Internazionale

giovedì 24 luglio 2014 aggiornato alle 14.50

Opinioni »

Lee Marshall

Lee Marshall è un giornalista britannico che si occupa di viaggi e cinema. Collabora con Condé Nast Traveller, Screen International e altre testate. In Italia dal 1984, vive a Città della Pieve, in provincia di Perugia. Scrive questo blog per Internazionale.

Una deludente meraviglia

  • 3 settembre 2012
  • 11.00

Qualcuno dovrebbe costringere Terrence Malick a rivedersi La rabbia giovane (Badlands), il suo esordio del 1973. In quello che è uno dei più bei film americani di un decennio che ha sfornato tanti bei film, il regista texano raccontava la storia di una coppia di giovani killer in fuga.

Senza grandi qualità, e più dipendenti l’una dall’altro che non innamorati, i due erano interpretati da Martin Sheen e Sissy Spacek, attori allora in pienissima forma. Usando come strumento narrativo la voce del personaggio di Spacek, che parla come una bambina che scrive il suo diario e non capisce niente di quello che le sta accadendo intorno, Malick arriva a parlare per contrappunto della vita e della morte, della grandezza della natura e della piccolezza umana.

In To the wonder, passato domenica in concorso a Venezia, Malick tratta sempre questi temi. Ma non lo fa più affidandosi al contrappunto. Anzi, lo fa in un modo che gli sceneggiatori americani chiamano on the nose. “Sul naso” è il difetto di quei dialoghi troppo ovvi che non lasciano lavorare il pubblico. Per esempio, quando un personaggio sembra triste, non dovrebbe mai dire “sono triste” (se invece sembra felice, allora è permesso che lui o lei ci sorprenda dicendo “sono triste”).

Come già in The tree of life, in To the wonder Malick pratica una specie di on the nose esistenziale. La trama – appena schizzata in un film montato in modo impressionistico – ruota intorno al personaggio (mai nominato) di Ben Affleck, un uomo piuttosto assente che non riesce a scegliere tra due donne, una bella francese e una bella americana. Ma Malick non s’interessa più di personaggi; s’interessa invece di tipi universali. Non s’interessa più di storie; s’interessa di fiabe morali, di parabole, di essenze.

Qui, le varie voci fuori campo fanno domande cosmiche (“Cosa sappiamo quaggiù?”) sullo sfondo di tramonti, fondali marini o il monastero di Mont St Michel – che una volta, in francese, era soprannominato La Merveille (la meraviglia, the wonder). Oppure le voci fuori campo azionano delle leve drammatiche altrimenti invisibili: a un certo punto la voce della bella francese, interpretata con troppe smorfie da Olga Kuryenko, dice “We fight” – combattiamo – e guarda caso, nella scena che segue vediamo lei è il suo uomo litigare. Sono solo io a trovare quest’uso della voce fuori campo un po’, diciamo, pigro? Non sarebbe stato meglio scrivere una sceneggiatura decente?

Come poesia sinfonica audiovisiva, To the wonder si lascia anche guardare, almeno a tratti. La fotografia è lirica, la colonna sonora di rara delicatezza. Ma alla fine questo è un montaggio, non un film. Se questo è il sogno della vita, preferisco dormire. Però è un sonno triste (scusate la voce fuori campo troppo on the nose), perché per me, Malick era, una volta, uno dei grandi registi a livello mondiale, e La rabbia giovane è tuttora nella mia top ten cinematografica.

Vi lascio con Tu da Wanda, un mio omaggio a To the wonder e a Malick, girato domenica a Venezia e montato sull’iPhone in dieci minuti, tra una proiezione e l’altra. Forse vi svelerà il mistero della vita, forse no. Ma non chiedete a me di spiegarlo. Come il grande Terrence, sono quasi quarant’anni ormai che non faccio più interviste.

Qualcuno dovrebbe costringere Terrence Malick a rivedersi La rabbia giovane (Badlands), il suo esordio del 1973. In quello che è uno dei più bei film americani di un decennio che ha sfornato tanti bei film, il regista texano raccontava la storia di una coppia di giovani killer in fuga.

Senza grandi qualità, e più dipendenti l’una dall’altro che non innamorati, i due erano interpretati da Martin Sheen e Sissy Spacek, attori allora in pienissima forma. Usando come strumento narrativo la voce del personaggio di Spacek, che parla come una bambina che scrive il suo diario e non capisce niente di quello che le sta accadendo intorno, Malick arriva a parlare per contrappunto della vita e della morte, della grandezza della natura e della piccolezza umana.

