21 settembre 2021 16:56

Questo articolo fa parte di una serie dedicata ai trent’anni dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, cominciata nel giugno del 1991 con la proclamazione d’indipendenza della Slovenia.

Ero bambino, poi adolescente, quando la Jugoslavia si è sciolta in un bagno di sangue. Mentre Slobodan Milošević, comandante supremo dell’esercito del Male, tentava di distruggere il mio paese, io crescevo come individuo e come essere pensante. Credo di poter parlare a nome di tutti i miei coetanei nati negli anni settanta quando dico che aver vissuto durante la guerra in Jugoslavia ha influito su di noi in modo decisivo, determinando ciò che siamo diventati e diventeremo.

Di solito si descrivono quegli anni usando l’espressione “dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia”. Ma sarebbe più corretto parlare di “un susseguirsi di omicidi crudeli e sleali compiuti per motivi spregevoli”. L’inizio della strage è generalmente collocato nel 1991, quando Slovenia e Croazia uscirono dalla Jugoslavia e cominciarono i conflitti armati. Personalmente mi trovo più d’accordo con Srđa Popović, attivista e uomo politico serbo, che ha saputo interpretare forse meglio di chiunque altro quegli orrori. Secondo Popović, la fine della Jugoslavia cominciò il 28 settembre del 1990, giorno in cui la Serbia di Milošević adottò la propria costituzione, scindendosi ufficialmente dalla Repubblica Federale. Con quella decisione, la Serbia si autoproclamò una nazione indipendente e sovrana, e smise di rispettare l’ordinamento giuridico della Jugoslavia. La Serbia fu, di fatto, il primo paese a uscire dalla Jugoslavia: un avvenimento che passò inosservato nel caos di quel periodo tormentato, mascherato dalla propaganda di Milošević, che diceva di voler preservare lo stato federale. In realtà il suo piano era lanciare una guerra allo scopo di creare una Grande Nazione Serba e diventarne l’unico leader.

All’epoca avevo 14 anni, andavo alle scuole medie. Il mondo che avevo appena cominciato a conoscere, basato su un sistema socialista che sembrava solido, stabile e destinato a durare per sempre, stava implodendo. All’improvviso tutto quello che avevo imparato a scuola non serviva più a nulla, tutto era distrutto, bruciato e insanguinato, e dal fuoco e dal sangue era nato qualcosa di nuovo, una creatura deforme e molto più spaventosa del mostro di Frankenstein. Così, per usare le parole del filosofo Radomir Konstantinović, cominciò la nostra convivenza con il mostro, che continua ancora oggi: il mostro del nazionalismo, infatti, è ancora vivo e vegeto. Si è semplicemente ritirato nella sua grotta per leccarsi le ferite dopo le numerose battaglie perse, in attesa dell’occasione giusta per una nuova strage.

Odio, sciovinismo, violenza, crimini, campi di concentramento, genocidi, povertà, disgregazione sociale, criminalità, omologazione nazionale, riabilitazione dei cetnici (ultranazionalisti serbi monarchici della seconda guerra mondiale), gruppi di milizie volontarie, bellicismo, bombardamenti, isolamento, sanzioni, complottismo, negazione dei crimini, glorificazione di assassini di massa: sono cresciuto in questo contesto. Ma non ho tempo di autocommiserarmi o lamentarmi del mio triste destino, comportamenti fin troppo comuni nel mio paese: tutto sommato me la sono cavata abbastanza bene. Abitavo nel territorio degli invasori, dove non è stata combattuta nessuna guerra. Sono stato fortunato, a differenza di tanti croati, bosniaci o kosovari, che hanno sofferto per il solo fatto di non essere serbi e che hanno perso amici, vicini di casa, genitori e famiglie.

Cercando una spiegazione razionale
Negli ultimi anni della sua vita, Popović scrisse: “Solo dopo aver vissuto ci rendiamo conto di cosa abbiamo vissuto”. Mi accorgo che questo saggio aforisma vale anche per me, con una piccola variazione: solo una volta diventato adulto, un uomo prova a comprendere ciò che ha vissuto da bambino. Dopo averci provato per decenni, posso dire che non è un compito facile. Dopo aver letto centinaia di pagine, testi e analisi su ciò che ci è successo, decine di libri intelligenti, ben strutturati e capaci di spiegare quasi tutto, ho ancora la sensazione che niente sia stato chiarito. Ancora peggio: io stesso ho scritto diverse migliaia di pagine sulla distruzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sul nazionalismo legato alla Grande Serbia, su crimini di guerra e negazionismo, sul ruolo giocato dagli intellettuali e dalla chiesa nella contro-rivoluzione nazionalista, sul revisionismo storico e su decine di argomenti correlati, ma sono ancora tormentato dall’incomprensibilità di quegli orrori, un’incomprensione nella quale abbiamo continuato a vivere nei decenni successivi.

