È un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro è Dalla tragedia alla farsa (Ponte alle grazie 2010).
È il successo del capitalismo a rendere inutile un numero sempre maggiore di lavoratori: l’opportunità di essere sfruttati viene percepita come un privilegio.
La questione della libertà non riguarda solo le elezioni, l’indipendenza della magistratura, l’informazione o il rispetto dei diritti umani. Bisogna cambiare i rapporti sociali di produzione.
L’autogiustificazione ideologica dell’estremista di destra norvegese Anders Behring Breivik, l’assassino di Utøya, è la lucida esposizione della crisi europea.
Per uscire dall’impasse bisogna impegnarsi in un progetto positivo universale condiviso da tutti. Le battaglie possibili in questo senso sono molte, dall’ecologia all’economia.
Gli occidentali chiedono una transizione “nel rispetto delle leggi”, come se Mubarak avesse avuto a cuore i diritti civili.
Una delle cose che colpisce di più, nelle rivolte scoppiate in Tunisia e in Egitto, è l’evidente assenza del fondamentalismo islamico.
Stiamo entrando in un’epoca in cui un certo stato di emergenza economica sta diventando permanente.
Bisogna fare di più. Non sono contrario alla beneficenza in astratto. È meglio di niente. Dobbiamo però essere consapevoli che contiene un elemento di ipocrisia.
L’espulsione dalla Francia dei rom ha suscitato vivaci proteste. Eppure le espulsioni continuano e sono solo la punta di un iceberg della politica europea.
La sinistra ha bisogno di un Dio che “si è fatto uomo” fino in fondo, un compagno che non solo non esiste, ma ne è perfettamente consapevole e accetta la propria eliminazione.
L’umanità dovrebbe prepararsi a vivere in un modo più “plastico” e nomade: alcuni cambiamenti nell’ambiente possono imporre trasformazioni sociali senza precedenti.
Come fanno i brasiliani ad avere un’economia in crescita, il debito sotto controllo e la disoccupazione in calo?