Questo articolo è uscito il 2 aprile 2022 a pagina 14 del numero 21 dell’Essenziale. Puoi abbonarti qui.

Seduti sull’asfalto con le gambe incrociate, una decina di ragazzi e ragazze tengono alzati due striscioni: sul primo si legge “Emergenza climatica ed ecologica”, sul secondo “Assemblee cittadine ora”. A tenere gli striscioni sono le attiviste e gli attivisti di Extinc­tion rebellion (Xr). Stanno bloccando il grande raccordo anulare di Roma. È dicembre del 2021, e a questa seguiranno molte settimane di azione.

Per Extinction rebellion, l’azione è un atto di ribellione, perché di fronte alla crisi climatica e all’inerzia dei governi, “l’unica cosa che resta da fare è ribellarci per la vita”, dice Eos, un’attivista di Xr Italia che ha scelto questo nome ed è attiva nel movimento da più di due anni. Come tutti gli attivisti di Extinction rebellion, si definisce “ribelle”, una parola che rimanda al nome stesso del movimento. Nel suo libro Altrimenti siamo fottuti!, Roger Hallam, il cofondatore di Extinction rebellion, scrive: “Il sistema corrotto ci ucciderà tutti se non ci ribelliamo”.

La prima ribellione risale a ottobre del 2018, davanti alla sede del parlamento britannico, a Londra. Un mese dopo, Extinction rebellion ha bloccato cinque ponti sul Tamigi per protestare contro l’inerzia del governo di fronte al collasso ecologico. Da allora, il movimento si è diffuso in più di sessanta paesi. In Italia hanno aderito “persone di ogni estrazione sociale, studenti e pensionati, psicologi e insegnanti, precari e famiglie, dal Veneto alla Sicilia”, dichiara il sito di Xr Italia.

In realtà è molto più di un movimento, è un “organismo”, sottolinea Eos: ogni sua parte è autonoma ma, allo stesso tempo, connessa a tutte le altre. In Italia, così come in altri paesi, i ribelli sono divisi in gruppi di lavoro, si coordinano tra loro e non hanno una struttura centralizzata. Non ci sono gerarchie, bisogna “lavorare di concerto”, scrive Hallam. Per descrivere la loro organizzazione interna, i ribelli italiani si paragonano a stormi di uccelli o ad alveari, spiega Eos: un sistema in cui ogni parte “ha un proprio mandato e un proprio ambito di azione”, anche se “ci sono dei connettori e ci si deve coordinare con le altre parti”.

Questo modo di procedere contraddistingue le azioni del movimento. E per farne parte bisogna fare una scelta non negoziabile: la nonviolenza. Extinction rebellion infatti usa la disobbedienza civile nonviolenta per far sentire la propria voce e avanzare tre richieste: verità, azione e assemblea cittadina. In Italia come in altri paesi, chiede al governo di dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica, di agire per fermare la distruzione degli ecosistemi e della biodiversità e, allo stesso tempo, per portare le emissioni di gas serra allo zero netto entro il 2025. L’obiettivo ultimo è un’assemblea di cittadine e cittadini creata dal governo per orientare le decisioni sulla giustizia climatica ed ecologica.

Uno spettacolo della Red rebel brigade a Venezia, l’11 luglio 2021.
(Federico Tisa)

Questa “assemblea cittadina deliberativa sulla crisi eco climatica” sarebbe composta da “un campione di cittadini sorteggiati secondo specifici criteri” e affiancati da esperti. Una volta costituita, “quello che noi chiediamo è che le decisioni siano vincolanti”, dice Beatrice Costantino di Extinction rebellion.
Secondo la ribelle Laura Zorzini, l’assemblea sarebbe anche una risposta alternativa a una politica tradizionale che “si sta rivelando fallimentare” perché “sottomessa a pressioni lobbistiche o di partito”.

