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Per i braccianti siriani in Turchia lo sfruttamento è la regola

Donne curdosiriane cominciano la giornata di lavoro in un campo per la semina di pomodori vicino Torbali, nel distretto di Izmir, in Turchia, aprile 2016. (Valerio Muscella)

Due cassette di plastica nera pendono dai rami di alcuni alberi non troppo rigogliosi, di fronte a un gruppo di casupole basse senza intonaco né infissi, in mezzo ai campi di pomodori. Le cassette di plastica sono appese ai rami con quattro corde, all’interno due neonati dormono, cullati da una bambina più grande che ogni tanto saltella fino alle culle e le spinge per prolungare il dondolio.

Seduta all’ombra su uno scalino all’ingresso di una delle catapecchie, una donna anziana controlla i neonati e gli altri bambini che giocano nella polvere dell’aia in un pomeriggio di metà luglio, accompagnato dal canto inarrestabile delle cicale. La donna indossa un fazzoletto a fiori, legato sotto al collo: un ciuffo di capelli brizzolati le incornicia il volto. Karima è la donna più anziana del gruppo di venti famiglie che vivono in uno dei tanti insediamenti informali, disseminati nelle campagne di Torbali, nell’ovest della Turchia, dove abitano i profughi siriani che lavorano come braccianti nei campi. Karima è troppo vecchia per la raccolta e quindi è rimasta a casa a controllare i bambini. Gesticola, invoca dio, racconta, alza le mani al cielo: vorrebbe tornare a casa sua, a Deir Ezzor, in Siria, quando la guerra sarà finita, “Inshallah, se dio vuole”.

Quando la guerra finirà torneranno tutti in Siria, dice. La maggior parte dei braccianti agricoli nelle zone intorno a Izmir viene da Raqqa o da Deir Ezzor, città controllate dal gruppo Stato islamico nel nordest della Siria. Erano contadini, braccianti, piccoli proprietari terrieri, commercianti, autisti di taxi o di minivan. Alcuni sono scappati cinque anni fa, altri sono in Turchia da pochi mesi.

Qui in Turchia non hanno scelta: lavorano nei campi di pomodori e di angurie. Tutti: donne, uomini e bambini

La maggior parte di loro non ha mai pensato di emigrare in Europa: troppi soldi e troppi pericoli. Anche se Izmir è il principale centro di raccolta e punto di partenza per i profughi diretti in Europa, la maggior parte dei braccianti che lavora nei campi intorno alla città turca non può permettersi di pagare ai trafficanti la traversata che costa dai 500 ai 1.500 dollari a persona, a seconda della stagione. Dopo l‘accordo di marzo sui migranti tra Ankara e Bruxelles, per i braccianti siriani è diventato ancora più impensabile rischiare la vita e tutti i propri averi nella traversata, per finire bloccati in un hotspot in Grecia. Ma la vita in Turchia è al limite della sopravvivenza.

Tutti sperano di tornare a casa un giorno. “Vivere in Siria era diventato impossibile. Sono dei tagliagole quelli di Daesh (gruppo Stato islamico), hanno obbligato le donne a coprirsi, hanno vietato a tutti di fumare, hanno imposto dazi e tasse e così i beni primari sono diventati sempre più costosi”, spiega Karima, ieratica nel suo abito tradizionale.

Donne curdosiriane in una casa abbandonata vicino ai campi di pomodori a Torbali, in Turchia, aprile 2016.

Mentre parla un gruppetto di donne e di uomini che non sono andati a lavoro nei campi si raccoglie intorno a lei, per confermare quello che sta raccontando. I bambini saltellano e giocano con le bolle di sapone che qualche volontario tedesco ha distribuito giorni fa. “Sono venuti tanti stranieri con lo Stato islamico e tanti ragazzi delle nostre parti si sono uniti a loro per disperazione, per frustrazione”. Quando sono cominciati i bombardamenti aerei della coalizione internazionale in molti hanno perso la casa. “I russi, gli americani, ci stanno bombardando. Cioè vogliono colpire Daesh, ma le bombe non fanno differenze e le case più colpite sono state quelle dei civili”, dice la donna. “Avevamo della terra in Siria. Ma ora non sappiamo in che condizioni sia”, e indica in alto con le mani, invocando qualche forma di provvidenza.

