×

Fornisci il consenso ai cookie

Internazionale usa i cookie per mostrare alcuni contenuti esterni e proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso, consulta questa pagina.

Cartoline da Tripoli

La vita quotidiana nella capitale libica raccontata dal regista Khalifa Abo Khraisse.

Altri 35 aggiornamenti

Da Tripoli a Ferrara e ritorno, nonostante la burocrazia

Khalifa Abo Khraisse a Ferrara, il 30 settembre 2016. (Francesca Leonardi)

Partecipare al festival di Internazionale a Ferrara è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Non è stata una cosa facile, anzi. Ci ho messo due mesi per organizzare il viaggio dalla Libia all’Italia.

Poiché l’ambasciata italiana non ha ripreso a funzionare in Libia dopo il 2014, tutti i libici devono richiedere un visto all’ambasciata italiana in Tunisia. Ho dovuto fare avanti e indietro tra la Tunisia e la Libia diverse volte. Prima per fissare un appuntamento, cosa che a causa di linee telefoniche perennemente occupate e di insormontabili barriere linguistiche mi è stato impossibile fare senza andare di persona in Tunisia.

Alla fine sono stato costretto ad andare fisicamente all’ambasciata a Tunisi. Lì mi è stato detto che avrei dovuto trasferire un totale di 140 dinari tunisini (circa 56 euro) sul conto in banca dell’ambasciata italiana attraverso un bollettino postale, aspettare due giorni e poi chiamare il numero di telefono – che mi hanno comunicato di persona – per prenotare un appuntamento. Con mio sommo sconcerto, l’operatore tunisino mi ha detto che era possibile prendere un appuntamento solo dopo due mesi.

Detesto il caffè tunisino
Ci ho messo quasi un mese per arrivare al punto di poter chiamare per prenotare un appuntamento. Il processo è stato anche costoso, tenuto conto del basso tasso di cambio del dinaro libico nei confronti del dinaro tunisino e del fatto che non potevo usare la mia carta di credito per ritirare i contanti.

Il mio umore è poi peggiorato a causa del pessimo trattamento che di recente ho rilevato tutte le volte che vado in Tunisia, a partire dall’aeroporto. A causa delle tensioni tra i governi tunisino e libico, appena vedono un passaporto libico ti trattano con ostilità: ovunque tu vada, appena sentono l’accento libico i prezzi schizzano alle stelle. Devo ingoiare questo trattamento con il sapore del caffè tunisino, che detesto.

Sono tornato in Libia, spiegando la complessa situazione allo staff del festival di Internazionale e loro sono riusciti a farmi avere un appuntamento in tempi più brevi. Infine sono tornato in Tunisia per richiedere il visto. Come nella precedente occasione, anche questa tappa del viaggio è cominciata all’aeroporto internazionale di Mitiga.

Quando fu costruito, nel 1923, l’aeroporto era una base dell’aeronautica italiana, l’aeroporto militare di Mellaha. Durante la seconda guerra mondiale diventò una base aerea tedesca, poi l’ottava armata dell’esercito britannico lo occupò nel 1943 e l’esercito statunitense lo tenne fino al 1969.

In seguito fu usato dalle forze aeree libiche e sovietiche fino al 1995, quando la base aerea fu convertita nel secondo aeroporto civile di Tripoli. Da quando le brigate di Souq Al Juma ne hanno assunto il controllo nel 2011, hanno utilizzato ampie parti dell’aeroporto come loro base e come carcere. L’aeroporto internazionale di Mitiga è l’unico in servizio a Tripoli dopo la chiusura dell’aeroporto internazionale di Tripoli nel luglio del 2014, durante la seconda guerra civile libica.

Database fuori uso
Se non prendevo un aereo, da lì mi restavano solo due opzioni.

Viaggiare via terra, facendo un tragitto lungo e rischioso e preparando grandi quantità di soldi per pagare i poliziotti di frontiera tunisini e la dogana, come hanno sempre fatto con i libici, usando sempre la stessa frase che gli autisti, i camerieri e i poliziotti usano con i libici: “Fammi felice”. Se rifiuti di “farli felici” con i soldi, troveranno dei modi creativi per farti aspettare ore sotto il sole. La seconda opzione era la via più economica, più rapida e più facile per arrivare in Europa: con un gommone. La prossima volta potrei pensare di tentare la sorte in questo modo.

