Teheran, maggio 2014. (Samuel Zuder, Laif/Contrasto)
Teheran, maggio 2014.
  • 12 Dic 2015 11.24

L’Iran è una miniera d’oro per le aziende italiane

12 dicembre 2015 11:24

La spiegazione sta tutta in un grafico. Le linee colorate rappresentano la popolazione dell’Iran, la crescita economica, le importazioni e le esportazioni, e vanno tutte verso l’alto in modo costante da vent’anni.

Fino al 2010: poi le linee dell’attività economica vanno giù in picchiata, crollano le esportazioni di petrolio, la crescita è stagnante e anche il commercio con l’estero. In quell’anno infatti gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno approvato le sanzioni contro l’Iran, l’embargo sul petrolio e poi sulle transazioni bancarie; intorno al paese si è formata una barriera quasi insuperabile.

Nell’ultimo anno però c’è stato qualche segno di ripresa. E il potenziale è alto: l’Iran conta 78 milioni di abitanti, di cui due terzi hanno meno di 35 anni; il livello medio d’istruzione è alto. “Abbiamo di fronte anni di crescita: investire qui è una scommessa ragionevole”, dice Roberto Masarin, l’autore del grafico. Lui sull’Iran ci scommette già da tempo: ingegnere, è specializzato in “localizzazione produttiva” (significa mettere in piedi aziende italiane in giro per il mondo) e dal 2007 ha “localizzato” in Iran due piccole ditte emiliane, impianti a gas gpl la prima, caldaie a gas la seconda. Dell’Iran parla con entusiasmo: paese giovane, dinamico, pieno di competenze professionali, “un paese che vuole crescere”.

L’ingegner Masarin non è il solo a puntare sul mercato iraniano. A fine novembre ha fatto notizia a Teheran l’arrivo di una delegazione di 370 imprenditori italiani in rappresentanza di 180 piccole e medie aziende e 12 banche, con il viceministro allo sviluppo economico Carlo Calenda e i dirigenti di Confindustria, dell’Istituto del commercio estero (Ice), l’Associazione banche italiane e la Sace, cioè l’istituzione finanziaria che garantisce il credito per gli investimenti all’estero.

Due giorni di lavori, quattro memorandum d’intesa, discorsi sulla lunga storia delle relazioni economico-commerciali tra l’Iran e l’Italia, seminari di settore – meccanica, automotive (l’industria automobilistica e il suo indotto), biomedico, energie alternative, edilizia. Soprattutto, decine di incontri business to business: italiani in cerca di nuovi mercati e iraniani in cerca di investitori.

Una gigantesca sala con tavolini e centinaia di persone che si scambiano biglietti da visita e profili aziendali. Tutti pronti a “raccogliere il frutto di un’atmosfera più distesa” nelle relazioni internazionali, ha detto il ministro dell’industria iraniano Mohammad Reza Nematzadeh, nel suo discorso di benvenuto nel centro congressi della Torre Milad, che pare un disco volante posato su un ago e guarda dall’alto la capitale iraniana. Ovvero: tutti pronti al giorno in cui cadranno le sanzioni all’Iran.

Tutti aspettano il 14 gennaio, il giorno in cui le sanzioni economiche cominceranno a cadere

L’accordo sul programma nucleare, firmato il 14 luglio tra Teheran e il gruppo dei cinque più uno (i membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu e la Germania) non ha solo ridisegnato la scena geopolitica in Medio Oriente: avrà un notevole impatto in termini economici. Tutti aspettano il 14 gennaio, o comunque i primissimi mesi del 2016, quando le Nazioni Unite dichiareranno che l’Iran ha rispettato gli impegni e ridotto le sue attività atomiche. Sarà l’implementation day, giorno dell’applicazione degli accordi, e le sanzioni economiche cominceranno a cadere.

Via l’embargo su petrolio, gas e prodotti petrolchimici e tutte le tecnologie relative; via le restrizioni sul commercio di oro, diamanti e metalli preziosi; l’Iran rientrerà nel sistema Swift, che garantisce i trasferimenti tra banche. Tra un mese o due un paese popoloso e istruito, grande produttore di idrocarburi, rientrerà nell’economia globale. Nel primo decennio del 2000 l’Iran cresceva del 5 per cento annuo secondo la Banca mondiale; finito il grande gelo, per l’anno prossimo si prevede una crescita fino al 6 per cento. Per un’Europa alla disperata ricerca di mercati, l’attrattiva è forte.

