Un migrante su una nave della ong Sos Humanity, vicino alle coste siciliane, il 31 ottobre 2022. (Max Cavallari, Sos Humanity/Ansa)

Il 28 dicembre il consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto che regola il lavoro delle organizzazioni umanitarie che compiono soccorsi in mare, in continuità con il cosiddetto decreto sicurezza bis, varato dal governo Conte nel 2019.

Secondo il decreto le navi devono fare ciò che in parte fanno già ed è stabilito dalle diverse norme internazionali che concernono il diritto del mare: comunicare tempestivamente alle autorità ogni soccorso effettuato, coordinarsi con loro nella richiesta di un porto di sbarco, avere tutte le autorizzazioni e gli equipaggiamenti previsti per il soccorso.

Le navi che fanno soccorsi devono “aver richiesto all’autorità competente, nell’immediatezza dell’evento, l’assegnazione del porto di sbarco; il porto di sbarco individuato dalle competenti autorità è raggiunto senza ritardo per il completamento dell’intervento di soccorso”. Questo è già previsto dalle leggi del mare e di fatto già avviene. Il decreto impone alle navi di avviare “tempestivamente iniziative volte ad acquisire le intenzioni di richiedere la protezione internazionale”, cioè di avviare le procedure per la richiesta di asilo a bordo. Questo però è contrario alla legge, infatti le prescrizioni internazionali e le linee guida delle Nazioni Unite escludono espressamente che i comandanti delle navi siano tenuti a ricevere le domande di asilo.

La novità della norma – varata d’urgenza dal governo tra Natale e Capodanno – è il tentativo di mettere fuori legge i trasbordi (che avvengono quando una nave più piccola compie un soccorso e poi trasferisce su una nave più grande i naufraghi per continuare a operare altri soccorsi) e i soccorsi plurimi, cioè quelli successivi al primo. “Nel caso di operazioni di soccorso plurime, le operazioni successive alla prima devono essere effettuate in conformità agli obblighi di notifica e non devono compromettere l’obbligo di raggiungimento, senza ritardo, del porto di sbarco”, riporta ancora la norma. Questo perché “le modalità di ricerca e soccorso in mare da parte della nave non devono aggravare situazioni di pericolo a bordo né impedire di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco”, spiega il decreto.

Per chi è ritenuto non in linea con la legge sono previste multe fino a 50mila euro (per il comandante e per l’armatore) e sanzioni che prevedono la confisca della nave per due mesi. Contro il fermo amministrativo della nave “è ammesso ricorso, entro sessanta giorni dalla notificazione del verbale di contestazione, al prefetto che provvede nei successivi venti giorni”.

Le reazioni al decreto

“Il decreto sicurezza votato dal consiglio dei ministri riduce drasticamente le possibilità di salvare vite in mare, limitando l’operatività delle navi umanitarie e moltiplicando i costi dei soccorsi per tutte le ong in mare”, afferma in un comunicato Emergency.

“Il 2022 si chiude con delle cifre drammatiche: quasi 1.400 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale solo quest’anno. Di fronte a questi numeri terribili, le disposizioni contenute nel decreto sono inaccettabili perché – imponendo alle navi umanitarie di portare immediatamente a terra i naufraghi – di fatto riduce le possibilità di fare ulteriori salvataggi dopo il primo soccorso”, continua l’organizzazione che da poco è arrivata in mare con una nave.

Oscar Camps, fondatore dell’ong Open Arms, ha commentato: “Questo è l’ennesimo decreto immaginato per fermare il soccorso in mare. Ci hanno provato tutti, con mezzi e metodi differenti, ma l’obiettivo è sempre stato lo stesso: fermare le navi umanitarie. Perché? È questa la domanda vera che tutti dovrebbero porsi. Sappiamo che le persone arrivano sulle coste italiane prevalentemente con mezzi autonomi, dunque questa guerra scatenata contro la società civile europea che soccorre in mare non dipende da questo. Ma allora da cosa? Il punto probabilmente è che la flotta civile rappresenta un problema che va ben oltre le operazioni di soccorso che opera. È la testimone inconfutabile delle violazioni dei diritti, quotidiane e reiterate, che l’Europa compie in accordo con stati illiberali, con dittature, con regimi, ai quali peraltro continua a dare un mucchio di denaro pubblico. Il vero problema è questo”.

“Nessun governo può impedire a una nave di soccorso di sottrarsi all’obbligo di soccorso e nessuna nave si rifiuterà di accogliere chi chiede aiuto nel Mediterraneo”, scrive in un comunicato l’ong tedesca SeaWatch. “In questi anni abbiamo cercato di colmare l’assenza di un sistema di soccorso statale, ma adesso saremo costretti a lasciare sguarnito il Mediterraneo. Questa strategia del governo ha l’obiettivo di ostacolare le attività di ricerca e soccorso delle ong e non fa che aumentare in modo esponenziale il rischio di morte per migliaia di persone”, ha aggiunto Juan Matias Gil, capomissione per le operazioni di ricerca e soccorso di Medici senza frontiere (Msf).

Per il giurista ed esperto di diritto del mare Fulvio Vassallo Paleologo, la norma porterà a nuovi contenziosi tra il governo e le ong: “L’indirizzo politico del nuovo decreto legge è evidente: un codice di condotta imposto per legge, per creare i presupposti di violazioni il cui accertamento, affidato ai prefetti, potrebbe portare alla confisca delle navi, e forse anche a nuove denunce penali”.

Ma per Vassallo Paleologo un elemento interessante è che la norma di fatto smentisce il presupposto difensivo usato dall’ex ministro dell’interno Matteo Salvini nel processo che si sta svolgendo a Palermo, in cui è accusato di sequestro di persona per il caso della nave Open Arms nell’agosto del 2019: “Le nuove previsioni normative – se non saranno modificate prima della firma del presidente della repubblica nel corso dell’iter parlamentare per la conversione del decreto – smentiscono le basi della difesa di Salvini nel processo Open Arms a Palermo, che si gioca per intero sulla legittimità del divieto di ingresso imposto dall’ex ministro dell’interno nell’agosto del 2019. Il decreto in definitiva riconosce, come peraltro impongono le convenzioni internazionali di diritto del mare, che il transito attraverso le acque territoriali per sbarcare i naufraghi in un porto sicuro è inoffensivo”, e quindi non è legittimo imporre divieti di ingresso, come fece Salvini nel 2019.

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