Sono arrivato all’aeroporto presto. All’ingresso principale c’era una lunga fila di persone in attesa di poter entrare. Non sapevo quale fosse il problema, e i visi imbronciati delle persone in coda non mi hanno incoraggiato a chiedere ulteriori informazioni (alla fine ho scoperto ciò che stava provocando il blocco di tutti i voli: il database dell’aeroporto era fuori uso, così non era possibile registrare i passaporti dei passeggeri).

Ci ho messo circa mezz’ora a entrare. L’aeroporto era ancora più affollato e caotico del solito, come un rifugio a prova di bomba in un film apocalittico. Gli addetti alla sicurezza rendevano il paragone ancora più calzante, con le loro assurde divise militari e le loro barbe, maleducati e pieni di sé.

Ricordo che una volta, non molto tempo prima di quel viaggio, un ragazzino che lavorava come “addetto alla sicurezza” dell’aeroporto e indossava infradito e bermuda mi aveva rimbrottato per il semplice fatto di starmene lì in piedi, come un preside a scuola: “Perché te ne stai lì in piedi a guardare? Muoviti!”. L’avevo ignorato del tutto e lui aveva ripetuto: “Ti muovi o no?”. Dovetti mandar giù assieme al pessimo caffè dell’aeroporto e spostarmi in un altro posto dove starmene in pace.

Stavolta, in mezzo al caos e al rumore, non distante da me, un uomo stava in piedi, sorridendo con tranquillità, assieme alle sue due bambine che gli giocavano intorno. Una aveva un orsacchiotto. Era l’unico a non lamentarsi a voce alta con il tizio seduto accanto o a non parlare al telefono chiedendo a qualcuno evidentemente importante di “fare qualcosa” (cosa si aspettavano che facesse il loro amico importante? Non ne ho idea).

La più tenera delle interpreti
Eravamo ancora in attesa quando dagli altoparlanti si è sentito l’annuncio: “Fratelli, passeggeri, allontanatevi dalla porta”. Usiamo ancora il termine “fratello”, senza rendercene conto, poiché si era soliti riferirsi a Gheddafi con l’appellativo di “fratello guida della rivoluzione”.

Quando ho sentito l’annuncio mi sono messo a ridere! Di solito all’aeroporto chiedono alla gente di dirigersi verso un posto, non di tenersene alla larga. L’uomo calmo e sorridente mi ha chiesto cosa avessero appena detto. Gliel’ho spiegato con frasi brevi e semplici, poiché avevo notato che l’inglese non era la lingua che conosceva meglio. Poi gli ho chiesto: “Da dove vieni?”. Lui mi ha risposto: “Dall’Italia”, e io ho detto: “Aahhh”, e ho sorriso.

Forse il mio unico lettore in Libia era un italiano e io l’avevo appena incontrato, e Lara era il collegamento tra due generazioni e due culture

Gli ho spiegato che anche io stavo andando in Italia, sottolineando come fosse difficile andarci di questi tempi. Non ha capito tutta la frase, perciò mi ha chiesto di aspettare e ha chiamato “Lara!”. L’angioletto con l’orsacchiotto ci è venuto incontro e ha risposto, “Sì, papà?”.

Il padre mi ha chiesto di parlare con lei e io ho chiesto, “In inglese? In arabo?”. Il suo sorriso si è fatto più ampio e mi ha risposto: “Inglese e arabo”. A quel punto l’ho guardata e le ho dato la spiegazione, sebbene non fossi sicuro che mi stesse davvero capendo finché non mi ha fatto alcune domande per capire meglio alcuni punti, usando un arabo molto preciso e passando all’inglese quando lo facevo io. Poi si è voltata verso di lui e all’improvviso ho sentito le mie parole tradotte in italiano dalla più giovane e tenera delle interpreti che siano mai esistite al mondo.

Mantenendo la nostra conversazione su un livello molto semplice per consentire alla nostra interprete di sei anni di seguire, sono venuto a sapere che il suo nome è Italo Imad Coli, che gestisce una fabbrica in Libia e che riesce a dividere la sua vita tra questo paese e l’Italia. Gli ho raccontato perché stessi andando a Ferrara e quando ha scoperto che ero l’autore delle Cartoline da Tripoli è toccato a lui dire “Aahh”.

È stato ben felice di farmi vedere che mandava tutti i link dei miei articoli ad amici e parenti in Italia e mi ha detto quali erano i suoi preferiti. Anch’io ero felice: forse il mio unico lettore in Libia era un italiano e io l’avevo appena incontrato, e Lara era il collegamento tra due generazioni e due culture.

