Quando Alessandro Portelli parla, sorride quasi sempre. Lo ascolti e provi invidia per gli studenti che seguivano i suoi corsi di letteratura angloamericana alla Sapienza di Roma. È un intellettuale curioso, e quando ti racconta qualcosa ti contagia con il suo entusiasmo. Siamo seduti a un tavolo di Nonna Betta, una trattoria del ghetto ebraico di Roma, e lui spazia da un argomento all’altro, mescolando l’italiano forbito al romanesco, mentre i suoi occhi si muovono sornioni dietro agli occhiali da vista.

Portelli, che tutti chiamano Sandro, è nato a Roma nel luglio del 1942. Oltre a essere un anglista di fama internazionale, è considerato uno dei fondatori della storia orale. A cominciare dalla fine degli anni sessanta ha girato l’Italia e il mondo con un registratore e un microfono, intervistando persone di ogni tipo: dai mezzadri della provincia di Terni ai minatori del Kentucky, dalle vedove degli uomini uccisi alle fosse Ardeatine ai migranti che si guadagnano da vivere cantando nella metropolitana di Roma. Quelle interviste sono diventate libri, saggi, podcast e articoli di giornale.

Dal suo lavoro viene fuori la cultura popolare, spesso ignorata dalle fonti storiche tradizionali, il “mondo non egemone”, come lo chiama lui. Ha tenuto un corso alla Columbia university di New York e in altri atenei all’estero. È un attivista, una firma del Manifesto, un critico musicale e dirige il Circolo Gianni Bosio, fondato nel 1972 con un gruppo di artisti e studiosi di musica popolare. Non basterebbe un libro per raccontare tutte le cose che ha fatto e che fa.

Aristocrazia operaia

“In realtà all’inizio non volevo neanche diventare un professore universitario, ma un giornalista”, spiega mentre guarda le persone che passeggiano sotto il sole su via del Portico d’Ottavia. “Sono nato nel quartiere Appio Latino, a Roma. Mio padre aveva giocato nelle giovanili della Lazio, per questo sono tifoso laziale. A quattro anni, nel 1946, andai a Terni insieme alla mia famiglia perché mio padre, un funzionario della prefettura, fu trasferito. Terni era stata quasi completamente distrutta dai bombardamenti e trovammo casa nel villaggio degli operai di una fabbrica di gomma sintetica mai entrata in funzione. Sono cresciuto con i figli degli operai. Il villaggio si trovava lungo la via Flaminia. Le prime case, grandi e con il giardino, erano quelle dei dirigenti. Nella seconda fila c’erano le abitazioni degli ingegneri. Poi c’era l’aristocrazia operaia, dove eravamo ospiti noi. E alla fine si arrivava ai palazzoni, dove vivevano gli operai comuni. Quello fu il primo insegnamento che ricevetti sulle gerarchie di classe”.

Poi per Portelli cominciò una nuova fase della vita. “Devo molto alla mia professoressa di prima media, che m’incoraggiò a studiare. Mi sarebbe piaciuto iscrivermi a lettere, ma venivo da tre generazioni di funzionari statali e avevo paura a entrare in un terreno competitivo. Alla fine feci legge e cominciai a lavorare come impiegato al Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) a Roma.

Quando arrivò il sessantotto non avevo mai fatto politica attiva in vita mia. Il mio primo contatto con la politica l’avevo avuto a 18 anni, nel 1960, quando ero andato per un anno in una scuola superiore di Los Angeles grazie a una borsa di studio. Era il periodo delle elezioni Kennedy-Nixon e cominciava il movimento dei diritti civili. In classe t’incoraggiavano a seguire l’attualità. Quando tornai in Italia avevo sviluppato una coscienza politica”.

