Giorgia Meloni dopo le consultazioni con il presidente della repubblica Sergio Mattarella al Quirinale, Roma, il 22 agosto 2019. (Alessandra Benedetti, Corbis/Getty Images)

Il volto nazionalista della crisi politica in Italia

Giorgia Meloni dopo le consultazioni con il presidente della repubblica Sergio Mattarella al Quirinale, Roma, il 22 agosto 2019. (Alessandra Benedetti, Corbis/Getty Images)
26 agosto 2019 11:03

Dice Giorgia Meloni che la sovranità appartiene al popolo e che il ritorno al voto sarebbe la scelta più rispettosa della costituzione. Meloni fa però finta di dimenticare che, nell’attribuire la sovranità al popolo, la costituzione precisa che il popolo la “esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”. E questi limiti sono quelli propri di una democrazia parlamentare, dunque di un sistema nel quale è in parlamento che si fonda, attraverso la fiducia, la legittimità a stare in carica dei governi. Ciò significa che un nuovo governo può nascere anche senza nuove elezioni, semplicemente con il formarsi di una nuova maggioranza in parlamento, come infatti è sempre accaduto. Insomma, se l’affermazione di Meloni non la si vuole intendere come una grossolana sgrammaticatura costituzionale, in tempi di sovranismo il richiamo diretto al popolo – il quale non è certo una novità, ma è anzi un elemento fondante della seconda repubblica – può invece acquisire un senso politico nuovo anche rispetto alla rivoluzione berlusconiana dei primi anni novanta del novecento.

Anche per Matteo Salvini “la via maestra è il popolo”. Il capo della Lega al termine del primo giro di consultazioni al Quirinale è però apparso appesantito dalle necessità della tattica, oltre che sprofondato in un populismo sempre più piagnucoloso. Meloni invece no. Il suo discorso, per quanto breve e tutto sommato scolastico, è stato decisamente trasparente. Avendo le mani libere, Meloni giustamente ci prova. E prova a intascare un bel dividendo politico dalla crisi del governo Lega-Movimento 5 stelle.

Per farlo, come si diceva, ha recuperato un caposaldo della seconda repubblica, il richiamo diretto alla volontà popolare. Lei stessa sembra però essere consapevole delle forzature contenute nel suo ragionamento. In chiusura di intervento, infatti, deve concedere: “È vero che in una democrazia parlamentare decide il parlamento, ma non credo che i nostri padri costituenti intendessero che il parlamento si poteva organizzare per mandare al governo gente che, se si andasse a votare, mediamente andrebbe a casa”. E, invece, purtroppo per Meloni le cose funzionano diversamente. Lo ha ricordato lo stesso Mattarella nelle sue comunicazioni al termine del primo giro di consultazioni.

Convenienze
La scelta di andare al voto è insomma del tutto legittima ma è e resta una scelta politica: indicarla come unica strada possibile è una evidente forzatura delle regole. Il fatto è che non viviamo in un sistema a democrazia diretta né sotto un regime presidenziale. La distanza tra leader e popolo potrà essere politicamente accorciata quanto si vuole ma la geografia delle istituzioni è un’altra cosa.

La nostra costituzione attribuisce un ruolo centrale al parlamento che – unico tra i poteri dello stato – rappresenta direttamente la volontà popolare. Questa volontà si esprime periodicamente senza che ci si debba ridurre a tener conto di sondaggi o consultazioni parziali o di altra natura. Risulta insomma evidente, nelle parole di Meloni, il prevalere delle convenienze politiche sulle regole costituzionali.

Per il momento, però, queste regole dicono altro. C’è dunque da tener conto del contraccolpo che quella lettura forzata della costituzione potrebbe avere sulla pratica costituzionale. In passato è già accaduto qualcosa di simile. Era il 1994. Al centro d’ogni cosa c’era l’uomo con il sole in tasca: Silvio Berlusconi. Nasceva allora, e proprio su queste basi, la seconda repubblica.

Il momento del cambiamento
Uno dei passaggi chiave di quel momento storico fu il discorso tenuto da Berlusconi in parlamento nel dicembre del 1994, mentre il suo governo era costretto alle dimissioni dopo che la Lega di Umberto Bossi gli aveva ritirato l’appoggio. Era dunque un momento piuttosto simile per molti aspetti a quello che il paese sta attraversando adesso.