Solo dieci giorni
Alla fine, dopo altre quattro ore di attesa, sono salito sull’aereo e sono arrivato a Tunisi in tempo per il mio appuntamento.

È doloroso sentirsi discriminati dai propri vicini. Questo sentimento non ti abbandona mai, nei taxi, nei bar, con i poliziotti e perfino nell’ambasciata, con gli addetti alla sicurezza tunisini. È una conseguenza dei rapporti tesi tra i nostri governi. Ma nonostante tutti gli sgarbi e le ritorsioni, il mio colloquio per il visto è andato a buon fine. Ho preso un aereo per tornare in Libia il giorno dopo e ho aspettato finché non mi hanno contattato per dirmi che il mio visto era stato approvato.

Infine sono tornato in Tunisia per ritirare il mio tanto atteso visto. Quando sono arrivato, però, ho scoperto che si trattava di un visto di soli dieci giorni!

Avevo intenzione di trascorrere qualche giorno con Andrea Segre a Roma dopo il festival, e volevo anche far visita a molti amici e stare un po’ con loro. Avevo promesse da mantenere e chilometri da fare prima di andare a dormire, ma avevo anche un visto di soli dieci giorni!

29 settembre, Tunisia, Roma, Bologna, Ferrara
Una piccola valigia, uno zaino e un visto per stare dieci giorni nell’area Schengen, porto con me tutto quello per cui faccio il check-in all’aeroporto in Tunisia. Sono atterrato a Roma e ho preso un altro aereo per Bologna, dove c’era un autista ad attendermi. Mentre andavamo verso l’auto mi ha chiesto: “Il viaggio è stato lungo?”. Ho risposto:“Non può immaginare quanto”. Finalmente ero a Ferrara, con i piedi stanchi, un letto enorme e una lettera di benvenuto in cui mi veniva chiesto di presentarmi l’indomani mattina in sala stampa per registrarmi.

30 settembre, Ferrara
Mi sono alzato presto e non dovevo fare nulla fino a mezzogiorno, perciò avevo qualche ora a mia disposizione. Qual è il modo migliore per conoscere una nuova città? Basta uscire e perdercisi dentro! Avendo un pessimo senso dell’orientamento, è una cosa che mi viene piuttosto facile. Era una mattina perfetta, e sarebbe stata ancora più bella se la Cattedrale non fosse stata coperta per lavori di ristrutturazione. Avrei voluto ammirarla in tutto il suo splendore. Mi sono fermato un’infinità di volte a chiedere indicazioni, e tutte le volte le persone mi hanno risposto in modo gentile e con calma mi hanno aiutato a trovare la strada.

Dopo diverse ore, due giovani studenti di medicina si sono offerti di accompagnarmi alla sala stampa. Dopo averci messo piede, ci ho passato il resto della mattinata fino al momento del pranzo, collegando finalmente i bei visi ai nomi che già conoscevo di Chiara, Giusy, Rosy e Stefania.

Piazza Municipale a Ferrara, il 1 ottobre 2016.

Andrea mi ha mandato un’email in cui mi avvertiva di un suo possibile ritardo dovuto a uno sciopero dei lavoratori delle ferrovie, così ho trascorso qualche altra ora con Martina, con la quale avevo scambiato delle email per qualche mese: era venuta da Padova con la sua adorabile madre per il festival, e per Cartoline da Tripoli. Mi sono sentito fortunato.

L’incontro tanto atteso finalmente si è verificato intorno alle 15: ho incontrato Andrea e Doula. Lei ha un’energia positiva tale che da sola potrebbe illuminare un intero edificio. Nei giorni successivi ci siamo separati pochissimo. La felicità per me sta nei piccoli piaceri che la vita può offrirti, come un buon caffè, buon cibo, una sera di pioggia e ottime conversazioni, ma la cosa essenziale è condividere tutto questo con dei buoni amici. Perciò, ogni volta che ci siamo seduti a tavola assieme, ho assaporato grandi dosi di tutti i piccoli piaceri della vita.

1 ottobre, Ferrara
Il giorno del mio panel pensavo alla mia tendenza a fare tante battute: so quanto possa essere difficile tradurre una battuta, può rafforzare o demolire un’argomentazione, creare l’atmosfera giusta o rovinarla completamente. Un buon interprete veicola senza errori le tue parole, ma uno davvero bravo riesce a trasmettere anche le tue emozioni, compreso il tuo senso dell’umorismo.

