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Un omicidio a scuola

Il presidio di parenti e amici di Youssef Abanoub dopo l’incontro con il ministro Giuseppe Valditara. La Spezia, 18 gennaio 2026 (Luca Zennaro, Ansa)

“Aveva detto una volta che voleva sapere cosa si prova a uccidere. Lo aveva detto davanti a me e ad altri durante un laboratorio”, racconta Samuele, uno studente del terzo anno, mentre è seduto sui gradini della scuola con il cappuccio della tuta calzato sulla testa.

“Perché la scuola non è intervenuta?”, continua Noemi, capelli lunghi castani, mentre è seduta sugli stessi scalini. “La cosa più grave è che tutto questo sia successo dentro la scuola, non fuori, non per strada”, aggiunge (per proteggere l’identità dei minorenni, i nomi di ragazze e ragazzi sono stati cambiati).

Sono giorni che la maggior parte degli studenti dell’istituto professionale Einaudi Chiodo di La Spezia non entra in classe in segno di protesta, dopo che il 16 gennaio è stato ucciso davanti ai loro occhi uno studente: Youssef Abanoub, 18 anni, da tutti conosciuto come “Aba”.

Dopo un litigio, cominciato poco prima nel bagno della scuola o forse nei giorni precedenti, un altro studente nel corridoio ha sfilato dalla cintola dei pantaloni un coltello e lo ha colpito all’addome. Un unico colpo che, secondo l’autopsia, ha perforato gli organi vitali, causando un’emorragia interna e quindi un arresto cardiaco.

Il ragazzo è stato portato all’ospedale, dove è morto qualche ora dopo. L’aggressore si chiama Zouhair Atif, 19 anni non ancora compiuti. E ora è in carcere. I compagni sono sotto shock. Accusano le istituzioni di non essere intervenute tempestivamente per dare sostegno psicologico a un ragazzo che mostrava da tempo segni di disagio. “Era strano, sempre silenzioso, in disparte”, dice Noemi.

Alcuni insegnanti hanno riferito che nel 2024 il ragazzo, ancora minorenne, era stato segnalato alla questura da un docente per quello che aveva scritto in un tema e la segnalazione era arrivata all’attenzione della Digos. Ma non erano stati attivati percorsi di assistenza sociale né di supporto psicologico e non erano stati convocati i genitori.

Zouhair Atif, nato e cresciuto in Marocco con la nonna, era arrivato in Italia dopo la pandemia per raggiungere il padre e la madre, Boulkhir e Bahijia, che vivono a Baccano, una frazione di seicento abitanti di Arcola, un piccolo paese sul crinale di una montagna a una ventina di minuti da La Spezia. Viveva con i genitori, una sorella e un fratello di dieci anni e una neonata di quindici giorni in una casa al piano terra, una vecchia carbonaia piccola e umida di quaranta metri quadrati, due stanze che danno sulla strada. Dormiva nella stessa stanza in cui si cucinava, in un letto a castello.

Il padre, Boulkhir, lavora a giornata come muratore e giardiniere, la madre invece non lavora e parla poco l’italiano, anche se ha frequentato dei corsi ad Arcola. Una sorella di Zouhair è in Marocco, affidata alle cure della zia. Una situazione di disagio sociale ed economico, che non aveva tuttavia innescato interventi dei servizi sociali del piccolo comune ligure.

Un progetto distrutto

Il ragazzo era spesso fuori casa, secondo i vicini. La scorsa estate era andato per tre mesi a lavorare in un albergo di Lerici, sulla costa, e quando è nata l’ultima sorella, dieci giorni prima dell’omicidio, ha portato a casa la ragazza, una compagna di scuola, 16 anni, per farla conoscere ai genitori. Sarebbe stata proprio una vecchia foto della ragazza insieme con Aba alla base del litigio tra i due.

Bahijia, la madre di Zouhair, ha 35 anni. In una italiano stentato dice che il suo cuore è a pezzi: “Una parte in carcere, una parte con i figli a casa tra cui una appena nata e una parte con la figlia che vive in Marocco”. Una vicina di casa le è venuta a portare dei pannolini per la neonata, una coppia di connazionali ha invece portato qualcosa da mangiare.

Il marito Boulkhir è arrivato in Italia 27 anni fa, poi attraverso il ricongiungimento ha fatto arrivare la moglie, i figli più piccoli sono nati in Italia. Ha sempre lavorato a giornata, ma non è riuscito a costruire una posizione solida. Ora si rende conto che il suo progetto è distrutto. Ha mandato una richiesta di perdono alla famiglia del ragazzo ucciso. “Non sappiamo che aveva nella testa, non riusciamo a capire”, dice Bahijia, mentre gli altri due figli piccoli giocano davanti alla porta di casa vicino a una statua di Giuseppe Mazzini. Boulkhir e Bahijia non hanno ancora fatto visita al figlio in carcere.