Il cameriere ci porta un carciofo alla giudia per antipasto. E Portelli prosegue il racconto: “Feci il sessantotto come ufficiale dell’aeronautica. Poi m’iscrissi a lettere perché volevo dare un ordine alle mie letture caotiche. Nel 1969 al Cnr facemmo la più lunga occupazione organizzata da dipendenti pubblici nella storia di Roma: un mese. Organizzammo uno sciopero, ma la base non ci seguiva. A quel punto un dirigente mi disse: ‘Portelli, lei è sprecato a fare l’impiegato. Noi abbiamo relazioni con le università. Dove vorrebbe andare?’. Gli dissi che mi stavo laureando in letteratura inglese e mi mandò al dipartimento di inglese della Sapienza per occuparmi della biblioteca. La mia carriera accademica cominciò lì”.

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Nel frattempo Portelli partecipava a scioperi, manifestazioni e occupazioni dei comitati per la casa. E si portava sempre dietro un registratore. “Vengo dalla scuola dello storico Gianni Bosio, che vedeva la musica come una rappresentazione del mondo popolare e mi ha insegnato che l’audio è un documento straordinario. Alla fine degli anni sessanta capitai a Terni per registrare canzoni di lotta operaia da gente che non canta se prima non ti racconta la vicenda che c’è dietro a ogni brano. Quelle storie però erano spesso sbagliate. Volevo capire perché. Il passaggio alla storia orale è stato logico, anche se all’inizio non sapevo che si chiamava così. Nel 1967-68 però era difficile fare ricerca sul campo. Dove potevo andare? A Rocca di Papa, per esempio, nella zona dei castelli romani. Nel 1969, quattro giorni dopo la strage di piazza Fontana, andai in un’osteria portandomi a spalla una valigetta nera. Avranno pensato che ero un terrorista. Gli audio finivano spesso in vinili a 45 giri. Le interviste agli occupanti dei borghetti romani le montai nella mia cucina con le forbici e lo scotch. In seguito sono andato in America, la prima volta con i soldi della tredicesima. Uno dei luoghi a me più cari è la contea di Harlan, nel Kentucky, dove feci ricerca sul campo per trent’anni, raccontando gli scioperi dei minatori”.

Mentre mangia un piatto di tonnarelli, gli chiedo com’è cambiato il suo rapporto con la cultura popolare negli ultimi anni. “Una volta per fare le interviste andavo nelle osterie e nelle piazze. Quella gente non faceva spettacolo. La canzone per loro era una forma di resistenza, un modo di segnare la propria presenza nella storia. Oggi è diverso, c’è una mediazione forte dell’industria culturale. Per questo sono interessato alle voci dei migranti, ai quali ho dedicato molti dei miei ultimi progetti, come il libro e cd ius soli, dedicato alle persone nate e vissute in Italia senza avere la cittadinanza. Anche perché di musica non ci ho mai capito niente. Io racconto il contesto attorno al quale nascono le canzoni”.

Il cameriere porta via i piatti e gli chiedo a cosa sta lavorando. “Sto scrivendo un libro con le fiabe che ho inventato nel corso dei decenni per figli e nipoti. Credo che uscirà la prossima estate”.

È ora di andare. E mi accorgo che non gli ho fatto neanche una domanda su una passione comune: Bruce Springsteen. Gli dico che abbiamo tempo per una sola frase. Lui ci pensa un attimo e dice: “Quando ho ascoltato The Seeger sessions, il suo album tributo al cantautore Pete Seeger, ho pensato ‘non ho sbagliato vita’, perché in quel disco Springsteen ha messo insieme la mia passione mai sopita per il vecchio rock’n’roll e la mia passione mai sopita per le storie di classe”.

Il conto

Nonna Betta
Via del Portico D’Ottavia 16, Roma

1 carciofo alla giudia€ 5,00
1 tonnarelli cacio, pepe e cicoria
€ 11,001 carbonara di zucchine
€11,001 aliciotti con indivia
€ 11,001 acqua piccola
€ 2,001 caffè€ 1,50
2 coperti
€ 3,00Totale €44,50


Questo articolo è uscito sul numero 24 dell’Essenziale, a pagina 19. Abbonati