Momento di verità: il mio interprete Nicola Nobili è accanto a me, ci sono anche Stefano Liberti e Andrea Segre, la sala è piena, un miscuglio bellissimo di diverse generazioni. Ho pensato che non avrei dovuto fare tante battute, anzi se possibile nessuna, ho aperto la bocca e la prima cosa che mi è venuta fuori è stata una battuta!

Forse è un’abitudine, magari è il mio modo per smorzare la tensione. Sono d’accordo con Mark Twain quando dice che “Tutto ciò che è umano è patetico. La fonte segreta dell’umorismo non è la gioia, ma il dolore. Non c’è umorismo in paradiso”. Nella vita ci sono alcune cose sulle quali potrei fare delle battute o scoppiare a piangere, e una di queste è la domanda: “Puoi raccontarci in breve la situazione politica attuale in Libia?”.

A quel punto toccava al mio interprete. Lo osservavo parlare, e quando il pubblico ha riso, ho tirato un sospiro di sollievo. Era fantastico: nel corso di tutto l’incontro ho goduto nel guardare i volti delle persone reagire alle mie parole che uscivano dalla sua bocca.

Più tardi l’ho incontrato mentre passava davanti al ristorante in cui stavo cenando e mi sono precipitato fuori per abbracciarlo e ringraziarlo. Era un artista. E a proposito di artisti, il fatto che sia Giusy a tradurre i miei articoli è per me una fortuna. Le ho detto che stava facendo un lavoro straordinario. Lo so anche se non parlo italiano: le persone mi dicono di trovare commoventi i miei articoli, perciò so di avere la migliore traduttrice. Henri Cartier-Bresson diceva: “La fotografia è una reazione immediata, il disegno è una meditazione”. Interpretazione e traduzione sono paragonabili alla fotografia e al disegno.

2 ottobre, Ferrara
C’era un solo modo per arrivare alla sala stampa in orario per le interviste programmate: andarci e restarci finché non avevo finito. Non potevo rischiare di perdermi di nuovo nella città e di arrivare in ritardo. Poi temevo che la gente a Ferrara iniziasse a pensare “Oh santo cielo, ci risiamo! È il tizio che chiede indicazioni, nascondetevi tutti!”. Ho trascorso il resto della serata con Andrea, Doula e Martina.

3 ottobre, Ferrara, Roma
Il visto di dieci giorni era arrivato all’improvviso e non avevo avuto abbastanza tempo per organizzare bene il mio viaggio, speravo di poter stare più a lungo per incontrare altri amici in Italia prima di andare a Gdynia dalla mia amica Maggie. Mi sono dovuto imporre di non fermarmi a incontrare troppi amici, sacrificare la possibilità di trascorrere del tempo con tante persone a Roma, Padova, Napoli, Sicilia, Varsavia e Parigi. Mi restavano solo cinque giorni in Europa. Così ho chiamato Maggie e le ho detto che stavo andando direttamente a Gdynia.

Dovevo improvvisare e comprare i biglietti all’ultimo momento in aeroporto. Avrei pagato di più e avrei dovuto aspettare a lungo in aeroporto, seduto su quelle poltrone così scomode, di metallo, fredde e con gli spigoli appuntiti.

Dopo aver fatto avanti e indietro tra i terminali e aver controllato tutti i voli possibili per Varsavia, ne ho scelto uno e ho prenotato. Maggie mi ha mandato un messaggio dicendomi di aver trovato un volo più economico e mi ha mandato il biglietto elettronico. Era il compromesso giusto tra durata e costo del viaggio, e in quel momento questo era essenziale, visto che non potevo ritirare soldi (questa carta di credito è inutile sia dentro sia fuori la Libia, forse dovrei gettarla via). Stavano già chiudendo quando sono tornato indietro per cancellare il volo precedente, ma la signora in abito verde alla reception è stata molto gentile ad aiutarmi, ha cancellato il volo, mi ha rimborsato e per tutto il tempo ha sorriso con sincerità.

4 ottobre, Roma, Varsavia, Gdynia
Ho consumato tre caffè, due muffin, una fetta di torta, una barretta di cioccolato, due pizze e un panino, e come sempre mi ero portato dei libri da leggere. Dopo aver trascorso in aeroporto la notte e parte della mattina, finalmente mi sono imbarcato.

