“Non sono naufraghi, sono migranti”, dice la presidente del consiglio Giorgia Meloni commentando la decisione della autorità sanitarie di far scendere dopo l’attracco tutte le persone rimaste a bordo delle navi umanitarie Geo Barents e Humanity 1 per diversi giorni, bloccate dall’ennesimo decreto che intende mettere in discussione la legge del mare, il diritto internazionale e i princìpi fondamentali sanciti dalla costituzione.

La premier definisce “bizzarra” la decisione dei medici, che hanno messo la parola fine al trattamento inumano a cui sono state sottoposte duecentocinquanta persone, minacciate di essere respinte da un paese che già nel 2009 è stato condannato per una condotta simile. Eppure questo non è il primo atto della guerra ai soccorsi in mare e neppure la prima volta che l’Italia prova a respingere i migranti in Libia.

Ma i medici hanno seguito la loro deontologia professionale. Così la prima sconfitta politica per la presidente del consiglio arriva sull’immigrazione, uno dei cavalli di battaglia del suo programma. Meloni ha condotto la campagna elettorale promettendo agli elettori “un blocco navale”, cioè il dispiegamento di mezzi militari in uno dei tratti di mare più trafficati e pericolosi al mondo: una misura che nei fatti sarebbe impossibile da realizzare, perché contraria alle leggi internazionali, pericolosa e costosa.

Una scala di vulnerabilità
Ma una volta al potere, nella pratica, la promessa elettorale si è tradotta in un nuovo decreto interministeriale – poche righe, una pagina – che ha preso di mira le navi umanitarie, definite dalla premier “navi pirata”: nel 2017 erano state battezzate “taxi del mare” da Luigi Di Maio e nel 2018 Matteo Salvini aveva definito gli operatori dei “vicescafisti”. Ma a differenza del decreto sicurezza bis firmato dall’allora ministro dell’interno Salvini, nel caso del decreto firmato da Matteo Piantedosi non c’è stato bisogno neppure del pronunciamento di un giudice. È bastato un intervento più approfondito delle autorità sanitarie italiane l’8 novembre per stabilire che, dopo aver attraversato la rotta più pericolosa del mondo, quella in cui sono morte 25mila persone dal 2013, si è dei “sopravvissuti”.

Né naufraghi né migranti. Ma sopravvissuti che riportano spesso infezioni della pelle, denutrizione, stress post-traumatico, disagio psichico, segni di tortura. Ed è arbitrario allora stabilire qualsiasi scala di vulnerabilità, perché tutte e tutti dopo un tragitto del genere hanno diritto a toccare terra. La fragilità è una categoria del tutto pretestuosa (tra l’altro nel decreto non si stabiliscono i criteri medici per fare la selezione dei naufraghi) che decade infatti davanti a un accertamento medico più serio.

In ogni caso i tribunali dovranno pronunciarsi sui ricorsi presentati contro il nuovo decreto dalle organizzazioni umanitarie e l’impressione è che questo ennesimo atto persecutorio verso poche migliaia di persone che arrivano via mare in Italia dopo un soccorso sia destinato a essere smontato, perché una norma d’urgenza come un decreto non può prevalere rispetto a una convenzione internazionale o a un diritto fondamentale previsto nella costituzione.

Nel frattempo tuttavia il decreto ha provocato un’ulteriore sofferenza alle persone che prende di mira. Eppure nelle ultime due settimane, da quando cioè si è insediato il nuovo governo, solo il 10 per cento di quelle che sono arrivate via mare sono state soccorse dalle navi delle ong. Da anni ormai la maggior parte degli arrivi avviene autonomamente, le persone toccano la riva (quando ce la fanno) a bordo delle loro di imbarcazioni di fortuna oppure sono intercettate poco prima di arrivare sulla costa dalle navi della guardia costiera italiana, che tuttavia raramente escono dalle acque territoriali. E infatti proprio mentre i sopravvissuti della Geo Barents scendevano finalmente a terra insieme a quelli della Humanity 1 nel porto di Catania, a Lampedusa continuavano ad arrivare in maniera autonoma diverse imbarcazioni, portando più di trecento persone in un giorno.