Non c’è solo petrolio

Ecco perché a Teheran si susseguono le delegazioni commerciali: e quella italiana è la più numerosa finora. Prima delle sanzioni l’Italia era il secondo partner europeo dell’Iran, dopo la Germania: nel 2011 l’intercambio (somma di importazioni ed esportazioni) aveva toccato il massimo storico, sette miliardi di euro. Crollato con le sanzioni (nel 2013 il minimo, 1,2 miliardi), ha cominciato lentamente a risalire l’anno successivo (sono dati della Camera di commercio italoiraniana). Quest’anno (da gennaio a luglio) ha raggiunto i 959 milioni, segnala l’Ice. L’Italia importa dall’Iran soprattutto petrolio, e vi esporta soprattutto macchinari.

Il petrolio resta la base dell’economia iraniana; costituisce circa l’80 per cento dell’export ed è la prima fonte di reddito dello stato (tra il 40 e il 70 per cento, secondo i momenti). Ovvio che rilanciare l’estrazione sia il primo obiettivo di Teheran: le sanzioni hanno fatto crollare la produzione da 3,7 milioni di barili al giorno nel 2011 a 2,7 nel 2013 (quando l’Iran ha esportato meno di 800mila barili al giorno).

L’obiettivo del governo è tornare entro l’anno al livello precedente alle sanzioni e poi salire, nei prossimi cinque anni a 5,7 milioni di barili al giorno. Ma ha bisogno d’investimenti per ammodernare gli impianti: il noto economista Saeed Leylaz mi parla di 250 miliardi di dollari di “deficit” di investimenti nel settore petrolifero. Per questo il governo iraniano sta elaborando un nuovo modello di contratto da proporre alle compagnie petrolifere straniere (una prima bozza è stata presentata a Teheran giorni fa).

Nel mausoleo dell’ayatollah Khomeini, a Teheran, ottobre 2013.

Poi però c’è tutto il resto. Il ministro Nematzadeh dice che il suo governo vuole investire 15 miliardi di euro nei prossimi anni nei trasporti: aeroporti, porti, ferrovie. L’industria automobilistica, che costituisce il 10 per cento del prodotto interno lordo iraniano, ha grandi ambizioni; l’Iran ha sfornato 1,7 milioni di autoveicoli nell’anno 2014-2015 e vuole arrivare a tre milioni all’anno nel prossimo decennio. Le aziende Saipa e Iran Khodro avevano cominciato negli anni sessanta a produrre modelli francesi su licenza; poi hanno prodotto auto coreane, poi modelli propri, ora cercano nuovi partner. “L’Iran ha materie prime e risorse umane”, continua il ministro.

“Come in Italia, qui il 90 per cento del tessuto economico è fatto di piccole e medie imprese”, ha detto il ministro Nematzadeh. E poi l’Iran non è solo il suo mercato interno, ha aggiunto: è uno snodo regionale, la base per raggiungere un mercato di tre o quattrocento milioni di consumatori nei vicini paesi del Medio Oriente e nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale.

Tra le maglie dell’embargo

Così d’improvviso l’Iran è corteggiato dalle imprese di tutta Europa. Nella competizione, l’Italia spera di far valere la sua storia: è stata il primo paese europeo a riprendere i contatti economici con l’Iran nel 1998, ricorda nel suo ufficio a Roma Luigi D’Agata, che presiede la Camera di commercio e dell’industria italoiraniana (creata nel 2000). “Le imprese italiane, soprattutto piccole e medie, hanno continuato a lavorare in Iran anche durante le sanzioni, pur tra grandi difficoltà”.

Già, l’embargo non ha bloccato proprio tutto. Le sanzioni dell’Onu riguardano una precisa lista di beni, tecnologie, alcune banche (e persone) strettamente legate alla proliferazione atomica, ma non le industrie civili. Così, anche quando Stati Uniti e Unione europea hanno messo sotto embargo petrolio e banche, molti hanno “tenuto”.

