Erano partiti proclamando l’assoluta urgenza di convertire la democrazia parlamentare in un sistema presidenziale. E sull’elezione diretta del presidente della repubblica i leader della destra avevano chiesto i voti la scorsa campagna elettorale, trasformandolo in un tema identitario. Nel giro di pochi mesi, una maggioranza divisa e litigiosa ha però dovuto ripiegare sull’elezione diretta della o del presidente del consiglio. Lo ha fatto cedendo a urgenze di natura propagandistica che guardano alle difficoltà del presente, ma anche per l’assoluta necessità, in mancanza d’altro, di creare un argomento forte in vista della campagna elettorale per le europee del 2024. Così facendo i partiti della maggioranza hanno finito però per confezionare un mezzo pasticcio, suscitando molte perplessità perfino nella stessa destra.

Lo testimoniano le parole di Giorgia Meloni che, pur parlando della “madre di tutte le riforme”, ha fatto capire di non essere soddisfatta di alcune parti del disegno di legge costituzionale approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 3 novembre, dicendo che non si opporrebbe se il parlamento volesse modificarlo. E lo testimonia, tra gli altri, anche il giudizio dell’ex presidente del senato Marcello Pera, candidato della destra alla presidenza della repubblica nel 2022, il quale ha parlato di una riforma forzata e che potrebbe creare conflitti tra gli organi costituzionali. Ma la sua è, appunto, solo una voce tra le tante contro il testo di questa riforma che si compone di soli cinque articoli.

Cinque articoli sembrano pochi rispetto ai progetti di riforma degli ultimi anni, ma produrrebbero comunque effetti capaci di grandi conseguenze sull’equilibrio tra i poteri dello stato, che verrebbe fortemente alterato in favore del o della presidente del consiglio. Modificando a fondo l’articolo 92 della costituzione, il testo introduce infatti l’elezione a suffragio diretto della o del presidente del consiglio, stabilendo inoltre che il voto per la sua elezione e per quella di deputati e senatori dovrà essere espresso dagli elettori in un’unica scheda. Per di più, alle liste collegate al capo del governo è attribuito un premio di maggioranza che garantisce il 55 per cento dei seggi. Con una revisione dell’articolo 94 si introduce una norma cosiddetta antiribaltone: se il governo dovesse cadere, l’incarico di formarne uno nuovo andrebbe a un altro parlamentare “in collegamento al presidente eletto”, per tornare obbligatoriamente al voto se anche questo nuovo esecutivo cadesse o non ottenesse la fiducia delle camere.

Un potere senza contrappesi

Le conseguenze sul sistema andrebbero ben oltre quello che è esplicitamente previsto dalla riforma. Nello scardinare l’attuale equilibrio tra i poteri dello stato e i vertici delle istituzioni, infatti, il testo non introduce anche nuovi elementi di garanzia che consentano di riportare equilibrio – un nuovo equilibrio, certo, ma pur sempre un equilibrio – in quelle relazioni. Presidenza della repubblica e parlamento finirebbero insomma per svolgere un ruolo defilato e di natura quasi notarile rispetto al capo dell’esecutivo.

Lo si vedrebbe per esempio nella gestione delle crisi politiche, momento nel quale il presidente della repubblica gioca un ruolo fondamentale di mediazione, che di fatto perderebbe. Inoltre, chi guida il governo non avrebbe più bisogno di negoziare le proprie decisioni con altri: né con le camere né con la sua stessa maggioranza, della quale, anzi, diventerebbe un dominus assoluto, grazie alla propria legittimazione diretta e al premio di maggioranza. E ancora: a eleggere il presidente della repubblica sarebbe un parlamento dominato da quello del consiglio. Una sola persona, dunque, potrebbe avere sotto la propria diretta influenza non solo camera e senato, ma anche la presidenza della repubblica.

Proprio il ridimensionamento della presidenza della repubblica ha provocato negli osservatori le preoccupazioni più forti. Al di là delle singole questioni tecniche sulle quali in questi giorni si è concentrata l’attenzione degli esperti, va detto però che il problema sembra soprattutto quello della diversa legittimazione che avrebbero i due presidenti – popolare e diretta quella del capo dell’esecutivo, politica e indiretta quella del capo dello stato – con tutto ciò che ne consegue, a partire dall’evidente indebolimento della figura del presidente della repubblica anche dal punto di vista simbolico. Ciò significa soprattutto la perdita di peso di un potere neutro al vertice dello stato, e per questo capace di rappresentare davvero l’unità nazionale, mentre si rafforzerebbe una figura di parte, quella del presidente del consiglio eletto direttamente. Considerata la storia italiana degli ultimi trent’anni, i rischi dovrebbero essere evidenti a tutti.

Parlamento residuale

La questione più spinosa riguarda però il parlamento. Negli ultimi trent’anni, le camere hanno svolto sempre più una funzione residuale, schiacciate da un governo capace di farsi anche legislatore a forza di decreti. Ebbene, la riforma della destra sembra volere portare tutto questo alle estreme conseguenze. A compromettere il ruolo di camera e senato non c’è solo l’alterazione dell’equilibrio tra i poteri senza più contrappesi. Al risultato concorrono anche alcune norme specifiche, in particolare quella che vorrebbe impedire i cambi di maggioranza e i cosiddetti governi tecnici, ma che in realtà finisce per comprimere libertà del parlamento, oltre a quella dei singoli parlamentari.

Si tratta peraltro di una norma che rischia di favorire l’instabilità nei rapporti tra i partiti della maggioranza parlamentare invece di evitarla. Sono stati in molti a farlo notare. Tra loro gli ex presidenti della corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky e Giovanni Maria Flick. Ma perfino Giorgia Meloni e Ignazio La Russa hanno espressi dubbi.

Ciò che comunque emerge dal testo approvato dal consiglio dei ministri è la conferma di un antiparlamentarismo che fa parte della tradizione della destra rappresentata da Meloni, e che era affiorato già molte volte anche nel passato recente. È successo per esempio con i tentativi di introdurre il cosiddetto vincolo di mandato, che la costituzione vieta e che invece a Meloni piace molto. E con la spericolata interpretazione dell’articolo 1 della costituzione, che Meloni spesso cita nella sola parte in cui stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo”, dimenticando la seconda dove si precisa che va esercitata “nelle forme e nei limiti della costituzione”. È un modo per fondare anche culturalmente un rapporto diretto tra eletti, elette e popolo. Il testo approvato dal consiglio dei ministri si colloca in questo solco.

Ora il testo si sposta in parlamento, ma probabilmente per l’approvazione definitiva si dovrà ricorrere al referendum, come previsto dall’articolo 138 della costituzione, e a decidere saranno gli italiani. D’altra parte, Meloni il vero nemico sembra averlo in casa, poiché è la classe dirigente della destra, con la propria inadeguatezza e certi comportamenti poco consoni, ad amplificare le ragioni di perplessità sull’introduzione dell’elezione diretta in Italia. Ignazio La Russa, per esempio, negli ultimi giorni ha rilasciato diverse interviste, spiegando che lavorerà in parlamento, lui presidente del senato, affinché la riforma ottenga i due terzi dei voti necessari per evitare il referendum, evidentemente ancora non del tutto consapevole del ruolo istituzionale che riveste ormai da un anno.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it