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Michael Braun

Michael Braun è corrispondente del quotidiano berlinese Die Tageszeitung e della radio pubblica tedesca.

Letteratura in Barbagia

  • 6 luglio 2012
  • 15.21
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I due autori sul podio hanno appena concluso i loro discorsi sulla felicità e subito si accende la discussione. Antonio Pascale, intellettuale noto per le sue apparizioni in tv, prende di mira il sociologo tedesco Meinhard Miegel. Le sue proposte per la decrescita non sarebbero altro, s’infervora Pascale, che il tentativo di tenere i paesi più arretrati in un eterno stato di povertà. Miegel respinge questa interpretazione con toni sobri, mentre 1.300 persone sulla piazza ascoltano concentrate.

Scene da un festival letterario, a ben vedere niente di strano, se non fosse per il posto in cui ha luogo la disputa: Gavoi. Il paesino, 2.800 abitanti, si trova fuori dal mondo, al centro della Sardegna. Già gli antichi romani evitavano la Barbagia, e ancora oggi Gavoi – a due passi da Orgosolo e dal Supramonte – si trova in una zona famosa soprattutto per vecchie storie di banditismo. Nonostante il suo centro storico dominato dal colore chiaro delle vecchie case dalle mura in granito e nonostante paesaggi verdissimi di boschi di lecci e sugheri, pochi forestieri trovano la strada per Gavoi, se non durante il primo fine settimana di luglio, quando il paesino barbaricino ospita uno dei festival letterari più straordinari d’Italia.

Sono le cinque del pomeriggio, incombe il prossimo incontro su “storie di altri luoghi”, ma gli ospiti non hanno bisogno di una cartina per trovare la piazza. Basta seguire il suono delle launeddas, gli antichi flauti sardi, le cui melodie arrivano da lontano. Giovani musicisti sardi introducono ogni incontro dell’Isola delle storie (questo il titolo del festival), ma la musica (bellissima) non è incentrata sul folclore regionale e nemmeno su evocazioni kitsch di “sardità”.

Autori da tutta Italia, ma anche dalla Polonia, dalla Romania, dall’Austria discutono le loro opere, penne da best seller mondiali come l’americana Tess Gerritsen si trovano fianco a fianco con giovani esordienti come il romano Sandro Bonvissuto. E grazie all’impegno dell’Istituto Goethe sono presenti diversi autori tedeschi: Miegel, F.C. Delius, famoso in patria fin dal 1968, o il giallista Peter Probst. Ma nessuno, tra stranieri e italiani, si deve preoccupare del suo grado di notorietà: a Gavoi lo star system è radicalmente abolito.

Nei bar, al banco del pecorino o ai tavoli lungo le strade, dove centinaia di persone prendono posto a pranzo e a cena: chiunque sia salito su uno dei palcoscenici può essere sicuro che qualcuno dei gavoiesi gli rivolgerà immediatamente la parola, senza timori reverenziali, e cominci subito una discussione. Peter Probst ha passato un mese a Gavoi, grazie all’invito del festival e dell’Istituto Goethe, come autore residente e, mentre si accinge a presentare il suo ultimo giallo Nel nome della croce, spiega il suo stupore: “Pensavo di trovare una situazione più o meno conosciuta, visto che vivo in un piccolo paese di tremila persone, in Baviera. Ma lì in 22 anni nessuno mai mi ha invitato a casa sua, mentre qui a Gavoi ho avuto moltissimi inviti. In tutto il mese non sono riuscito a pagare nemmeno un caffè: per me questa gentilezza, questo calore sono un’esperienza strabiliante”. Mentre parla lo saluta un sonoro “Ciao Peter” dall’altro lato della strada, urlato da quattro ragazzi.

Poco più tardi rivediamo i ragazzi all’incontro successivo, accanto a vecchiette di ottant’anni, con le facce scavate dal tempo e dal sole. Tutto il paese è presente e chi non può venire partecipa lo stesso. “L’ho vista ieri, sul computer, in live streaming”, fa l’edicolante al giornalista famoso. E comincia un’animata discussione. Nessuno qui è più importante di un altro: è questo il messaggio che i gavoiesi, in modi amabilissimi, danno ai loro ospiti intellettuali. Una regola che vale anche per le due persone forse più note tra gli animatori del festival, Michela Murgia e Marcello Fois, che sono trattati con grande amicizia, anche con amore, ma con nessuna deferenza.

“Alcuni anni fa un’amica sarda insistette che dovevo venire al festival”, racconta Susanne Höhn, direttrice degli Istituti Goethe in Italia, “ma non ne avevo molta voglia, non mi aspettavo niente di particolare. Poi, però, sono stata entusiasta”. Entusiasta per esempio del fatto che il festival, dopo giornate intere di dibattiti seri e profondi, si trasformi in una grande festa, a tarda sera, durante l’incontro “Il mirto con l’autore”. Gli autori, uno dopo l’altro, sono chiamati sul palcoscenico per sottoporsi a un severo interrogatorio da parte di Marcello Fois. Fois estorce confessioni di fallimenti, di piccole gaffes e grandi brutte figure. La giuria è composta dagli spettatori e solo chi, con una confessione abbastanza imbarazzante, conquista il loro gradimento si guadagna un bicchiere di mirto. Ma alla fine, a notte fonda, dopo grasse risate dissacranti, tutti quanti, in duemila, ci si trova con il bicchiere in mano, brindando agli autori, a Gavoi e alla prossima edizione del festival, la decima.

