La cerimonia degli Oscar al Dolby Theater di Los Angeles, il 28 febbraio 2016.
  • 29 Feb 2016 18.29

Leonardo DiCaprio, gli Oscar e la questione morale

Matteo Bordone
29 febbraio 2016 18:29

La cerimonia degli Oscar è finita all’alba italiana di oggi. Lo spettacolo è stato prolisso come al solito (cinque ore abbondanti, se contiamo anche il prologo del tappeto rosso), ma con l’impressione che fosse più lungo per via di una scenografia di pessimo gusto, una regia confusa e sciatta, una conduzione al di sotto delle aspettative.

Chris Rock, presentatore nero di un’edizione colpita dalla polemica sulla scarsa rappresentanza degli afroamericani nelle candidature, ha deciso di giocarsi esclusivamente quel tema, ma non come spunto per riderne e fare del sarcasmo. Piuttosto si è posizionato su un tono da sermone tra il religioso e il politico che non ha più abbandonato per tutta la serata: una linea sia intonata con le primarie presidenziali in corso in questi mesi, sia molto aderente alla moltitudine di cause, vinte o perse che siano, che è il vero filo rosso dei discorsi di candidati e vincitori degli Oscar.

È chiaro che quello che succede ogni anno al Dolby Theater di Los Angeles non ha a che fare esattamente con l’industria cinematografica hollywoodiana, ma con la sua rappresentazione. L’elenco dei film di maggior successo dell’anno è sempre distante dai premi dell’Academy, soprattutto perché il cinema spettacolare viene in genere ignorato, non ci sono Avengers, Fast & furious, Star wars, perlomeno non nelle candidature pesanti.

L’Academy racconta una faccia pulita, colta, adulta, generalmente molto più seriosa di Hollywood. Lo fa in genere con l’aiuto di un presentatore comico che sappia stemperare il peso dell’autorappresentazione. Quest’anno appunto non è andata così, e la cerimonia non ha quasi mai emozionato (tranne l’abbraccio tra Ennio Morricone e Quincy Jones), un po’ come un pugile costretto ad allenarsi senza sparring partner.

Intensità a singhiozzo

La retorica delle premiazioni vive di sospensione dell’incredulità, come qualsiasi altro racconto. L’unico modo per tenere a bada il senso critico davanti a ore di persone che cercano di fare discorsi memorabili urbi et orbi è scaricare spesso il tono solenne con le montagne di sarcasmo e ironia di cui si fa in genere carico il presentatore. In questo modo si ha una specie di intensità a singhiozzo, partecipe ma consapevole. Quando due comici senza agenda politica sono saliti sul palco a presentare dei premi, prima Louis C.K. e poi Sasha Baron Cohen nei panni del suo primo personaggio di successo Ali G, per forse cinque minuti complessivi si è riso con gusto e sollievo più che in tutta la serata.

Con questa gestione della cerimonia, questo crederci sempre, è stato ancora più pesantemente chiaro quante fossero le questioni morali affrontate. Provo ad elencarle.

  • L’uniformità etnica e culturale delle candidature dell’Academy;
  • il caso degli abusi nella chiesa cattolica (Il caso Spotlight);
  • l’emarginazione delle donne omosessuali negli anni cinquanta (Carol);
  • lo strapotere della finanza sulle vite dei cittadini comuni (La grande scommessa);
  • la natura rapace della colonizzazione americana e la discriminazione degli immigrati sudamericani (Revenant);
  • il conflitto israelo-palestinese (corto Ave Maria);
  • la condizione della donna nell’Afghanistan occupato dall’esercito statunitense (corto Day one);
  • la guerra in Kosovo (corto Shok);
  • l’emarginazione di un balbuziente (corto vincitore Stutterer);
  • l’emarginazione e il travaglio delle persone transgender (The danish girl);
  • la violenza sessuale nei campus universitari statunitensi (documentario The hunting ground con canzone in nomination cantata da Lady Gaga insieme a vittime di violenza con scritte sulle braccia, dopo il discorso del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden);
  • l’emancipazione delle persone lgbt (discorso di Sam Smith, vincitore con la canzone Writing’s on the wall per il film Spectre);
  • la guerra in Afghanistan (film danese A war);
  • la shoah (film vincitore ungherese Il figlio di Saul e documentario Claude Lanzmann: spectres of the shoah);
  • l’oppressione delle donne nella Turchia rurale (Mustang);
  • il disagio mentale di un reduce del Vietnam afroamericano senza assistenza sanitaria (documentario corto Last day of freedom);
  • gli omicidi delle donne pachistane considerate impure o immorali (documentario corto vincitore A girl in the river: the price of forgiveness);
  • la condizione di un ragazzo vietnamita deforme per via dell’agente arancio usato dagli statunitensi durante la guerra (documentario Chau, beyond the lines);
  • l’epidemia di ebola in Liberia (documentario Body team 12);
  • la rivoluzione ucraina (documentario Winter on fire: Ukraine’s fight for freedom);
  • il genocidio in Indonesia (documentario The look of silence);
  • la guerra dei cartelli del narcotraffico (documentario Cartel land);
  • il maccartismo (L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo);
  • il riscaldamento globale (discorso di Leonardo DiCaprio).

Potrei avere dimenticato qualcosa.

Resta il fatto che la cerimonia degli Oscar soffre di moralismo cronico e, quando non c’è l’antidoto del sarcasmo, a questo si aggiunge il difetto di prendersi tremendamente sul serio. Ovviamente è sciocco pensare che anche i buoni sentimenti e le giuste cause siano sempre e solo retorica vuota e ipocrita, perché una delle ragioni per cui compiamo quelle che definiremmo buone azioni, cioè in sostanza azioni per il bene comune o di altri diversi da noi e dai nostri cari, è anche legato al nostro condividere questi temi con i nostri simili e sentirci più giusti e belli quando li abbracciamo. Ma questo meccanismo va mostrato, va messo in crisi, perché funzioni e non crolli su sé stesso in una spirale narcisistica.

Gli attori diventano corpo sacro di questa voglia di sacrificio, di espiazione della colpa, di lavaggio della coscienza

sLe ricadute più assurde di questa impostazione moralistica spettacolare sono state due. La prima è quella per cui il tema femminista che percorre sottilmente un grande film come Mad Max: fury road sia stato offuscato da altre impostazioni etiche più smaccate, più sottolineate, meno divertite nell’esposizione. Per questa ragione il film di George Miller si è fermato al montaggio nell’ascesa verso gli Oscar principali, mentre Revenant ha goduto della violenza della sua retorica etnica, etica, storica e sociale, contro tutti i ricchi, bianchi e potenti, a favore dei nativi, poveri e oppressi.

E poi c’è il tema degli attori, che diventano corpo sacro di questa voglia di sacrificio, di espiazione della colpa, di lavaggio della coscienza rispetto a tutti i soprusi e le sopraffazioni della storia. Un tempo bastava il dolore morale, bastavano le “parti drammatiche” per vincere degli Oscar. Da qualche anno a questa parte bisogna soffrire nella carne, bisogna avere handicap fisici gravi, essere feriti, a terra, morti e risorti. Così (al di là del merito maturato da DiCaprio in decine di film, primo fra tutti The wolf of Wall street) strisciare nella neve grugnendo per tre ore finisce per meritare il più grande dei riconoscimenti.

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