Pedalando sul mondo
- 12 novembre 2011
- 15.00
1. Fabrizio Cammarata & the Second Grace, Me and the rain
Beati quelli che trovano il reggae nella pioggia; beati gli italiani che la spuntano nel mondo. Se ci sono di mezzo buone chitarre, un sound caldo e canzoni alla californiana con dentro il mondo, è meglio. Beato Fabrizio Cammarata, da Palermo, perché ha portato a spasso la sua band a incidere Room, tra Sicilia, New York, Portland, Tucson e Kingston, e per averci ficcato dentro anche due tizi dei Calexico, un pezzo di Cuba, tabla indiane e afflati africani. L’inglese come lingua straniera è melanzana connection, parte del fascino.
2. Gnut, Interno notte
Un po’ parallelamente, si può anche fare come Claudio Domestico: crescere a Napoli (che raramente fa male alla musicalità, diciamolo) e aggirare il vicolo neomelodico, mettere insieme una band, ascoltare le musiche del Mali, frequentare i 24grana, incontrare un produttore come Piers Faccini, andare controvento e battezzare Il rumore della luce un album di buona scrittura, luci soffuse, sfoghi delicatissimi, violini di Mauro Pagani, blues e notti, buio e corde, e mettere in coda all’ultimo pezzo un minuto di cicale, ah sarebbe il rumore del calore?
3. Dalida, Stivaletti rossi
Contro il logorio causato dal maschio moderno, il meglio è dire: “Siete pronti, stivaletti? In marcia”, prendere e pedalare e non voltarsi più. Almeno, secondo una delle pop song perfette di sempre, These boots are made for walking del cowboy gotico Lee Hazlewood. E quanto era sfiziosa questa versione italiana dalla sublime swinging diva Dalida, annata 1967? Che malinconia, se ne sono andati, lei e Lee; e siamo rimasti soli qui, con le nostre confuse memorie di anni settanta e di 127 sport verdi, e la colonna sonora della Kryptonite nella borsa.
Internazionale, numero 923, 11 novembre 2011