Davanti alla scuola di La Spezia, invece, una compagna di scuola di Aba, Fatma, si è fermata davanti alla foto del ragazzo ucciso per mandargli dei pensieri. I compagni di scuola gli hanno dedicato biglietti e cartelloni, ci sono anche dei palloncini bianchi e blu e una felpa bianca. Sul cancello hanno appeso un cartellone blu con la scritta: “Giusitizia per Aba”.

Hanno attaccato foto del ragazzo con le ali di un angelo davanti all’ingresso della scuola. “Lo conoscevo da quando eravamo bambini, era un ragazzo molto buono. Non riesco a credere a quello che è successo”, dice Fatma, che è di origine egiziana e indossa un hijab grigio.

Altre due studenti raccolgono i mazzi di fiori davanti alla scuola per portarli all’interno: potrebbe piovere e non vogliono che si rovinino.

Alcuni dei ragazzi dell’istituto hanno assistito all’omicidio, altri hanno anche girato dei video con il cellulare. “Ha tirato fuori un coltello dai pantaloni e l’ha colpito mentre era seduto”, racconta uno di loro. Samuele dice che Aba, già ferito, è entrato in classe per chiedere aiuto e subito dopo è entrato Atif con il coltello ancora in mano. Uno degli studenti è riuscito a mandarlo via urlando, mentre tutti gli altri chiamavano i soccorsi.

Gli insegnanti che sono raccolti in piccoli gruppi davanti alla scuola hanno avuto l’ordine di servizio dalla preside di non parlare con la stampa. Si lasciano scappare incredulità, parlano di una scuola in cui non ci sono mai stati problemi gravi, anche se ci sono dei gruppi di ragazzi più difficili.

In ritardo

La preside Gessica Caniparoli ha diramato un comunicato sul sito della scuola in cui invita i ragazzi a frequentare l’istituto e annuncia che saranno seguiti dagli psicologi: “L’istituto accoglierà tutti gli studenti e comincerà il percorso di elaborazione del tragico lutto che ha colpito la comunità scolastica. Saranno giorni di dolore condiviso, grazie anche al supporto psicologico attivato. Saranno giorni in cui impegnarci per essere concretamente vicini alla famiglia di Abanoub”.

Ma i ragazzi hanno qualche perplessità sui percorsi attivati, troppo tardivi. “In questi giorni a scuola sono venuti degli psicologi che vogliono parlare con noi, con gli insegnanti. In realtà non sono veri psicologi, sono operatori della Croce rossa. Ma il punto è che sarebbero dovuti venire prima”, dice Noemi.

“E poi chi vuole parlare con uno psicologo?”, afferma sicuro un altro ragazzo, seduto sulle scale. Samuele e Noemi invece sono convinti che ci sia bisogno degli psicologi a scuola, che ce n’era bisogno anche prima dell’omicidio.

Il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha partecipato al comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato subito dopo l’omicidio e ha incontrato i genitori della vittima in prefettura. Ha anche chiesto che siano messi dei metal detector all’ingresso della scuola per impedire ai ragazzi di portare con sé dei coltelli, mentre il governo di Giorgia Meloni ha promesso di approvare un nuovo pacchetto sicurezza che prevede delle misure contro l’uso dei coltelli e che criminalizza ulteriormente la violenza tra minori, sulla scia del decreto Caivano.

Messaggi per Youssef Abanoub davanti all’istituto Domenico Chiodo. La Spezia, 23 gennaio 2026.

“Le uniche che hanno capito profondamente quello che è successo sono le amiche, i compagni di scuola, gli insegnanti che si sono ritrovati nell’unico gesto necessario e dignitoso. Tacere insieme. In piazza hanno espresso prima di tutto il dolore di una sparizione violenta, impossibile da accettare. Quei docenti e quei ragazzi da domani dovranno ricominciare l’antica fatica della relazione, l’unica per cui valga la pena di alzarsi per andare a scuola”, ha scritto un gruppo di insegnanti e cittadini in una lettera aperta alla città dopo una tragedia.

Invece sono apparse inadeguate le istituzioni, che da una parte hanno promesso maggiori controlli a scuola e dall’altra hanno avuto atteggiamenti razzisti, sostenendo che la violenza sia legata alla provenienza dei ragazzi. Per esempio il sindaco di La Spezia, Pierluigi Peracchini, ha commentato: “L’uso delle lame è pratica comune per certe etnie”.