Un bigliettino per ogni cassetta

Qui in Turchia, ora, non hanno scelta: lavorano nei campi di pomodori e di angurie durante l’estate. Tutti: donne, uomini e bambini. “Io sono troppo vecchia per raccogliere le angurie”, spiega Karima, il volto e le mani segnate da solchi profondi e neri. “Non ce la faccio a stare piegata a terra, per ore sotto al sole. Per questo ora mi occupo dei bambini”. La vita in esilio è dura. Le famiglie vivono ammassate in vecchie case o in tende senza acqua corrente né elettricità, perché non possono permettersi di affittare una vera casa con quello che guadagnano in campagna. “E poi non si lavora tutti i giorni, il lavoro scarseggia”, dice.

Gli uomini guadagnano dalle 25 alle 50 lire turche (da 7,45 euro a 15 euro) al giorno per dieci o dodici ore nei campi, le donne di meno (al massimo 38 lire); le bambine e i bambini più grandi aiutano i genitori nella raccolta. Anche loro vengono pagati, ma non c’è una tariffa fissa. In realtà neppure per i braccianti adulti le paghe sono definite: tutto è a discrezione del proprietario dell’azienda agricola. A volte si viene pagati a cassetta: due lire per unità (0,5 euro). E per riempire una cassetta ci vuole almeno un’ora, ci spiegano. Ma la paga non viene riscossa a fine giornata. Il padrone distribuisce un bigliettino per ogni cassetta riempita e paga quando vuole, di solito alla fine del mese.

Almeno ne dobbiamo parlare. Non possiamo fare altro. Perché ribellarci non possiamo

Mentre discutiamo con Karima e la sua famiglia, un ragazzo siriano di 23 anni irrompe nella conversazione, prende la parola con decisione e non si lascia interrompere. Hassan è arrivato a Torbali con sua moglie e i suoi tre figli da due mesi. “Io e mia moglie abbiamo lavorato quindici giorni nei campi e abbiamo decine di bigliettini bianchi da riscuotere: un biglietto per ogni cassetta di pomodori riempita”, racconta. Un altro ragazzo cerca di calmarlo, gli chiede di moderare i toni, ma Hassan non ci sta. Ci porta all’interno della sua casa e dal marsupio tira fuori un mazzetto di foglietti bianchi, sui fogli una scritta anonima stampata con il computer che dice: “Günluk” (al giorno). “Se ti perdi questi biglietti, non ti pagano”, spiega. A volte, alla fine del mese, il padrone decide che non vuole pagare e non paga. E non c’è modo per esigere niente. Molti braccianti raccontano di non essere stati pagati alla fine del mese almeno una volta.

Hassan racconta che appena entrato in Turchia il primo lavoro che ha trovato a Merdin, una città di frontiera, è stato nell’agricoltura: doveva annaffiare le piantagioni. “Ho lavorato un mese intero per nove o dieci ore al giorno e alla fine non sono stato pagato, ma che potevo fare? Il padrone mi doveva 500 lire turche (148 euro). Ho preso mia moglie e i miei figli e sono andato via, per cercare un altro lavoro”. Hassan ha un’espressione gentile, gli occhi verdi, ma quando un altro bracciante siriano gli dice di stare attento, di non parlare delle condizioni di lavoro nei campi, perché questo potrebbe creargli dei problemi, l’uomo va su tutte le furie: “Ne dobbiamo parlare, almeno ne dobbiamo parlare. Non possiamo fare altro. Perché ribellarci non possiamo. Noi siamo ospiti in questo paese, non abbiamo diritti”.

I nomadi dell’agricoltura

La Turchia è uno dei principali esportatori mondiali di pomodori, con un giro d’affari annuo di 365,3 milioni di dollari. A Torbali, un distretto agricolo a cinquanta chilometri da Izmir, si produce il 30 per cento dei pomodori di tutta la regione. In estate centinaia di persone lavorano alla raccolta delle diverse varietà di pomodori e delle angurie destinate al mercato nazionale e internazionale. Ma in questo settore lo sfruttamento dei braccianti, in particolare dei profughi siriani, nei campi della zona è la norma.

I profughi più fortunati vivono in case che sembrano vecchie cantine, vicino ai campi. Non c’è acqua corrente. Il proprietario dell’azienda agricola riempie un silos blu di plastica con l’acqua potabile e le famiglie pagano 50 lire turche al mese (circa 11 euro) per usarla. “Siamo stati dei giorni senza acqua, perché il proprietario non veniva a riempirci la cisterna”, racconta Hassan. In ogni stanza vive una famiglia: non c’è intonaco, solo cemento. Di notte si stendono i materassi per terra nella stessa stanza in cui di giorno le donne cucinano, lavorano la pasta per il pane, preparano il tè.

