L’arrivo della nave spagnola Open Arms nel porto di Lampedusa, la sera del 20 agosto 2019. (Guglielmo Mangiapane, Reuters/Contrasto)

Nel caso Open Arms l’azione penale è stata più efficace della politica

L’arrivo della nave spagnola Open Arms nel porto di Lampedusa, la sera del 20 agosto 2019. (Guglielmo Mangiapane, Reuters/Contrasto)
21 agosto 2019 13:10

La decisione è arrivata in serata, il 20 agosto, mentre al senato si era già consumata la crisi di governo e il presidente del consiglio Giuseppe Conte aveva annunciato di voler rimettere il suo mandato nelle mani del presidente della repubblica, come poi è avvenuto dopo la seduta parlamentare.

Il procuratore capo di Agrigento Luigi Patronaggio, lo stesso pm del caso Diciotti, ha disposto il sequestro preventivo della nave spagnola Open Arms bloccata a ottocento metri da Lampedusa da 19 giorni con ancora a bordo un centinaio di persone, dopo diversi trasferimenti per motivi di salute.

Patronaggio, appena rientrato dalle vacanze, è voluto salire a bordo della nave insieme a due medici nominati dalla procura e ha appurato una situazione di emergenza sanitaria che lo ha spinto ad aprire un nuovo fascicolo ipotizzando il reato di rifiuto e omissione di atti d’ufficio, con il conseguente sequestro preventivo urgente della nave e l’immediato sbarco degli 83 naufraghi rimasti a bordo e dell’equipaggio. La nave è entrata nel porto di Lampedusa alle 23.20 del 20 agosto, dopo quasi venti giorni di stallo.

I responsabili dell’organizzazione non governativa da giorni chiedevano il trasferimento urgente di tutte le persone a bordo e avevano presentato diversi esposti alla procura e una richiesta di evacuazione della nave alla centrale operativa della guardia costiera di Roma, insieme ai medici e agli psicologi di Emergency, denunciando condizioni “di salute psicofisica che si sono ulteriormente aggravate con atti di autolesionismo e minacce di suicidio”. Diverse persone si erano gettate in mare nei giorni scorsi per provare a raggiungere l’isola a nuoto ed erano state soccorse dalla guardia costiera italiana.

Le leggi del mare
Nel decreto di sequestro preventivo, il pm di Agrigento Luigi Patronaggio ricostruisce la vicenda di cui è stata protagonista la Open Arms a partire dal 1 agosto, giorno in cui è avvenuto il primo soccorso nelle acque internazionali al largo della Libia e ricorda quali sono le normative internazionali sottoscritte dall’Italia che regolano il soccorso in mare. “L’obbligo di salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli stati e prevale sulle norme e sugli accordi bilaterali, finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare”, è scritto nel decreto. Rispettare queste convenzioni internazionali è un obbligo che deriva dall’articolo 117 della costituzione italiana.

Patronaggio ribadisce, inoltre, che secondo la convenzione Unclos è obbligatorio per ogni comandante soccorrere “chiunque trovato in mare in pericolo di vita quanto più velocemente possibile”. La convenzione di Amburgo obbliga inoltre gli stati a collaborare e a garantire che “sia prestata assistenza a ogni persona in pericolo in mare, senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status di tale persona o alle circostanze in cui tale persona viene trovata”.

Il procuratore ricorda anche che “nella prassi operativa più volte è accaduto che insorgessero problemi per ottenere il consenso di uno stato allo sbarco dei migranti e dei rifugiati, in particolare quando questi non disponevano di adeguata documentazione”, per questo nel 2004 gli stati che aderiscono all’Organizzazione marittima internazionale (Imo) hanno adottato degli emendamenti alle convenzioni Sar e Solas che prevedono che gli stati si coordinino per sollevare i comandanti delle navi dalla responsabilità delle persone soccorse “con una minima ulteriore deviazione rispetto alla rotta prevista dalla nave e di organizzare lo sbarco al più presto”.

In questo quadro normativo, secondo il pm di Agrigento, che aveva già aperto un’altra inchiesta per sequestro di persona e abuso di ufficio dopo che i legali della Open Arms avevano presentato un esposto il 16 agosto, i pubblici ufficiali che non hanno indicato un porto di sbarco alla nave Open Arms hanno compiuto il reato di rifiuto o omissione di atti di ufficio, previsto dall’articolo 328 del codice penale.

“Nel caso di specie la situazione di fatto venutasi a creare in seguito alla mancata assegnazione del place of safety (porto sicuro di sbarco) da parte delle autorità italiane, anche in seguito al provvedimento del Tar del Lazio che autorizzava l’ingresso della predetta imbarcazione in acque territoriali, ha determinato uno stato di esasperazione in capo ai soggetti rimasti a bordo per diversi giorni, e ha determinato situazioni sanitarie assai critiche risultanti dagli atti del procedimento e confermate dall’ispezione”. L’inchiesta è contro ignoti: nella ricostruzione fornita dal pm tuttavia si ricostruisce che la responsabilità di fornire un porto di sbarco è del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’interno (come previsto dalla direttiva Sop 009/15).

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Patronaggio ha impiegato un paio d’ore a prendere una decisione che per giorni il governo italiano non è riuscito a prendere, nonostante lo stato di crisi politica e la conseguente debolezza dei ministri in carica. Il ministro dei trasporti Danilo Toninelli il 19 agosto aveva chiesto che la Open Arms sbarcasse in Spagna, mettendo a disposizione navi della guardia costiera per portare i profughi in un porto spagnolo a tre giorni di navigazione, accogliendo la proposta del premier spagnolo Pedro Sanchéz. Toninelli ha ipotizzato che ci fosse qualcosa di sospetto nella condotta dell’ong spagnola che dopo 19 giorni di stallo si è rifiutata di affrontare altri giorni di navigazione per raggiungere la Spagna.

“Ci siamo messi a disposizione con la guardia costiera per accompagnare la Open Arms in Spagna, per offrire supporto tecnico e per trasportare parte dei migranti a bordo di una nostra imbarcazione per il viaggio. La ong ha incredibilmente rifiutato, con un atteggiamento che fa sospettare ci sia malafede da parte loro. La Spagna però faccia prima, a sua volta, un passo in avanti e tolga immediatamente la sua bandiera dalla nave della ong”, ha scritto Toninelli su Facebook. Da Cadice, in Spagna, il 20 agosto è partita una nave militare diretta a Lampedusa per trasbordare i naufraghi: avrebbe impiegato tre giorni per raggiungere l’isola e altri tre giorni per tornare a Palma di Maiorca, porto di destinazione della nave. Ma la decisione del pm di Agrigento è arrivata prima. L’azione penale è stata più efficace della politica dei governi e questo deve fare riflettere.

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