Nella lettera indirizzata alle istituzioni, gli insegnanti scrivono: “Le ragazze e i ragazzi sanno già che la stretta securitaria si indirizzerà domani inutilmente su tutte loro allo scopo di rassicurare gli adulti”. Le risposte che già si annunciano sono le uniche a portata di una classe dirigente “abituata al gergo della caserma”.

Gestire le emozioni

Invece la comunità scolastica da decenni chiede “più docenti, la fine del sovraffollamento delle classi, progetti educativi e di inclusione, progetti di educazione affettiva e sessuale, interventi strutturali”. Non metal detector o punizioni più severe. Negli ultimi dieci anni la spesa per l’istruzione in Italia è diminuita, passando dal 4,3 per cento al 3,9 per cento del del prodotto interno lordo, inferiore alla media europea.

Lo psicologo e psicoterapeuta Damiano Rizzi di Soleterre onlus ha commentato l’omicidio dicendo: “Se guardiamo i dati, capiamo subito che la violenza giovanile è soprattutto maschile. Nove su dieci sono maschi, con una quota principale composta da cittadini italiani: sette su dieci. Gli stranieri sono tre su dieci. Una minoranza”.

Dopo la pandemia di covid nel 2020, alcuni reati hanno registrato aumenti fino al 50 per cento, spiega lo psicologo. Secondo i dati dell’Aifa, dal 2016 al 2024 l’uso di psicofarmaci in età pediatrica (12–17 anni) è più che raddoppiata. “Non solo la violenza giovanile aumenta, ma il contatto con gli adolescenti rischia di essere perso: gli adulti frequentano sempre meno il mondo emotivo dei ragazzi”, commenta lo psicologo.

“Molti ragazzi crescono senza imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni. A loro è stato insegnato che la fragilità è un errore. Vergogna e rifiuto restano sommersi. Ecco allora che quel vuoto interiore esplode come aggressività o bisogno di dominio, perché nessuno ha mai insegnato un’altra lingua”, conclude Rizzi.

In un’altra lettera inviata alla stampa da 34 dirigenti scolastici della provincia di La Spezia è scritto: “Riteniamo che la risposta più concreta, lontana dagli slogan e dalle sbrigative scorciatoie, risieda nel rilanciare con ancora più determinazione ciò che la scuola può e deve fare: lavorare per costruire benessere, curare le relazioni, educare alla responsabilità, coltivare rispetto ed empatia. Sappiamo che niente di tutto questo può cancellare quello che è accaduto, ma crediamo che la scuola non possa essere trasformata nel bersaglio su cui scaricare rabbia e paura: la scuola è parte della soluzione”.

Francesco Terzago, educatore e mediatore culturale dell’associazione Mitilanti, che svolge dei laboratori di scrittura creativa all’interno dell’istituto Einaudi Chiodo spiega che la scuola professionale è considerata un istituto di avviamento al lavoro per i figli di famiglie di classi sociali basse. “Si trova in un quartiere storicamente operaio della città e quindi in una delle zone considerate più malfamate, nonostante la sua centralità. In cui si sono insediate anche le comunità straniere nel corso degli ultimi decenni”, racconta Terzago.

A La Spezia, infatti, gli abitanti di origine straniera sono circa 13mila. La città ha una delle percentuali di residenti non italiani più alte della regione (il 14 per cento). Le comunità principali sono formate da cittadini provenienti da Bangladesh, Romania, Albania e Marocco, oltre a una comunità dominicana che è tra le più grandi in Italia.

Gli stranieri sono arrivati in città soprattutto negli anni novanta attirati dal lavoro nell’edilizia e nei servizi di assistenza alla persona, ma successivamente hanno trovato impiego in aziende che lavorano in appalto o in subappalto per i cantieri navali, le fabbriche di armi e nell’arsenale. La manodopera straniera è fondamentale per aziende come la Fincantieri.

“Non si capisce la città, se non si vede come ruoti intorno alle attività del porto, dell’arsenale e dei cantieri navali, che negli ultimi anni sono stati molto attivi nella produzione di armi per i conflitti in corso”, continua Terzago.

In queste scuole, secondo l’educatore, c’è quindi spesso una certa enfasi su logiche tipiche degli ambienti aziendali o militari. Questo atteggiamento può avere rafforzato una cultura arcaica, diffusa e trasversale che rappresenta le donne e le ragazze come proprietà degli uomini. “Non ci sono spazi all’interno della scuola per discutere di questi meccanismi e decostruirli”, conclude Terzago.