Non sono l’unico ad avere questa sensazione: la pensano come me persone che hanno studiato il dramma della Jugoslavia più a fondo e con più cognizione di causa. Nell’estate del 2000 – dopo decine di interviste e articoli, dopo aver passato anni a prevedere quello che sarebbe successo e ad analizzare ogni aspetto della discesa negli inferi della società serba – Popović raccontò che alcuni suoi amici di lunga data si erano convertiti al lato oscuro, diffondevano odio e incitavano deliberatamente alla guerra e alla violenza. “Hanno stravolto la mia concezione della natura umana. Mi è apparso chiaro che le persone sono capaci di imprevedibili metamorfosi, che le amicizie sono fragili, e che in certe condizioni gli esseri umani possono trasformarsi in mostri. Sto ancora cercando, senza successo, di capire come sia possibile. So che alcune di queste persone cercavano una strada rapida per arrivare al potere, altre si lasciarono trasportare dalla sete di gloria, e altre ancora erano corrotte, ma ancora non riesco a capire come la ragione, l’onore, la decenza, la compassione umana abbiano potuto estinguersi in modo così repentino”.

Nel libro Kovanje antijugoslovenske zavere (“La nascita del complotto anti-Jugoslavia”), Sonja Biserko fa un’analisi esaustiva del comportamento dell’élite intellettuale e del programma nazionalista serbo e descrive gli eventi dal 1966 al 2006. Dopo un colto e dettagliato resoconto della genesi del nazionalismo della Grande Serbia (lungo quasi 400 pagine), Biserko conclude: “Non può esistere una spiegazione razionale per quello che è successo in Serbia, non solo negli ultimi due decenni ma durante tutto il novecento. Non c’è una spiegazione per tutte le vittime evitabili delle guerre che si sono succedute nei Balcani nel secolo scorso, né per tutti quegli anni di arroganza megalomane”. Per quanto attentamente si studino il male e le sue macabre manifestazioni, e anche se si possono trovare spiegazioni logiche per atti individuali di violenza politica e ideologica, rimane sempre un residuo di irrazionalità che sfida ogni categoria razionale. Un’inquietudine che risuona nel nostro inconscio ripetendo la stessa domanda all’infinito: com’è potuto succedere?

È esattamente questo di cui parla il protagonista del racconto di Faruk Šehić Pregaženi čovjek (“L’uomo travolto”): “Se qualcuno può spiegarmi che genere di persona si sveglia una mattina nel 1992, tira fuori il fucile dal suo nascondiglio, appende il tricolore serbo con la quadrupla ‘S’ in bella vista sopra la porta di casa, entra in casa del vicino, lo rincorre nel fango, lo fa inginocchiare e, estratta la baionetta, uccide un uomo, il suo vicino, il suo testimone di nozze, un amico di lunga data; se qualcuno potesse spiegarmi tutto ciò razionalmente, frammentando la storia in porzioni semplici, sarebbe più facile per me vivere. Non credo che la risposta esista. Scienza moderna, parapsicologia, religione, metempsicosi: niente e nessuno possiede la formula magica per risolvere questo dilemma che porteremo con noi fino alla tomba”.

La storia ha messo il me stesso di trent’anni fa, quel bambino ormai scomparso, di fronte al male

Abbiamo tutti sperimentato quello che Joseph Brodsky ha descritto come “l’incontro con il male”. La semplice, laconica definizione di qualcosa che avremmo cercato di capire per il resto delle nostre vite. Brodsky descrisse il sistema stalinista come una “catastrofe antropologica”, un termine che ben si adatta alla situazione serba e che potrebbe anche aiutare a definire la nostra organizzazione sociale. Non vivo in una democrazia, in una dittatura né in una “stabilocrazia”: vivo in una catastrofe antropologica. Di tutti i possibili termini per descrivere questo sistema anomico e amorfo, questo sintagma mi è sembrato di gran lunga il più adatto.

La storia, o qualche altro potere proveniente dall’oltretomba, ha messo il me stesso di trent’anni fa, quel bambino ormai scomparso, di fronte al male. Decine di anni dopo l’uomo che “non ha nulla in comune con quel bambino a parte la data di nascita e le impronte digitali” (per usare le parole di Zbigniew Herbert), prova a trarre una qualche conclusione da ciò che ha vissuto in gioventù, per cercare di comprendere l’accaduto attraverso le conoscenze acquisite nel frattempo, conoscenze di cui quel ragazzino confuso non disponeva.