I due autori sul podio hanno appena concluso i loro discorsi sulla felicità e subito si accende la discussione. Antonio Pascale, intellettuale noto per le sue apparizioni in tv, prende di mira il sociologo tedesco Meinhard Miegel. Le sue proposte per la decrescita non sarebbero altro, s’infervora Pascale, che il tentativo di tenere i paesi più arretrati in un eterno stato di povertà. Miegel respinge questa interpretazione con toni sobri, mentre 1.300 persone sulla piazza ascoltano concentrate.

Scene da un festival letterario, a ben vedere niente di strano, se non fosse per il posto in cui ha luogo la disputa: Gavoi. Il paesino, 2.800 abitanti, si trova fuori dal mondo, al centro della Sardegna. Già gli antichi romani evitavano la Barbagia, e ancora oggi Gavoi – a due passi da Orgosolo e dal Supramonte – si trova in una zona famosa soprattutto per vecchie storie di banditismo. Nonostante il suo centro storico dominato dal colore chiaro delle vecchie case dalle mura in granito e nonostante paesaggi verdissimi di boschi di lecci e sugheri, pochi forestieri trovano la strada per Gavoi, se non durante il primo fine settimana di luglio, quando il paesino barbaricino ospita uno dei festival letterari più straordinari d’Italia.

Sono le cinque del pomeriggio, incombe il prossimo incontro su “storie di altri luoghi”, ma gli ospiti non hanno bisogno di una cartina per trovare la piazza. Basta seguire il suono delle launeddas, gli antichi flauti sardi, le cui melodie arrivano da lontano. Giovani musicisti sardi introducono ogni incontro dell’Isola delle storie (questo il titolo del festival), ma la musica (bellissima) non è incentrata sul folclore regionale e nemmeno su evocazioni kitsch di “sardità”.

Autori da tutta Italia, ma anche dalla Polonia, dalla Romania, dall’Austria discutono le loro opere, penne da best seller mondiali come l’americana Tess Gerritsen si trovano fianco a fianco con giovani esordienti come il romano Sandro Bonvissuto. E grazie all’impegno dell’Istituto Goethe sono presenti diversi autori tedeschi: Miegel, F.C. Delius, famoso in patria fin dal 1968, o il giallista Peter Probst. Ma nessuno, tra stranieri e italiani, si deve preoccupare del suo grado di notorietà: a Gavoi lo star system è radicalmente abolito.

Nei bar, al banco del pecorino o ai tavoli lungo le strade, dove centinaia di persone prendono posto a pranzo e a cena: chiunque sia salito su uno dei palcoscenici può essere sicuro che qualcuno dei gavoiesi gli rivolgerà immediatamente la parola, senza timori reverenziali, e cominci subito una discussione. Peter Probst ha passato un mese a Gavoi, grazie all’invito del festival e dell’Istituto Goethe, come autore residente e, mentre si accinge a presentare il suo ultimo giallo Nel nome della croce, spiega il suo stupore: “Pensavo di trovare una situazione più o meno conosciuta, visto che vivo in un piccolo paese di tremila persone, in Baviera. Ma lì in 22 anni nessuno mai mi ha invitato a casa sua, mentre qui a Gavoi ho avuto moltissimi inviti. In tutto il mese non sono riuscito a pagare nemmeno un caffè: per me questa gentilezza, questo calore sono un’esperienza strabiliante”. Mentre parla lo saluta un sonoro “Ciao Peter” dall’altro lato della strada, urlato da quattro ragazzi.

Poco più tardi rivediamo i ragazzi all’incontro successivo, accanto a vecchiette di ottant’anni, con le facce scavate dal tempo e dal sole. Tutto il paese è presente e chi non può venire partecipa lo stesso. “L’ho vista ieri, sul computer, in live streaming”, fa l’edicolante al giornalista famoso. E comincia un’animata discussione. Nessuno qui è più importante di un altro: è questo il messaggio che i gavoiesi, in modi amabilissimi, danno ai loro ospiti intellettuali. Una regola che vale anche per le due persone forse più note tra gli animatori del festival, Michela Murgia e Marcello Fois, che sono trattati con grande amicizia, anche con amore, ma con nessuna deferenza.

“Alcuni anni fa un’amica sarda insistette che dovevo venire al festival”, racconta Susanne Höhn, direttrice degli Istituti Goethe in Italia, “ma non ne avevo molta voglia, non mi aspettavo niente di particolare. Poi, però, sono stata entusiasta”. Entusiasta per esempio del fatto che il festival, dopo giornate intere di dibattiti seri e profondi, si trasformi in una grande festa, a tarda sera, durante l’incontro “Il mirto con l’autore”. Gli autori, uno dopo l’altro, sono chiamati sul palcoscenico per sottoporsi a un severo interrogatorio da parte di Marcello Fois. Fois estorce confessioni di fallimenti, di piccole gaffes e grandi brutte figure. La giuria è composta dagli spettatori e solo chi, con una confessione abbastanza imbarazzante, conquista il loro gradimento si guadagna un bicchiere di mirto. Ma alla fine, a notte fonda, dopo grasse risate dissacranti, tutti quanti, in duemila, ci si trova con il bicchiere in mano, brindando agli autori, a Gavoi e alla prossima edizione del festival, la decima.

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