Il 9 novembre, durante uno di questi sbarchi, una donna ivoriana di 35 anni è stata soccorsa dalla guardia di finanza ma è morta subito dopo essere scesa a terra, probabilmente per un arresto cardiaco provocato da un’ipotermia. È morta di freddo, in sostanza. In un altro barchino che trasportava 51 persone, da giorni alla deriva al largo di Lampedusa, è stato trovato un neonato di venti giorni senza vita, insieme a sua madre, una donna anche lei ivoriana, che teneva il corpo del bambino senza vita tra le braccia. Altro che fragilità.

La presidente del consiglio Meloni si sbaglia, in mare non esistono migranti, né migranti irregolari, nessuna distinzione tra migranti economici o rifugiati. Queste sono categorie che si possono accertare solo una volta che sono arrivati a terra. In mare tutto si riduce a una logica più semplice, una logica binaria: ci sono solo naviganti e naufraghi. Tutti i naviganti possono diventare naufraghi e tutti i naufraghi sono stati naviganti, per cui una legge naturale che affonda le sue radici nell’origine della nostra cultura giuridica ed è alla base del diritto internazionale e del diritto marittimo, stabilisce che ogni navigante è obbligato a soccorrere i naufraghi, perché il mare è un ambiente molto ostile in cui si può perdere la vita con grande facilità.

La battaglia linguistica
Naufraghi, migranti, fragili, carico residuale, sbarchi selettivi. È stato il ministro dell’interno Matteo Piantedosi, illustrando il suo decreto, a definire in burocratese “carico residuale” le persone che secondo lui non avevano diritto a sbarcare. Ancora una volta la guerra agli stranieri è anche una battaglia linguistica.

Le parole fanno il mondo e in una guerra si deve alimentare l’odio attraverso il linguaggio e la costruzione di un nemico. Nel 2001, nella prima campagna elettorale politica che si è giocata sulla pelle degli stranieri, la parola d’ordine era “clandestini”.

Già nel 2015 il canale Al Jazeera metteva in guardia dall’uso indiscriminato e disumanizzante della parola “migrante”

Erano i migranti che avevano il permesso di soggiorno scaduto, e che non riuscivano a regolarizzare la loro condizione, a rappresentare il nemico simbolico della destra di allora, Alleanza nazionale e Lega nord. Quella condizione, la cosiddetta clandestinità, è diventata perfino un reato. E ancora oggi nella legge del 2002, la Bossi-Fini, che regola l’immigrazione in Italia, è presente il reato di clandestinità.

Poi, intorno al 2013 la parola clandestino è stata definitivamente debellata (non senza una battaglia molto dura di cittadini e associazioni) ed è stata sostituita dal più neutro “migranti”, participio presente del verbo migrare. Già nel 2015, nel pieno della cosiddetta crisi dei rifugiati, il canale Al Jazeera metteva in guardia dall’uso indiscriminato e disumanizzante della parola “migrante” che di fatto era diventato un modo per dire “essere umano di serie b”.

“Il termine migrante è diventato una categoria ombrello, uno strumento che disumanizza e serve a prendere le distanze dalle persone di cui si parla”, scriveva all’epoca Al Jazeera che annunciava parallelamente di volere chiamare tutti i migranti, le persone in movimento, “rifugiati”, al di là del loro status giuridico, per segnalarne la vulnerabilità.

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Nel frattempo nel 2017 la parola “clandestino” è tornata a fare capolino in un documento ufficiale: è riapparsa non a caso nel Memorandum Italia-Libia, l’accordo che prevede il finanziamento dei centri di detenzione e della cosiddetta guardia costiera libica. Nello stesso documento i centri di detenzione dove sono stati documentati torture, estorsioni e trattamenti inumani sono stati definiti “centri di accoglienza”.

Dal 2017 il tema dell’immigrazione, e in particolare il soccorso in mare, ha ripreso a essere un terreno di scontro politico e di nuovo l’indicatore del degrado è stato misurabile nei termini usati: taxi del mare, vicescafisti, pacchia, estremismo umanitario, mar west. Ognuno di questi sostantivi è servito ad allontanare il senso di appartenenza a uno stesso genere umano, ogni volta si è fatto un passo in avanti nella disumanizzazione di chi è sottoposto a leggi discriminatorie e feroci. E alla fine perfino un termine neutro come migrante è diventato denigratorio e disumanizzante.

“Non sono naufraghi, sono migranti”, dice Giorgia Meloni. E ci si chiede allora quand’è che si è smesso di riconoscere ai “migranti” i diritti fondamentali che invece sono garantiti a coloro che possono beneficiare della definizione di “persone”.

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