È facile smantellare il nazionalismo farneticante di Dobrica Ćosić, primo presidente della Repubblica di Jugoslavia e sostenitore della “Grande Serbia”, o dello scrittore e poeta Matija Bećković, ribaltare le loro banalità scioviniste. Ma raggiungere un compromesso con le esperienze vissute da quel ragazzino è ben più complicato. Perché non furono né Ćosić né Bećković a stilare, nel dicembre del 1990, le liste di proscrizione con i nomi di chi non aveva votato per il Partito socialista serbo di Milošević. Liste che includevano anche i nomi dei suoi genitori. Furono i suoi vicini di casa, collaboratori locali dell’Udba (la polizia segreta della Jugoslavia) a scrivere i loro nomi, forse in cambio di soldi, forse in maniera del tutto spontanea: nel grande slancio patriottico di quei tempi i delatori, almeno quelli, non mancavano.

L’uomo che aveva insegnato a quel bambino a giocare a scacchi, che gli aveva mostrato la difesa siciliana, la partita italiana e il gambetto di donna, si unì ai volontari di Vojislav Šeśelj (condannato nel 2018 per crimini contro l’umanità) all’inizio della guerra, diventando lui stesso un pedone in una partita in cui i più forti giocavano con le vite altrui. Al ritorno dalla zona di guerra in Slavonia (Croazia), perennemente ubriaco e con i nervi a pezzi, l’uomo raccontò al ragazzo cosa si prova a ripulire un’area, a lanciare una bomba a mano in una casa e a restare a guardare brandelli di bambini volare per aria. Il ragazzino ascoltava, scioccato e incredulo, incapace di concepire come quell’uomo silenzioso e placido con cui, fino al giorno prima, aveva passato pomeriggi interi davanti a una scacchiera, avesse potuto trasformarsi in un mostro. All’inizio pensò che il giocatore di scacchi stesse esagerando, che raccontasse bugie. Qualche mese dopo lo scacchista si tolse la vita, impiccandosi a una trave della soffitta della casa in cui era nato. Gli uomini che l’avevano spinto ad andare in guerra sono ancora vivi, in salute, potenti e ricchi. Uno di loro, fino a non molto tempo fa, era un membro del parlamento, un altro è l’ex presidente della Serbia, un terzo è attualmente in carica.

Il bambino è cresciuto. All’epoca dello scoppio della guerra in Kosovo, era ormai un giovanotto. Un suo familiare ha combattuto quella guerra come giovane ufficiale nell’esercito della Jugoslavia. Al suo ritorno, non voleva parlare delle sue gloriose battaglie; ma una sera d’estate, l’alcol fece il suo dovere e spinse il soldato a spalancare le porte della sua anima. Pieno di entusiasmo, dichiarò che nulla al mondo era paragonabile alle gioie della guerra, che niente era più bello ed elettrizzante delle battaglie, degli spari, dell’affrontare il nemico. Rimpiangeva soltanto di vivere nell’epoca moderna, con armi che richiedevano di stare a distanza dall’esercito nemico: avrebbe voluto che la guerra del Kosovo si fosse tenuta nel Medioevo per combattere corpo a corpo con gli avversari, usando coltelli, sciabole o le mani nude. Quanto avrebbe voluto avere una macchina del tempo, tornare nel passato e combattere i turchi, per sentire il brivido di un vero combattimento, la sensazione più piacevole del mondo.

Il non-più-bambino pensò a Dmitrij Karamazov. Dopo aver sbirciato in simili profondità dell’animo umano disse: “L’uomo è ampio, davvero troppo ampio. L’avrei fatto più stretto”. Ma dato che questo è un compito impossibile, l’unica opzione che ci resta è ampliare la nostra comprensione della natura umana. Molti anni dopo lessi questo passaggio nel libro Oklevetani rat (”La guerra calunniata”) di Miloš Crnjankski: “Ma coloro che sono stati in guerra e hanno giaciuto in mezzo ai morti sanno che la guerra è meravigliosa e che non c’è momento più alto nella vita di un uomo, né ora né mai, della partecipazione cosciente a una battaglia”. Questa frase mi suonò in qualche modo familiare, come se ci fossimo già incontrati.

Regolare i conti
L’incontro con il peggiore dei mali, che distrugge tutto sul suo passaggio, determina inevitabilmente la nostra concezione della natura umana durante gli anni della formazione, una concezione che si basa su un pessimismo antropologico. Questa posizione non ha niente a che vedere con le inclinazioni ideologiche, ma trae le sue origini da esperienze estremamente concrete e traumatiche. Ho visto con i miei occhi persone trasformarsi in demoni nel giro di una notte: persone per bene, padri di famiglia, cittadini rispettabili che fino ad allora non avrebbero fatto male a una mosca, all’improvviso erano assetate di sangue, in cerca di un ultimo regolamento di conti con persone con cui probabilmente non avevano mai avuto a che fare: gli Ustascia (nazionalisti croati), i Balije (vocabolo dispregiativo usato per descrivere i bosniaci) o i Šiptar (termine offensivo riferito agli albanesi). La loro ignoranza non gli impedì di battersi per lo sterminio di altri esseri umani, semplicemente perché la propaganda rabbiosa di Milošević li aveva classificati come nemici.

