribile stava succedendo dai discorsi angosciati dei miei genitori e dei loro amici, anche loro immigrati. Capii che probabilmente non saremmo più tornati. Il paese dove ero nata non esisteva più. La guerra – quella cosa che stava nei libri di scuola e contro la quale aveva combattuto mio nonno – era tornata e stava distruggendo la mia patria, il paese della fratellanza e dell’unità.

E invece tornammo. E tante cose erano cambiate.

Improvvisamente, non dovevamo più diventare giovani, in qualche modo era come se ufficialmente non saremmo più cresciuti

Nessuna foto di Tito che ti fissava in classe, per esempio. Non mi mancava quello sguardo, anche se da bambina mi aveva dato sostegno. Una persona valorosa e gentile osservava quanto ero brava a fare i compiti. Nel frattempo però ero anche diventata una donna e non avevo bisogno di un ulteriore sguardo maschile a monitorare il mio successo.

Non mi mancavano le sirene che avevano annunciato la sua morte, e nemmeno l’atmosfera che avevano creato. All’improvviso non mi sembrava più così terribile essere nata proprio nell’anno della morte di Tito. Non era una grande perdita il fatto che le nostre vite non si fossero incrociate. Mi vergogno ogni volta che mi ricordo di come, bambina, sul letto dei miei genitori, fissavo una foto di Tito su un manuale scolastico, cercando disperatamente di piangere, fino a far uscire un’unica lacrima.

Molte cose erano cambiate.

Eravamo felici di avere meno lezioni, le ore di serbocroato non c’erano più. Solo una classe all’anno, con grande rabbia degli altri studenti visto che si trattava della mia, poteva studiare oltre all’inglese un’altra lingua straniera, il russo.

Parte di qualcosa
Di una cosa, però, ci sentivamo privati. In passato, in prima elementare ci davano delle sciarpe rosse e dei berretti blu, proclamandoci “pionieri di Tito” sotto una bandiera rossa. Ci sentivamo parte di qualcosa di grande. Poi alle medie, il 25 maggio, la data (fittizia) del compleanno di Tito e la giornata della gioventù, dovevamo diventare i “giovani di Tito”, e l’evento era seguito da un viaggio attraverso la Jugoslavia.

Improvvisamente, non dovevamo più diventare giovani, in qualche modo era come se ufficialmente non saremmo più cresciuti. Viaggiare in auto era diventato particolarmente triste. Ora ci saremmo spostati solo per vedere luoghi che avevamo già visto, vagando in un paese che si attraversa in due ore di auto in entrambe le direzioni.

Non avrei visto l’Adriatico. Né le stalattiti, le stalagmiti e gli anfibi protei delle caverne di Postojna, in Slovenia. Nemmeno il punto in cui il Danubio e la Sava si incontrano, a Belgrado. Il pensiero mi feriva. In un certo senso per anni non mi è mancato niente di jugoslavo, fatta eccezione per lo spazio geografico. La Macedonia sembrava fuori da quello spazio: troppo a sud, proprio come la Slovenia era troppo a nord. Non era mai stato importante per noi, che parliamo una variante esotica della lingua slava compresa dagli altri solo a metà, essere considerati fan spensierati di musica da discoteca, che mangiano pomodori e peperoncini sulla riva di un bel lago.

Per non sentirsi così fuoriposto, i macedoni hanno cominciato a pronunciare i suoni del “ch” e del “dzh” in modo ancora più duro, a ostentare la loro conoscenza della lingua serba e a citare in continuazione film o canzoni della Jugoslavia degli anni ottanta.

Complesso d’inferiorità
Noi, che negli ottanta ci siamo nati, che non avevamo parenti al di fuori della Macedonia se non albanesi o greci, come metà della mia famiglia, ricevevamo sorpresi sguardi di superiorità quando si capiva che non parlavamo perfettamente il serbo e non avevamo abbastanza riferimenti culturali jugoslavi. Dire “non lo conosco” è già abbastanza duro, ma sentirsi dire ogni volta “Davvero? Non ci posso credere!” è ancora peggio.

Non solo eravamo da meno perché non appartenevamo più alla Jugoslavia, contavamo davvero poco tra la gente come noi.

È stato questo complesso d’inferiorità rispetto a tutto ciò che era jugoslavo a farci credere che il nostro paese fosse insignificante, di essere noi stessi insignificanti e che il passato fosse meglio del presente, spingendoci a credere che dovessimo andarcene da tutto questo partire e smetterla di rivalutare un passato che ha escluso un terzo della nostra popolazione, quella a cui imbrattavamo di sterco le porte di casa. La nostalgia è cresciuta e cresce ancora, come un fungo nell’orecchio, prendendo il sopravvento su qualsiasi tipo di capacità di ascoltare il futuro e di prenderne effettivamente il controllo. È la vendetta inconsapevole della generazione la cui giovinezza delle estati in spiaggia si è trasformata in un massacro, e poi nell’isolamento. Ma riesco a capire il senso di frustrazione e di impotenza. Dover passare diverse frontiere in un raggio di 900 chilometri è ridicolo, così come lo è crearne tra lingue e culture comuni.

Essere piccoli e circondati da frontiere è angosciante e claustrofobico, paralizza qualsiasi sviluppo. Tuttavia, per la mia generazione, sono gli artisti, gli attivisti e chi si muove nel mondo culturale ad aver saputo superare quei confini e lavorare insieme in uno spazio comune condiviso, che ora chiamiamo ex Jugoslavia, o “la regione”.

Paradossalmente questa regione, o questa Jugoslavia, oggi per me esiste più che mai. È strano, ma attraverso questo nuovo legame imparo a conoscere un vecchio paese che io stessa non ho mai realmente vissuto. E ancor più stranamente, questo spazio comune che adesso include davvero la sorellanza come la fratellanza, mi ispira una forma di tenerezza e un nuovo senso di identità.

Ammetto di sentirmi ancora una outsider. Le culture che non hanno le lingue serba, bosniaca, croata o montenegrina non hanno mai fatto parte del quadro. Per appartenervi bisogna sapere come parlare, e alla lingua si aggiungono le allusioni, le storie e i modi di dire locali che ci aprono alla bellezza della conoscenza. Per il momento mi sento come una felice straniera a metà, contenta di poter partecipare, di sentirsi parte del futuro senza sentirsi staccata dal passato.

(Traduzione di Francesca Romana Cordella)

Alcune parti di questo testo sono la parafrasi del romanzo A spare life di Lidija Dimkovska tradotto in inglese da Christina E. Kramer, che ha contributo anche alla stesura di questo testo.

Questo articolo fa parte di una serie dedicata ai trent’anni dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, cominciata nel giugno del 1991 con la proclamazione d’indipendenza della Slovenia. Fa parte del progetto Archipelago Yugoslavia, della rete Traduki. È pubblicato in collaborazione con la S. Fischer Stiftung e Voxeurop.

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