“La polizia viene spesso. Un mese fa queste case e la tendopoli di Torbali sono state sgomberate con la forza, ci abitavano circa 1.500 siriani”, racconta Abdallah, uno studente che lavora come interprete per i volontari che distribuiscono aiuti e assistenza ai braccianti siriani della zona. “Quelli che vivevano nella tendopoli sulla collina, a pochi chilometri dalla città, si sono spostati in tendopoli più piccole vicino ai campi, oppure sono andati a Manisa, un’altra città a quaranta chilometri da Izmir”, spiega Abdallah. “Vivono come nomadi, si spostano dove c’è lavoro. Quando finisce la stagione dei pomodori, comincia quella dei cavoli, dei porri, dei cavoletti di Bruxelles, poi quella delle arance. Si spostano di campo in campo in cerca di lavoro. Ma vivono sempre con il timore che i loro accampamenti siano sgomberati, oppure di essere deportati nel distretto in cui sono stati registrati, come prevede la legge”.

Come si dice caporale in arabo?

“Veniamo pagati la metà di quello che vengono pagati i turchi per fare lo stesso lavoro, se noi prendiamo trenta lire al giorno i lavoratori turchi ne prendono sessanta”, racconta Abu Mazen, un uomo di 51 anni, mentre ci invita a prendere un tè nella sua tenda. Ha otto figli e quattro di loro lavorano nei campi, anche i più piccoli che hanno sette e otto anni. L’80 per cento dei bambini siriani in Turchia, 400mila minori secondo un rapporto dell’ong Human rights watch, non va a scuola. Alcuni non ricevono un’istruzione da quando è cominciata la guerra, cioè da cinque anni.

Una donna siriana prepara il pane in una tenda vicino ai campi per la raccolta di pomodori intorno a Torbali, luglio 2016.

In molti lavorano nelle aziende tessili e nell’agricoltura per contribuire al bilancio domestico. “Mandarli a scuola non serve, non capiscono il turco. E poi le scuole sono lontane e noi ci spostiamo di continuo”, dice Abu Mazen, mentre versa il tè nei bicchieri e li distribuisce. Con la sua famiglia è arrivato in Turchia due anni fa, ha girato diversi posti in cerca di lavoro, poi si è stabilito a Torbali. Racconta di aver lasciato Deir Ezzor perché suo figlio più grande si stava avvicinando alla maggiore età e sarebbe stato richiamato dall’esercito per la leva. “Sarebbe morto al fronte oppure l’avrebbero reclutato i jihadisti, che è anche peggio. Per questo siamo scappati”, spiega, mentre suo figlio più piccolo si rotola sul tappeto e altri due dormono sui cuscini in fondo alla tenda.

L’afa di luglio sale dal terreno e rimane intrappolata sotto i teli pesanti del tendone, il ventilatore muove aria calda, la tv è accesa e stanno passando una soap opera. “Siamo fortunati, abbiamo l’elettricità, la televisione, e non dobbiamo pagare nessun affitto. Siamo fortunati perché qui siamo al sicuro, è solo una tenda, ma non ci sono bombe”. Nei campi vicini alcuni lavoratori hanno steso dei teli di plastica bianca e stanno tagliando i pomodori per metterli a essiccare al sole. Dal campo si alza un odore acidulo e ripugnante di marcio. “E ora è niente. Con quest’odore in certi giorni non si riesce a rimanere nel campo”, racconta.

Mi manca tutto della Siria, tutto. Anche la polvere

Sua moglie, una donna minuta avvolta in un vestito colorato, prende la farina e comincia a impastare il pane per la sera dentro una grande pentola d’alluminio, mentre tiene stretta tra le labbra una sigaretta, che prima fumava con disinvoltura. “Lavoriamo quasi tutti in famiglia, ma quello che guadagniamo basta a malapena a comprare da mangiare. Un sacco di farina dura due o tre giorni. Siamo in undici con mia nuora, che spero presto mi dia dei nipoti”. A queste parole tutti guardano sghignazzando la ragazza seduta sulle ginocchia all’ingresso della tenda. Ha vent’anni, s’imbarazza, si sente osservata, guarda a terra per sfuggire all’invadenza della famiglia del marito. I suoi genitori sono rimasti in Siria, con il marito si sono incontrati alla frontiera e lei gli è stata promessa. Si sono sposati in Turchia qualche mese fa e ora abitano in una piccola tenda a fianco a quella di Abu Mazen a Torbali. “Non paghiamo l’affitto per stare nelle tende, ma paghiamo lo shawish perché ci trovi un lavoro”, spiega Abu Mazen.

