Lo yacht Scheherazade nel porto di Carrara, 4 maggio 2022. (Gaia Pianigiani , The New Yor​k Times/Contrasto)

Alla raffineria Isab di Priolo, in provincia di Siracusa, dall’inizio della guerra in Ucraina arriva solo petrolio russo. Lo stabilimento è controllato dalla compagnia petrolifera russa Lukoil attraverso la società svizzera Litasco, con sede a Ginevra. Prima dell’inizio del conflitto importava dalla Russia solo il 15 per cento dei 320mila barili di greggio che arrivano qui ogni giorno. Dopo il 24 febbraio, la quota di petrolio russo è salita al cento per cento, perché le banche italiane hanno bloccato le linee di credito, impedendo gli acquisti sui mercati internazionali e costringendola a rifornirsi dalla casa madre.

Il Financial Times ha scritto che, nel solo mese di maggio 2022, nei porti italiani sono stati scaricati 450mila barili al giorno di petrolio russo, quattro volte di più dell’anno scorso. Due terzi di questi erano destinati alla raffineria Isab di Priolo, in provincia di Siracusa. Poi, la notte tra il 30 e il 31 maggio, il consiglio europeo ha deciso di sospendere entro la fine dell’anno tutte le importazioni di petrolio russo via mare. Con i crediti bancari bloccati e la fine delle importazioni dalla Russia, dal primo gennaio del 2023 la principale raffineria italiana, con una capacità di raffinazione di 19,4 milioni di tonnellate di greggio all’anno e del 22,2 per cento della raffinazione italiana, sarà costretta a fermare la produzione.

In Sicilia si teme quella che il presidente della regione Nello Musumeci, di centrodestra, definisce “una bomba sociale”. All’Isab lavorano mille persone, altre duemila sono impiegate nelle aziende dell’indotto, ma la chiusura della Lukoil potrebbe trascinare con sé l’intero polo petrolchimico, che comprende un impianto chimico dell’Eni, una raffineria dell’algerina Sonatrach e uno stabilimento di produzione di gas liquidi della francese Air Liquide. “Cadrebbero tutte come birilli, visto che lavorano in maniera integrata”, spiega all’Essenziale Fiorenzo Amato, segretario della Filctem-Cgil di Siracusa. L’area industriale di Augusta, Melilli e Priolo ha un fatturato complessivo di 1,1 miliardi di euro, più della metà del prodotto interno lordo della provincia di Siracusa, e impiega circa ottomila lavoratori.

In attesa delle bonifiche

Una sua chiusura sarebbe un disastro, dal punto di vista sociale. Meno da quello ambientale. L’area industriale è da tempo contestata dagli ecologisti per l’alta incidenza di tumori tra i lavoratori e gli abitanti dei comuni vicini. Già nel 2000 l’area tra Siracusa e Augusta è stata inserita tra i 48 siti super-inquinati da bonificare che si trovano sul territorio italiano.

“I terreni sono contaminati da metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili (pcb), amianto. Ceneri di pirite sono state interrate sulla costa e perfino sotto i campi sportivi costruiti negli anni settanta a Priolo e Augusta. Le falde idriche sono contaminate. Acqua marina e sedimenti nella rada di Augusta, nella penisola di Magnisi e nel porto Grande e porto Piccolo di Siracusa sono inquinati da petrolio, metalli pesanti (tra cui mercurio e piombo), idrocarburi pesanti ed esaclorobenzene”, ha scritto Marina Forti su Internazionale online. Nel 2019, un rapporto dell’Istituto superiore di sanità ha denunciato l’eccessiva mortalità legata all’inquinamento, non solo causato dal petrolio. Le bonifiche però non si sono mai viste.

Nel pomeriggio del 31 maggio, al ministero dello sviluppo economico in via XX settembre a Roma, si è svolto un incontro informale proprio sul petrolchimico di Priolo. La riunione era stata convocata dalla viceministra Alessandra Todde, del Movimento 5 stelle, che ha la delega alle crisi industriali. Hanno partecipato i sindaci dei comuni coinvolti, i rappresentanti di Confindustria, dei sindacati, dell’Unione petrolifera e della regione Sicilia, che chiede l’apertura di un tavolo di crisi con l’obiettivo di ottenere risorse per la reindustrializzazione o per la conversione produttiva.

L’incontro è stato però disertato dal ministro leghista Giancarlo Giorgetti, che negli uffici di via XX settembre lavora da separato in casa con la sua vice, come ben sanno i sindacalisti che negli ultimi mesi hanno partecipato ai diversi tavoli sulle crisi aziendali. Al termine, il ministero per lo sviluppo economico (Mise) ha fatto sapere, in una nota diffusa alle agenzie di stampa, che “è pronto a valutare la dichiarazione di area di crisi complessa”. Una formula generica che consente al governo di prendere tempo e lascia la porta aperta a qualsiasi opzione per salvare la più grande raffineria italiana.

Assembramenti

Sul tavolo del ministro Giorgetti di opzioni ce ne sarebbero almeno tre. La prima è il ricorso al cosiddetto golden power, uno strumento giuridico che permette allo stato di intervenire nei settori considerati strategici per tutelare l’interesse nazionale. Si tratterebbe di una nazionalizzazione di fatto che però l’esponente leghista preferirebbe evitare. La seconda è un accordo con i proprietari per vendere la raffineria, una soluzione che potrebbe essere gradita a questi ultimi vista l’impossibilità di utilizzare petrolio russo e le difficoltà create dalle sanzioni economiche. L’ultima ipotesi è che il governo faccia da garante per dei contratti di fornitura del petrolio da fonti non russe, consentendo a Lukoil di aggirare il blocco. Sarebbe la soluzione più rapida e per questo è la più apprezzata alla Filctem-Cgil, che chiede al governo di intervenire sulle banche “affinché riaprano le linee di credito oggi bloccate a causa delle sanzioni”, per permettere all’Isab di comprare il greggio su altri mercati. “Non è detto però che la Lukoil sia interessata a gestire una raffineria che non utilizza petrolio russo”, ammette il sindacalista Amato.

Il gruppo parlamentare di sinistra ManifestA fa sapere che “solleciterà il ministro dell’economia a prendere posizione sull’intera vicenda, per scongiurare una incontrollabile escalation di politiche depressive sull’economia e per la salvaguardia dei livelli attuali di occupazione e reddito”.

La Cgil ha invece indetto per venerdì 10 giugno una manifestazione dei lavoratori davanti alla raffineria. Sarà la prima volta dopo che, nel luglio del 2019, il prefetto di Siracusa Luigi Pizzi aveva vietato gli “assembramenti” davanti al petrolchimico. Nell’udienza al Tar per discutere il ricorso presentato dai sindacati contro l’ordinanza, era spuntata una lettera nella quale l’ambasciatore russo Sergej Razov chiedeva all’allora ministro dell’interno Matteo Salvini di vietare i blocchi dei sindacati ai cancelli, che avrebbero provocato perdite per milioni di euro e danni alla reputazione di Lukoil. La missiva esordiva con un amichevole “caro Matteo”.

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