“Nella costituzione della repubblica”, affermò Berlusconi, è scritto a chiare lettere che “la sovranità appartiene al popolo. (…) I fondatori della nostra democrazia hanno voluto essere chiari come il cristallo. Non hanno scritto che ‘la sovranità emana dal popolo’ o che ‘la sovranità proviene dal popolo’: hanno invece stabilito, con una precisione chirurgica, che essa gli ‘appartiene’, che il popolo è l’unico ed esclusivo titolare della sovranità politica. (…) In questo parlamento, ora come ora, una sola maggioranza è legittimata dagli elettori, quella del Polo delle libertà e del buongoverno. Se questa maggioranza si sfalda, occorre decisamente e serenamente tornare a chiedere il parere degli elettori”. Il punto politico, in quel caso, era l’accusa a Bossi di portare nel campo avversario i voti che la Lega aveva chiesto e ottenuto per sostenere l’alleanza con Forza Italia. Il discorso di Berlusconi aveva però un profilo di sistema. E oggi conosciamo quale impronta certe parole hanno lasciato sul corpo delle istituzioni.

È stato nel progressivo venir meno della funzione politica e istituzionale del parlamento che è maturato il processo di presidenzializzazione della nostra democrazia parlamentare. Anche partendo da elementi quali il richiamo alla propria legittimazione popolare diretta da parte dei leader, si modifica la pratica costituzionale, si verticalizza il potere, si disintermedia la relazione tra leader e popolo e si modifica il rapporto tra potere esecutivo e potere legislativo. A quel punto, la maggioranza parlamentare e lo stesso potere esecutivo sono identificati nella figura di un leader politico unico, che dà il proprio nome perfino al proprio partito. Finisce allora per interrompersi anche la dialettica tra parlamento e governo perché di essa non c’è più bisogno. Non almeno come nella prima repubblica, rendendo la fiducia quasi solo suggello formale.

Uno stigma
Tutto questo avviene a regole immutate o quasi. Quello che cambia è soprattutto una pratica costituzionale che si impone sulla costituzione, aiutata magari da qualche legge elettorale. Non siamo diventati un paese a regime presidenziale ma abbiamo cominciato a comportarci come se lo fossimo. Dopo la caduta del Berlusconi I, per esempio, venne il governo Dini e la parola ribaltone entrò nel linguaggio comune per connotare dispregiativamente la possibilità, costituzionalmente del tutto legittima, di cercarsi una maggioranza in parlamento diversa da quella uscita dalle urne. Così, d’altra parte, è nato anche il governo Lega-M5s. Ma lo stigma è da allora inevitabile.

Testardamente, oggi Berlusconi insegue il se stesso di venticinque anni fa. Al termine delle consultazioni ha affermato: “Il centrodestra è la maggioranza uscita dalle urne delle scorse elezioni politiche del 5 marzo 2018 ed è oggi la maggioranza naturale degli italiani come confermato da tutte le tornate elettorali regionali e da quasi tutte le tornate amministrative dell’ultimo anno. (…) Occorre costituire in parlamento una maggioranza di centrodestra che corrisponda al sentire degli italiani. Qualora non sia possibile realizzarla, la strada maestra è una sola: le elezioni anticipate”.

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Guardando al momento contingente, le sue scelte hanno un senso politico. Ma appare stanco, come un vecchio leader diventato gregario. Ed è proprio nella grisaglia che infine ha dovuto indossare anche lui, il segno del tramonto o, per così dire, della fine della “spinta propulsiva” della sua rivoluzione.

Sono altri, insomma, a portare avanti il vessillo della destra e a provare a far fare un salto in avanti alla rivoluzione populista avviata da Berlusconi stesso un quarto di secolo fa. La direzione è quella di una sorta di sovranismo istituzionale. Ma chi lo fa, lo sta facendo con spirito più reazionario che rivoluzionario. In Salvini ormai sembra prevalere il populismo. Meloni si mostra invece come schiettamente sovranista, non rinunciando comunque al populismo. Entrambi mostrano un volto nazionalista, a tratti autoritario, perfino spietato, lugubre. Anche per questo, nessuno dei due sembra davvero avere il sole in tasca. Rispetto a Berlusconi c’è meno plastica e più fascinazione per il marmo bianco e la voce scolpita. Resta però la stessa idea lasca dei limiti imposti dalla costituzione entro i quali – e non oltre i quali – si dovrebbe esercitare la sovranità popolare. Tuttavia, almeno per il momento la carta è ancora lì, e con quelle regole tutti devono ancora fare i conti.

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Claudia Grisanti
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