L’edilizia è in pieno boom: città satellite circondano la capitale per decine di chilometri

Prendiamo la Idreco, azienda di Pavia che produce impianti di desolforazione e depurazione di reflui industriali (per lo più del settore petrolchimico). In Iran ha due contratti, regolarmente autorizzati. La procedura prevede tre passaggi, spiega al telefono l’amministratore delegato Roberto Alpini. “Prima, bisogna certificare che il cliente iraniano non sia sotto embargo, né la ditta né le persone fisiche”, e il ministero dello sviluppo economico (Mise) ha un ufficio apposito per questo. Poi tutti i trasferimenti bancari vanno approvati dal ministero delle finanze (di solito passano per alcune casse di risparmio italiane e per conti bancari in paesi terzi, per esempio a Dubai).

“Il terzo passaggio è quello di certificare che i macchinari e i materiali non siano dual use”, cioè non possano avere un doppio uso: nell’industria civile, ma anche in quella nucleare a scopi militari. “Bisogna indicare i codici merceologici e aspettare: per progetti di piccole dimensioni dopo 28 giorni vale il silenzio-assenso, ma per i nostri impianti, roba da un milione di euro o più, serve l’autorizzazione esplicita”. L’intera procedura può prendere due o tre mesi, spiega Alpini. La fine delle sanzioni eliminerà molti passaggi, “ma torneranno anche le imprese multinazionali, aumenterà la concorrenza”. Alpini comunque si prepara ad aprire una sede a Teheran: l’Iran “è una miniera d’oro”.

Anche l’ingegner Masarin si è saputo muovere tra le sanzioni. Lo incontro con un gruppo di giornalisti italiani nello stabilimento Immergas a Qazvin, cittadina a nordovest di Teheran, 150 chilometri di autostrada a sei corsie attraverso una sequenza di aree industriali e nuove urbanizzazioni.

Già, l’edilizia è in pieno boom: città satellite circondano la capitale per decine di chilometri, blocchi di edifici si susseguono senza un centro apparente, spesso circondati dal nulla, città-dormitorio in attesa di crearsi intorno un po’ di verde, servizi. “Il governo iraniano ha promosso grandi progetti di edilizia popolare”, osserva Masarin, che già immagina uno scaldabagno per ogni nuovo appartamento.

Nel grand bazaar di Teheran, maggio 2014.

La sua ditta infatti produce caldaie (in camera chiusa, standard di sicurezza obbligatorio in Italia, ma una relativa novità in Iran) e offre anche la cogenerazione alimentata con l’energia solare e con il gas. Ha cominciato la produzione proprio nel 2011, quando le sanzioni cominciavano a farsi sentire (ma gli scaldabagni non rientrano nell’embargo). “Non siamo qui per delocalizzare e abbassare i costi di produzione rispetto all’Italia”, spiega Masarin. “Noi qui abbiamo fatto un investimento produttivo, una joint venture con partner locali, e produciamo per il mercato iraniano”. Immergas pars è una piccola impresa, 15 dipendenti, 80 caldaie al giorno, ed è parte del gruppo Immergas, che fa globalmente circa 300 milioni di euro di fatturato annuo. Il manager parla di risparmio energetico.

In Iran il prezzo dell’energia è controllato dallo stato attraverso le sovvenzioni, e anche se nel 2010 il governo ha cominciato a tagliare le sovvenzioni, la bolletta energetica degli iraniani resta tra le più basse al mondo: dopo gli ultimi rincari, la benzina costa 26 centesimi di euro al litro. Certo però prima o poi anche l’Iran dovrà investire in risparmio energetico, un’altra potenziale espansione del mercato.

Sarebbe un errore pensare che le sanzioni abbiano svuotato i negozi o fermato l’economia iraniana. “Non abbiamo smesso di comprare e vendere: abbiamo cambiato partner e destinazioni”, mi dice Fatemeh Moghimi. Prima iraniana alla guida di un’impresa di trasporti internazionali, Moghimi è anche la prima donna nel direttivo della Camera di commercio e dell’industria di Teheran, presiede l’Associazione delle imprenditrici (“ogni donna che entra in questo mondo è una pioniera”).