Lo shawish in arabo è il caporale: un siriano cha si è stabilito in Turchia da diversi anni e che fa da mediatore tra i braccianti e i proprietari delle aziende agricole turche. “Di solito un mediatore si prende il dieci per cento del salario di ogni lavoratore. Se guadagniamo quaranta lire turche, quattro lire devono essere versate allo shawish”, racconta Abu Mazen. Spesso il mediatore fornisce il trasporto dall’abitazione ai campi, grazie a dei pulmini o a dei camion agricoli. “Senza chiedere aiuto allo shawish è difficile trovare lavoro”, spiega.

Dello shawish mi parla anche Abu Ahmed, un altro capofamiglia siriano che vive in una tendopoli a Manisa. A Raqqa faceva il tassista, sua moglie non lavorava, aveva una casa grande in cui viveva con tutti i suoi figli. Qui in Turchia vive in una tenda tra una vigna e i campi di grano. Abu Ahmed lavora nei campi, tre dei suoi dieci figli lavorano in una fabbrica di materiale plastico, anche sua moglie va in campagna e in inverno per arrotondare separa le arance dalle bucce per un’azienda cosmetica che usa le scorze per i profumi e i prodotti di bellezza.

Nella tendopoli in cui vivono Abu Ahmed e i suoi ci sono altre 17 famiglie, ma dipende dai momenti. “Ci sono periodi abbastanza lunghi in cui non lavoriamo, ma con i pochi risparmi che abbiamo andiamo avanti”, dice. “Mi manca tutto della Siria, tutto. Anche la polvere. In arabo abbiamo un proverbio che dice che chi perde la propria casa perde tutto, e così noi abbiamo perso tutto”.

L’annuncio di Erdoğan

In Turchia vivono 2,75 milioni di profughi siriani, secondo le autorità. Ma secondo le organizzazioni umanitarie, potrebbero essere molti di più, se si considerano i profughi che non sono stati registrati. Il 90 per cento di loro vive fuori dai 25 campi profughi ufficiali del paese. Per le autorità turche i profughi non dovrebbero spostarsi dal distretto in cui sono stati registrati, tuttavia la maggior parte di loro si trasferisce a nord e a ovest in cerca di lavoro subito dopo aver fatto ingresso nel paese.

I siriani in Turchia non hanno diritto allo status di rifugiati, bensì a una protezione temporanea, che però pochi richiedono. Quasi tutti si registrano e in questo modo hanno diritto all’assistenza sanitaria. “Se non sei registrato è un problema, ci succede spesso di dover pagare dei turchi perché comprino delle medicine al posto nostro, oppure di doverci rivolgere a un medico siriano in città”, racconta Abu Ahmed.

Un lavoratore siriano raccoglie i pomodori in un campo nei pressi di Torbali, luglio 2016.

Dal gennaio del 2016 è stata introdotta una legge che permette ai profughi siriani titolari di protezione temporanea di avere un permesso di lavoro, ma ad aprile solo l’0,1 per cento dei profughi aveva ottenuto questo documento. Il problema, secondo molte ong, è che la richiesta del permesso deve essere presentata dal datore di lavoro e non dal lavoratore. In particolare nel settore agricolo, che ha alti tassi di lavoro precario e nero, la prospettiva della regolarizzazione è molto remota.

“Pensi che sia vero quello che ha annunciato Erdoğan? Hai sentito che vuole concedere la cittadinanza a tutti i siriani?”, chiede Abu Ahmed. In effetti all’inizio di luglio il presidente turco ha annunciato di voler promuovere questa misura. L’annuncio ha scatenato molte polemiche nel paese, l’opposizione lo ha accusato di voler concedere i diritti politici ai profughi per guadagnarsi l’appoggio elettorale di questa parte della popolazione negli anni a venire.

“Essere cittadini sarebbe una bella conquista per noi siriani, potremmo essere pagati come i turchi”, afferma Abu Ahmed che racconta di un suo amico costretto a scappare da Konya, una città nell’est del paese, a causa delle continue aggressioni razziste. “Dicevano che un cane era stato investito da un siriano con la sua auto e per questo, per un cane, picchiavano tutti i siriani della zona”, racconta. Abu Ahmed ci guarda interrogativo mentre si aspetta una risposta da noi sulla cittadinanza, ma nessuno ha qualcosa di convincente da dirgli. Ora, con il colpo di stato fallito e l’ondata di repressione che ne è seguita, nessuno può immaginare quale sarà la prossima mossa del presidente sulla pelle dei profughi.

I nomi sono stati cambiati per proteggere le identità delle persone.

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