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Lee Marshall

Lee Marshall è un giornalista britannico che si occupa di viaggi e cinema. Collabora con Condé Nast Traveller, Screen International e altre testate. In Italia dal 1984, vive a Città della Pieve, in provincia di Perugia. Scrive questo blog per Internazionale.

Una deludente meraviglia

  • 3 settembre 2012
  • 11.00

Qualcuno dovrebbe costringere Terrence Malick a rivedersi La rabbia giovane (Badlands), il suo esordio del 1973. In quello che è uno dei più bei film americani di un decennio che ha sfornato tanti bei film, il regista texano raccontava la storia di una coppia di giovani killer in fuga.

Senza grandi qualità, e più dipendenti l’una dall’altro che non innamorati, i due erano interpretati da Martin Sheen e Sissy Spacek, attori allora in pienissima forma. Usando come strumento narrativo la voce del personaggio di Spacek, che parla come una bambina che scrive il suo diario e non capisce niente di quello che le sta accadendo intorno, Malick arriva a parlare per contrappunto della vita e della morte, della grandezza della natura e della piccolezza umana.

In To the wonder, passato domenica in concorso a Venezia, Malick tratta sempre questi temi. Ma non lo fa più affidandosi al contrappunto. Anzi, lo fa in un modo che gli sceneggiatori americani chiamano on the nose. “Sul naso” è il difetto di quei dialoghi troppo ovvi che non lasciano lavorare il pubblico. Per esempio, quando un personaggio sembra triste, non dovrebbe mai dire “sono triste” (se invece sembra felice, allora è permesso che lui o lei ci sorprenda dicendo “sono triste”).

Come già in The tree of life, in To the wonder Malick pratica una specie di on the nose esistenziale. La trama – appena schizzata in un film montato in modo impressionistico – ruota intorno al personaggio (mai nominato) di Ben Affleck, un uomo piuttosto assente che non riesce a scegliere tra due donne, una bella francese e una bella americana. Ma Malick non s’interessa più di personaggi; s’interessa invece di tipi universali. Non s’interessa più di storie; s’interessa di fiabe morali, di parabole, di essenze.

Qui, le varie voci fuori campo fanno domande cosmiche (“Cosa sappiamo quaggiù?”) sullo sfondo di tramonti, fondali marini o il monastero di Mont St Michel – che una volta, in francese, era soprannominato La Merveille (la meraviglia, the wonder). Oppure le voci fuori campo azionano delle leve drammatiche altrimenti invisibili: a un certo punto la voce della bella francese, interpretata con troppe smorfie da Olga Kuryenko, dice “We fight” – combattiamo – e guarda caso, nella scena che segue vediamo lei è il suo uomo litigare. Sono solo io a trovare quest’uso della voce fuori campo un po’, diciamo, pigro? Non sarebbe stato meglio scrivere una sceneggiatura decente?

Come poesia sinfonica audiovisiva, To the wonder si lascia anche guardare, almeno a tratti. La fotografia è lirica, la colonna sonora di rara delicatezza. Ma alla fine questo è un montaggio, non un film. Se questo è il sogno della vita, preferisco dormire. Però è un sonno triste (scusate la voce fuori campo troppo on the nose), perché per me, Malick era, una volta, uno dei grandi registi a livello mondiale, e La rabbia giovane è tuttora nella mia top ten cinematografica.

Vi lascio con Tu da Wanda, un mio omaggio a To the wonder e a Malick, girato domenica a Venezia e montato sull’iPhone in dieci minuti, tra una proiezione e l’altra. Forse vi svelerà il mistero della vita, forse no. Ma non chiedete a me di spiegarlo. Come il grande Terrence, sono quasi quarant’anni ormai che non faccio più interviste.

Qualcuno dovrebbe costringere Terrence Malick a rivedersi La rabbia giovane (Badlands), il suo esordio del 1973. In quello che è uno dei più bei film americani di un decennio che ha sfornato tanti bei film, il regista texano raccontava la storia di una coppia di giovani killer in fuga.

Senza grandi qualità, e più dipendenti l’una dall’altro che non innamorati, i due erano interpretati da Martin Sheen e Sissy Spacek, attori allora in pienissima forma. Usando come strumento narrativo la voce del personaggio di Spacek, che parla come una bambina che scrive il suo diario e non capisce niente di quello che le sta accadendo intorno, Malick arriva a parlare per contrappunto della vita e della morte, della grandezza della natura e della piccolezza umana.

In To the wonder, passato domenica in concorso a Venezia, Malick tratta sempre questi temi. Ma non lo fa più affidandosi al contrappunto. Anzi, lo fa in un modo che gli sceneggiatori americani chiamano on the nose. “Sul naso” è il difetto di quei dialoghi troppo ovvi che non lasciano lavorare il pubblico. Per esempio, quando un personaggio sembra triste, non dovrebbe mai dire “sono triste” (se invece sembra felice, allora è permesso che lui o lei ci sorprenda dicendo “sono triste”).

Come già in The tree of life, in To the wonder Malick pratica una specie di on the nose esistenziale. La trama – appena schizzata in un film montato in modo impressionistico – ruota intorno al personaggio (mai nominato) di Ben Affleck, un uomo piuttosto assente che non riesce a scegliere tra due donne, una bella francese e una bella americana. Ma Malick non s’interessa più di personaggi; s’interessa invece di tipi universali. Non s’interessa più di storie; s’interessa di fiabe morali, di parabole, di essenze.

Qui, le varie voci fuori campo fanno domande cosmiche (“Cosa sappiamo quaggiù?”) sullo sfondo di tramonti, fondali marini o il monastero di Mont St Michel – che una volta, in francese, era soprannominato La Merveille (la meraviglia, the wonder). Oppure le voci fuori campo azionano delle leve drammatiche altrimenti invisibili: a un certo punto la voce della bella francese, interpretata con troppe smorfie da Olga Kuryenko, dice “We fight” – combattiamo – e guarda caso, nella scena che segue vediamo lei è il suo uomo litigare. Sono solo io a trovare quest’uso della voce fuori campo un po’, diciamo, pigro? Non sarebbe stato meglio scrivere una sceneggiatura decente?

Come poesia sinfonica audiovisiva, To the wonder si lascia anche guardare, almeno a tratti. La fotografia è lirica, la colonna sonora di rara delicatezza. Ma alla fine questo è un montaggio, non un film. Se questo è il sogno della vita, preferisco dormire. Però è un sonno triste (scusate la voce fuori campo troppo on the nose), perché per me, Malick era, una volta, uno dei grandi registi a livello mondiale, e La rabbia giovane è tuttora nella mia top ten cinematografica.

Vi lascio con Tu da Wanda, un mio omaggio a To the wonder e a Malick, girato domenica a Venezia e montato sull’iPhone in dieci minuti, tra una proiezione e l’altra. Forse vi svelerà il mistero della vita, forse no. Ma non chiedete a me di spiegarlo. Come il grande Terrence, sono quasi quarant’anni ormai che non faccio più interviste.

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