Le persone possono credere a qualsiasi cosa, anche la più assurda, se viene ripetuta abbastanza frequentemente dalle autorità. I politici serbi potevano dirti in assoluta tranquillità che la Serbia non era in guerra, e allo stesso momento mandare la tua famiglia e i tuoi vicini al fronte. O che quello che è successo a Srebrenica non è stato un genocidio, ma solo una rappresaglia contro i soldati, anche se tutti hanno visto alla televisione i filmati in cui il gruppo paramilitare degli Scorpioni uccide e stupra brutalmente i bambini di Potočari. Eravamo in balìa di qualcosa che Nadezhda Mandelstam descrive come “persone che hanno coscientemente rinunciato alla bontà e si dedicano anima e corpo a mettere in pratica i peggiori istinti che albergano in loro stessi e nei loro compatrioti”. È chiaro che non ci vuole molto per portare alla luce queste pulsioni, che si situano nella parte più sensibile dell’anima e reagiscono al più piccolo stimolo bellicoso.

Ho visto il peggio della razza umana, quella deformata dall’odio, assetata di sangue, maligna, feroce e vigliacca. Non voglio generalizzare, ma non posso ignorare le conclusioni a cui sono arrivato vivendo in una società che si è messa volontariamente sul cammino dell’autodistruzione e della rovina, come se un’intera comunità avesse deciso di suicidarsi e di trascinare con sé tutti coloro che le stavano intorno. Sono conclusioni devastanti, con le quali è difficile convivere, ma che è necessario mettere nero su bianco.

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Gli esseri umani per natura non sono benevoli né razionali; quella umana è una specie folle, contorta, primitiva, perfida e meschina. Non esiste forma di crudeltà, di ferocia, di tortura o di abuso, nulla che un essere umano non farebbe a un suo simile semplicemente perché può farlo. Se un’infanzia e un’adolescenza trascorse nel mezzo di questa catastrofe antropologica ci hanno insegnato qualcosa, è che gli esseri umani sono tutti fondamentalmente cattivi. Anche Joseph Brodsky, che è cresciuto e ha vissuto (fino a impazzire) nello stesso sistema sociale descritto in precedenza, arrivò alla stessa conclusione.

A un primo sguardo questa desolante conclusione può sembrare fatalista, frutto del pessimismo antropologico, ma non è così. Gli esseri umani, infatti, non sono malvagi per natura. Lo sono quando scelgono volontariamente di scatenare i loro istinti più bassi. Se accettiamo l’idea che gli umani sono capaci delle peggiori crudeltà, possiamo partire da questo concetto e costruire qualcosa di concreto. L’accettazione potrebbe essere il primo passo nel percorso del popolo serbo verso la consapevolezza, verso il confronto con i crimini commessi in nostro nome. La convinzione che siamo tutti potenzialmente dei criminali è più vicina alla verità, più umile e meno pericolosa che quella secondo cui siamo tutti angeli scesi dal cielo.

Partendo dalla prima constatazione, possiamo creare una società fondata sul bisogno di proteggere gli altri dalla nostra stessa malvagità, un ragionamento che sta alla base di ogni sistema legale. A cosa servono, altrimenti, le leggi? Se ci basiamo sulla seconda ipotesi, quella in cui concepiamo noi stessi come esseri magnifici, superuomini, membri di un popolo celestiale, sappiamo tutti dove andremo a finire: in una spirale di violenza, criminalità, genocidi e fascismo. Questa è l’unica lezione che posso trarre da questo collasso totale, l’unico barlume di speranza in questa fitta rete di oscurità.

Forse è una buona cosa che quel bambino sia scomparso senza lasciare traccia, visto che non posso dirgli di cosa sono venuto a conoscenza, né ciò che la sua esperienza straziante mi ha insegnato. Conoscendolo, avrebbe respinto queste argomentazioni con disprezzo, liquidando le mie riflessioni come false consolazioni di un uomo di mezza età che tenta di fare pace con il mondo. Se la mia inaffidabile memoria non m’inganna, quel bambino era profondamente in disaccordo con ogni forma di collaborazione con la tetra struttura dell’universo.

(Traduzione di Elena Pioli)

Questo articolo fa parte di una serie dedicata ai trent’anni dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, cominciata nel giugno del 1991 con la proclamazione d’indipendenza della Slovenia. Fa parte del progetto Archipelago Yugoslavia, della rete Traduki. È pubblicato in collaborazione con la S. Fischer Stiftung e Voxeurop.

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