Già a bordo dell’aereo la lingua è cambiata e l’atmosfera anche. Ascolto molte canzoni italiane e ho molti amici italiani, perciò l’italiano mi è sempre suonato familiare. Mi piaceva anche il suono del polacco, ma conosco solo questa frase: “Przepraszam czy pan rozumiesz po angielsku?”, “Scusi, parla inglese?”. Se la risposta è “Tak”, “Sì” posso andare avanti e fare le mie domande.

5-7 ottobre, Gdynia
Avevo trascorso più di 24 ore in viaggio da quando avevo lasciato Ferrara. Pochi minuti dopo la mezzanotte il treno è arrivato a Gdynia. Maggie mi aspettava alla stazione ed ero felice che avesse portato con sé la giacca della sua coinquilina Magda, perché la mia non andava bene per il clima polacco. Grazie al cielo sono piuttosto magro, mi stava alla perfezione; non solo ero al caldo, ma anche alla moda.

La prima notte a momenti soffocavo perché sono allergico ai gatti e il suo gatto continuava a marcare con passione il territorio attorno a me: dormiva perfino nella mia valigia quando la tenevo aperta. Il giorno dopo siamo andati in farmacia per comprare delle pillole per la mia allergia.

Il pubblico del festival nel cortile del Castello, a Ferrara, il 2 ottobre 2016.

Abbiamo dormito pochissimo, abbiamo parlato e camminato e non ha mai smesso di piovere. Magda e Maggie mi hanno fatto visitare la città e abbiamo riempito il più possibile i pochi giorni che avevo a disposizione.

Ho corso un rischio enorme partendo il decimo giorno, l’ultimo concesso dal visto: abbiamo prenotato il viaggio da Gdynia a Gdansk in treno, poi tre voli per Varsavia, Nizza e la Tunisia. Ero consapevole del fatto che se uno solo di quei voli fosse stato in ritardo o fosse stato cancellato per un motivo qualsiasi, non sarei riuscito a lasciare l’area Schengen prima della scadenza del visto. In tal caso non avrei più avuto il permesso di entrare di nuovo in Europa. Tuttavia era un rischio che valeva la pena di correre perché così avrei avuto a disposizione altre 24 ore con Maggie.

8 ottobre, Gdynia, Varsavia, Nizza, Tunisia
Detesto gli addii. Detesto i lunghi addii ancora di più della Coca-Cola dietetica, del caffè decaffeinato e delle sigarette elettroniche. Gli addii dovrebbero essere veloci e affilati come un colpo di katana. Gli addii lunghi sono un crimine contro l’umanità.

Forse sono uno dei pochi nordafricani che si affrettano a lasciare l’Europa prima della scadenza del visto; tutto è andato bene fino al mio arrivo a Nizza. Lì, al controllo dei passaporti, il funzionario ha preso il mio passaporto, lo ha sfogliato, lo ha scansionato, ha guardato nello schermo del suo computer, ha esaminato i miei visti, ha preso un foglio e lo ha letto fino in fondo (presumo non perché non gli piacesse il nuovo taglio di capelli che mi ero fatto in Polonia).

Quando ha cominciato a urlarmi cose in francese gli ho spiegato che non parlavo questa lingua, ma lui mi ha ignorato ed è andato avanti a urlare ancora per qualche secondo. Ha chiamato un’altra persona (immagino il suo supervisore) e mi chiedevo cosa gli stesse dicendo. “Oh, guarda questo arabo che se ne sta qui in piedi e osa partire l’ultimo giorno del suo visto, ha in mente qualcosa, te lo dico io”.

L’altro era più giovane e più calmo, e ha dato un’occhiata al mio visto nel punto in cui il funzionario-Angry Bird continuava a indicargli.

E quando ho chiesto: “Ci sono problemi?”, lui ha esaminato il mio passaporto e mi ha risposto “Non ancora”. Poi si è rivolto al funzionario-Angry Bird e ha parlato con lui in tono vivace. Alla fine quello arrabbiato ha preso il passaporto e ha timbrato l’uscita con un sonoro “Baaaam!”, poi me lo ha allungato con un gesto che mi ha ricordato il modo in cui i baristi fanno scivolare i bicchieri di whisky ai clienti nei film western.

Gli ho rivolto il più largo dei miei sorrisi e gli ho detto “Merci”, poi sono andato a prendere il mio aereo per lasciare l’Europa. Dopo una notte in Tunisia sono tornato a Tripoli proprio mentre la città piombava nell’oscurità per un black out. Sembrava una festa a sorpresa di bentornato, ma mancava il momento in cui tutti accendono la luce e gridano “Sorpresa!”.

pubblicità