Lavoratrici pranzano in una strada di Napoli, 1900 circa. (Popperfoto/Getty)

Fino a pochi anni fa sapevamo molto poco delle tendenze di lungo periodo della disuguaglianza economica. In particolare per quanto riguarda l’età preindustriale, il tema era oggetto di speculazione più che di ricerca vera e propria. Ora la situazione è cambiata e su alcune parti d’Europa, tra cui l’Italia, abbiamo stime della disuguaglianza che coprono molti secoli. Queste stime sono state elaborate in larga parte dal progetto Economic inequality across Italy and Europe, 1300-1800 (Einite) finanziato dall’European research council.

Le ricerche di Einite hanno prodotto risultati inaspettati che hanno cambiato radicalmente il modo di pensare alle dinamiche della disuguaglianza, comprese quelle più recenti. Una prima e fondamentale conclusione è che nel corso della storia la disuguaglianza economica ha teso ad aumentare. Le fasi di contrazione delle differenze di reddito e ricchezza costituiscono rare eccezioni.

Se ci concentriamo sulla ricchezza, più facile da osservare durante il medioevo e l’età moderna grazie alla disponibilità di fonti fiscali come gli estimi (gli antenati del catasto moderno), negli ultimi sette secoli riscontriamo solo due fasi di significativa e duratura contrazione della disuguaglianza, entrambe innescate da terribili calamità: la peste nera del trecento e le due guerre mondiali del novecento.

La pandemia di peste che flagellò l’Europa tra il 1347 e il 1352, causando la morte di circa la metà della popolazione, ebbe un impatto molto forte sulla distribuzione della ricchezza. Come si vede nel grafico, se alla vigilia della pandemia il 10 per cento più ricco della popolazione deteneva il 65 per cento circa della ricchezza complessiva, già negli anni immediatamente successivi la percentuale si era ridotta considerevolmente. La tendenza alla riduzione delle disuguaglianze proseguì per qualche decennio, e verso la metà del quattrocento il 10 per cento più ricco deteneva poco meno della metà della ricchezza complessiva. Un minimo storico, mai più riscontrato in Europa.

La riduzione della disuguaglianza dopo la peste nera ha avuto due cause principali. In primo luogo il tracollo demografico consentì ai lavoratori di negoziare salari migliori e di accedere, spesso per la prima volta, alla proprietà. In secondo luogo, in presenza di sistemi ereditari sostanzialmente egalitari (l’eredità era trasmessa in proporzioni uguali ai figli maschi, mentre le femmine ricevevano una quota non troppo dissimile sotto forma di dote), i grandi patrimoni si frammentarono.

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Per quanto riguarda la riduzione della disuguaglianza nella prima parte del novecento, studiata in particolare dall’economista francese Thomas Piketty, essa fu dovuta in larga parte alla distruzione del capitale finanziario causata dalla prima guerra mondiale e alla distruzione del capitale fisico provocato della seconda. Alla distruzione di ricchezza si accompagnò una certa dose di redistribuzione, almeno laddove la tassazione cominciò ad assumere un carattere progressivo. È interessante notare che prima di contrarsi, la disuguaglianza di ricchezza in Europa occidentale aveva toccato livelli senza precedenti: il 10 per cento più ricco era arrivato a controllare quasi il 90 per cento della ricchezza complessiva.

È possibile dare un’interpretazione pessimistica di queste dinamiche storiche: se solo le più terribili catastrofi sono in grado di ridurre la disuguaglianza, meglio farsene una ragione poiché la cura è peggiore del male. Fortunatamente c’è motivo per essere più ottimisti.

Le ricerche condotte dal progetto Einite sulle cause dell’aumento della disuguaglianza in età preindustriale, infatti, hanno suggerito che fu in larga parte dovuta alle decisioni degli uomini, tradotte in istituzioni-chiave quali i sistemi fiscali. In età preindustriale, il prelievo fiscale era strutturalmente regressivo, cioè le persone povere tendevano a essere tassate in proporzione più dei ricchi. In tale contesto, il progressivo aumento della tassazione pro-capite tipico dell’età moderna (dovuto ai crescenti costi della guerra) costituì uno stimolo costante verso una maggiore disuguaglianza. Simmetricamente, dopo le distruzioni livellatrici della seconda guerra mondiale, la disuguaglianza continuò a ridursi per alcuni decenni, grazie alla redistribuzione indotta dallo sviluppo dello stato sociale in occidente, finanziato con tassazione fortemente progressiva.

Pertanto, se è vero che la storia insegna che, senza un nostro intervento, le disuguaglianze tenderanno verosimilmente ad aumentare, al tempo stesso ci mette di fronte al fatto che gli esiti finali dipendono comunque in modo cruciale dalle nostre scelte. Se desideriamo una società meno diseguale, non possiamo sperare che essa compaia spontaneamente, ma dobbiamo impegnarci a realizzarla. ◆

Guido Alfani è professore presso il dipartimento di scienze sociali e politiche dell’università Bocconi di Milano.

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