In To the wonder, passato domenica in concorso a Venezia, Malick tratta sempre questi temi. Ma non lo fa più affidandosi al contrappunto. Anzi, lo fa in un modo che gli sceneggiatori americani chiamano on the nose. “Sul naso” è il difetto di quei dialoghi troppo ovvi che non lasciano lavorare il pubblico. Per esempio, quando un personaggio sembra triste, non dovrebbe mai dire “sono triste” (se invece sembra felice, allora è permesso che lui o lei ci sorprenda dicendo “sono triste”).

Come già in The tree of life, in To the wonder Malick pratica una specie di on the nose esistenziale. La trama – appena schizzata in un film montato in modo impressionistico – ruota intorno al personaggio (mai nominato) di Ben Affleck, un uomo piuttosto assente che non riesce a scegliere tra due donne, una bella francese e una bella americana. Ma Malick non s’interessa più di personaggi; s’interessa invece di tipi universali. Non s’interessa più di storie; s’interessa di fiabe morali, di parabole, di essenze.

Qui, le varie voci fuori campo fanno domande cosmiche (“Cosa sappiamo quaggiù?”) sullo sfondo di tramonti, fondali marini o il monastero di Mont St Michel – che una volta, in francese, era soprannominato La Merveille (la meraviglia, the wonder). Oppure le voci fuori campo azionano delle leve drammatiche altrimenti invisibili: a un certo punto la voce della bella francese, interpretata con troppe smorfie da Olga Kuryenko, dice “We fight” – combattiamo – e guarda caso, nella scena che segue vediamo lei è il suo uomo litigare. Sono solo io a trovare quest’uso della voce fuori campo un po’, diciamo, pigro? Non sarebbe stato meglio scrivere una sceneggiatura decente?

Come poesia sinfonica audiovisiva, To the wonder si lascia anche guardare, almeno a tratti. La fotografia è lirica, la colonna sonora di rara delicatezza. Ma alla fine questo è un montaggio, non un film. Se questo è il sogno della vita, preferisco dormire. Però è un sonno triste (scusate la voce fuori campo troppo on the nose), perché per me, Malick era, una volta, uno dei grandi registi a livello mondiale, e La rabbia giovane è tuttora nella mia top ten cinematografica.

Vi lascio con Tu da Wanda, un mio omaggio a To the wonder e a Malick, girato domenica a Venezia e montato sull’iPhone in dieci minuti, tra una proiezione e l’altra. Forse vi svelerà il mistero della vita, forse no. Ma non chiedete a me di spiegarlo. Come il grande Terrence, sono quasi quarant’anni ormai che non faccio più interviste.

  1. Precedente
  2. Successivo

Leggi anche

Commenti

In copertina

Gaza, luglio 2014

Gaza, luglio 2014

Gli articoli di Sharif Abdel Kouddous, Amira Hass, Elias Khoury e Nicola Perugini.

Articoli di

  1. Ala al Aswani
  2. Tito Boeri
  3. Ferdinando Boero
  4. Michael Braun
  5. Pier Andrea Canei
  6. Manuel Castells
  7. Christian Caujolle
  8. Noam Chomsky
  9. Li Datong
  10. Giovanni De Mauro
  11. Tullio De Mauro
  12. Boubacar Boris Diop
  13. Louise Doughty
  14. Doug Dyment
  15. Goffredo Fofi
  16. John Foot
  17. Keith Gessen
  18. Claudio Giunta
  19. Beppe Grillo
  20. Bernard Guetta
  21. Tim Harford
  22. Pierre Haski
  23. Amira Hass
  24. Leo Hickman
  25. Christopher Hitchens
  26. Nick Hornby
  27. Jason Horowitz
  28. Will Hutton
  29. Zuhair al Jezairy
  30. Tobias Jones
  31. Eric Jozsef
  32. Alex Kapranos
  33. Paul Kennedy
  34. Rami Khouri
  35. Elias Khoury
  36. Sivan Kotler
  37. Paul Krugman
  38. Gideon Levy
  39. Farhad Manjoo
  40. Lee Marshall
  41. Tomás Eloy Martínez
  42. Giuliano Milani
  43. Wu Ming
  44. Gerhard Mumelter
  45. Loretta Napoleoni
  46. Jonathan Nossiter
  47. Anahad O’Connor
  48. Laurie Penny
  49. Pia Pera
  50. Anna Politkovskaja
  51. Mark Porter
  52. David Randall
  53. Ahmed Rashid
  54. Philippe Ridet
  55. David Rieff
  56. Claudio Rossi Marcelli
  57. Arundhati Roy
  58. Olivier Roy
  59. Milana Runjic
  60. Elif Şafak
  61. Yoani Sánchez
  62. Dan Savage
  63. Andrew Sullivan
  64. James Surowiecki
  65. Annamaria Testa
  66. José I. Torreblanca
  67. Natalia Viana
  68. Juan Villoro
  69. Binyavanga Wainaina
  70. Tony Wheeler
  71. Slavoj Žižek
  72. Giulia Zoli