Anzi nel corso degli ultimi anni la città si è svuotata di molti spazi culturali e di aggregazione: “Per esempio sono state chiuse molte attività intorno a piazza Brin, una delle piazze più multietniche della città, con ordinanze contro il degrado. Questo ha ristretto gli spazi culturali e ha relegato le comunità straniere a un’esistenza più isolata”, conclude.

Anche Paola Cozzani, insegnante ed ex operatrice di uno sportello legale di La Spezia dedicato agli stranieri, sostiene che le scuole non abbiano strumenti di ascolto e contrasto del disagio giovanile: “Vediamo ragazzi sempre più violenti e aggressivi, che non riescono a esprimere il loro disagio in un’altra maniera. Ma come docenti non riusciamo ad aiutarli”.

Cozzani racconta che le scuole e in parte gli oratori delle parrocchie sono gli unici luoghi della città in cui esiste una reale convivenza tra comunità diverse, ragazzi di origine straniera nati in Italia o arrivati da piccoli convivono con i coetanei che hanno la cittadinanza italiana. “Molti dei figli degli stranieri vanno negli istituti professionali perché la loro condizione economica non gli permette altri percorsi”, aggiunge.

Gli insegnanti sono soli

Chi frequenta queste scuole è segnato quindi dallo stigma della classe sociale, a cui si aggiunge il fatto di arrivare da contesti di marginalità. E ai docenti non si danno strumenti adeguati per affrontare le difficoltà, non solo scolastiche, dei ragazzi e i naturali contrasti che possono sorgere in questi contesti. “Vediamo lo psicologo una volta ogni dieci anni. Lo stesso vale per i logopedisti o per altri specialisti, e ogni intervento è discontinuo”, assicura Cozzani.

Ma anche il contesto ha un peso: La Spezia è una piccola città di provincia, che si percepisce come tranquilla e senza conflitti. L’omicidio nella scuola ha sconvolto l’opinione pubblica, che ora rischia di affidarsi a letture semplicistiche, per individuare un responsabile e cancellare il prima possibile il trauma. Per Federico Lera, avvocato spezzino esperto di immigrazione, “in questo episodio drammatico, la città ha scoperto che le sue scuole sono molto più multiculturali di quello che pensava. Ma la realtà è questa da almeno quindici anni, senza che nessuno se ne sia mai occupato”.

Per l’avvocato non c’è mai stata rivalità o conflitto tra le diverse comunità e nessuna questione religiosa. “Anzi le comunità cooperano, alcune sono molto forti e hanno anche dei rappresentanti istituzionali”. Ma al di là dei contesti scolastici non ci sono mai stati percorsi condivisi d’inclusione per gli stranieri, “che vivono isolati e chiusi nei loro contesti, pur contribuendo in maniera significativa al tessuto produttivo della città”.

L’unico allarme che c’è stato in passato riguardava la comunità dominicana che viveva intorno a piazza Brin: “Ora si è passati ad avere la stessa narrazione sulle comunità nordafricane”.

Marta Giallombardo, insegnante in una scuola professionale e attivista del gruppo femminista Non una di meno di La Spezia sottolinea la solitudine nella quale sono lasciati i docenti davanti alle difficoltà dei ragazzi: “È stata una settimana molto pesante da un punto di vista emotivo e psicologico. Abbiamo fermato le lezioni e ci siamo messi a discutere con i ragazzi di quello che è successo. Le nostre classi sono piene di ragazze e ragazzi di origine straniera, ma spesso i docenti non ne sanno niente, anche se ci sono situazioni di disagio. È tutto affidato alla sensibilità del singolo”.

Per esempio negli istituti professionali molti ragazzi non riescono a comprare i libri di testo: “Ci sarebbe il comodato dei libri, ma le famiglie non lo sanno e non fanno nemmeno la domanda. Sono contesti in cui insegnare è molto difficile, in cui c’è molta enfasi sui voti, sulla didattica, ma non c’è attenzione ai ragazzi e ai loro problemi”.

Per Giallombardo, gli insegnanti sono abbandonati dalle istituzioni anche di fronte alla violenza di genere, ancora molto presente nella mentalità delle nuove generazioni, a prescindere dalla nazionalità di origine delle famiglie.

“Credevo e speravo che nelle nuove generazioni si fosse andati avanti sulle questioni di genere, ma da quando insegno mi sono scontrata con la realtà di una violenza introiettata altissima. La richiesta di un’educazione sessuale e affettiva è venuta da ragazze e ragazzi in questi giorni, ma sappiamo che il governo la contrasta per ragioni ideologiche. Se non investiamo su percorsi strutturali di ascolto non riusciremo a scardinare questo nodo e a cambiare le cose sul lungo periodo”, conclude l’insegnante.

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