Le sanzioni, dice, “hanno danneggiato voi europei quanto noi iraniani, perché avete perso un mercato” a vantaggio di paesi come la Cina o la Turchia. “Per importare o esportare ogni semplice merce dobbiamo passare per paesi terzi”, spiega Moghimi, con un costo aggiuntivo che stima intorno al 25 per cento. “Così, se troviamo in Cina un macchinario di qualità accettabile, anche se non buono come quello che trovavamo in Germania o in Italia, è ovvio che ora lo compriamo dai cinesi”. Se gli europei vogliono tornare, conclude, sarà per la reciproca convenienza.

Chi ci mette i soldi?

L’importante è che gli italiani non vengano qui solo per vendere i loro prodotti, dice Saeed Leylaz, perché “l’Iran non ha soldi per comprarli. All’Iran servono investimenti”. L’economia iraniana non vuole comprare macchinari, vuole imprenditori che vengano qui a fabbricarli portando tecnologie.

Il credito verrà da banche italiane, con la garanzia della Sace. Anche qui si prepara la fine delle sanzioni. Il 30 novembre a Teheran il presidente della Sace Giovanni Castellaneta ha annunciato accordi di collaborazione con tre banche private iraniane (Pasargad, Parsian e Saman Bank) “per sostenere le imprese italiane in Iran, in vista del traguardo dell’implementation day”. La Sace stima che l’export italiano in Iran, attestato su 1,1 miliardi di euro nel 2014, possa arrivare a quasi tre miliardi nel periodo 2015-2018 “con le migliori opportunità nella meccanica strumentale, petrolio e gas, e trasporti”. Oggi Sace ha stanziato cinque miliardi di euro per nuovi investimenti italiani in Iran.

Chi fa affari con chi? È vero che il 90 per cento delle imprese registrate in Iran sono piccole e medie, ma quando si parla di petrolio e gas, o di ingegneristica e infrastrutture, si parla di grandi aziende di stato. “Il settore pubblico monopolizza tra il 65 e il 70 per cento dell’economia”, osserva Leylaz, “e qui ‘pubblico’ significa molto di più che governo: municipalità, fondazioni religiose, imprese riconducibili alle guardie della rivoluzione”. È un settore protetto, spesso clientelare, espanso negli anni delle sanzioni.

Per chi lavora nell’ingegneria civile dunque l’interlocutore sono grandi aziende di stato. Lo sa bene Franco Bergese, che rappresenta Fata, società di ingegneristica già del gruppo Finmeccanica (che l’ha appena ceduta al gruppo friulano Danieli). Bergese vive in Iran dal 1978 e ha visto tutto: la rivoluzione islamica, la guerra Iran-Iraq, “poi la ricostruzione con il presidente Hashemi Rafsanjani e la riapertura di contatti con l’Italia”. Ha rappresentato Ansaldo e Finmeccanica.

Fata è tra le società che non se ne sono mai andate: aveva un contratto firmato nel 2005, prima delle sanzioni. Ora sta costruendo una centrale elettrica a gas a ciclo combinato presso la città portuale di Bandar Abbas, sul golfo Persico, un investimento da 530 milioni di euro. Cliente è una società del gruppo Gadir, che appartiene a una fondazione religiosa. Contratti privati, niente gare d’appalto. Secondo Leylaz, ristabilire la trasparenza nella gestione economica è uno dei problemi del presidente Hassan Rohani.

Intanto ci sono opportunità per tutti, grandi e piccoli. Hassan Ritali, manager di un’azienda milanese di impianti per il trattamento di scarichi industriali, è entusiasta: è la prima volta che mette piede in Iran, ma la sua Termokimik è stata contattata mesi fa da un’azienda iraniana per costruire un impianto di desolforazione, e ora è qui per portare a termine l’affare (”gli studi di fattibilità sono conclusi, il progetto approvato, appena finiscono le sanzioni andremo alla trattativa finale sul costo”). Una sera, nel salone delle cerimonie di un grande hotel di stato a Teheran, dopo una cena sociale e i discorsi delle autorità, scambia impressioni con i suoi pari sbarcati qui in cerca di affari: neofiti e veterani, tutti convinti che l’Iran sia un’occasione d’oro.

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