Senso di costrizione

Le tre richieste sono al centro della campagna più recente di Extinction rebellion Italia, Ultima generazione, che è stata lanciata a dicembre del 2021 e durerà circa un anno. “Siamo l’ultima generazione di cittadini e cittadine che può agire per evitare il collasso eco-climatico?”, si chiedono i ribelli.

La domanda è stata portata al ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha concesso un incontro pubblico agli attivisti dopo settimane di azioni durate tutto il mese di febbraio. Dopo i blocchi stradali di dicembre, infatti, che hanno dato il via a Ultima generazione, i ribelli hanno protestato con sit-in e il 1 febbraio hanno imbrattato i muri del ministero della transizione ecologica (Mite).

L’azione è stata criticata nel successivo incontro al Mite, quando è stato chiesto agli attivisti di scusarsi, ma alcuni impiegati si sono mostrati solidali con gli attivisti. “Un’impiegata mi ha addirittura abbracciata e moltissimi altri ci hanno ringraziato, proprio perché stavamo portando alla luce alcune contraddizioni interne”, racconta Zorzini.

Per “interrompere le azioni di disobbedienza civile nonviolenta” Extinction rebellion ha chiesto un incontro pubblico con il presidente del consiglio e altri ministri. L’incontro con Cingolani del 3 marzo è stato concordato dopo l’undicesimo giorno di sciopero della fame intrapreso da Costantino, Zorzini e un terzo attivista, Peter Bonu. “Scegliendo di non mangiare ho voluto mandare un segnale forte”, dice Zorzini. “Il governo non ci sta proteggendo”, sottolinea. “E dal momento in cui il governo non protegge più i suoi cittadini per me il contratto sociale è rotto”.

Zorzini soffre di patologie croniche derivate da una meningite avuta nove anni fa. Lo sciopero della fame ha acutizzato alcuni sintomi, in particolare i problemi cardiaci. “Per me è stata una decisione necessaria per lanciare l’allarme e creare consapevolezza sia nell’opinione sia nelle istituzioni”, dice. La nostra sola presenza davanti al ministero è stata estremamente scomoda, come dimostra il fatto che abbiamo ricevuto quasi subito la richiesta d’interrompere lo sciopero. Dalla disperazione è nata una nuova speranza”, aggiunge.

Un attivista di Extinction rebellion a Venezia, l’8 luglio 2021. (Federico Tisa)

“Per me lo sciopero della fame è stata la conseguenza naturale di quello che stava succedendo”, dice Bonu. Anche per Costantino “la decisione è nata proprio dal senso di costrizione della situazione”. Costantino, Zorzini e Bonu hanno continuato a fare lo sciopero della fame e a partecipare ai sit-in di fronte al Mite per diversi giorni, anche se, racconta Zorzini, gli attivisti venivano continuamente sgomberati e portati in commissariato. Lo sciopero della fame “colpisce in maniera differente”, sottolinea. Significa “mettere in pericolo se stesse per poter narrare quanto siamo tutti in pericolo”.

La scienza del clima lancia l’allarme sui rischi del riscaldamento globale e dello sfruttamento degli ecosistemi da più di trent’anni. L’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), il principale organismo internazionale per le valutazioni scientifiche sui cambiamenti climatici, pubblica i cosiddetti “rapporti di valutazione” dal 1990. Il più recente è uscito alla fine di febbraio 2022 e ha evidenziato che un ritardo nell’azione globale per rallentare il cambiamento climatico e adattarsi alle sue conseguenze significherà “perdere una finestra di opportunità per assicurare un futuro vivibile e sostenibile per tutti”. Questo rapporto è anche il primo dal 1990 che cita le tattiche di procrastinazione usate da chi ha interesse a ritardare e ostacolare l’azione sul clima, come le aziende di combustibili fossili. “Quella climatica è un’emergenza che contiene tutte le emergenze”, spiega Bonu.

All’incontro con Cingolani, Costantino ha espresso la sua paura per le conseguenze della crisi climatica che, ha detto, già sono visibili sul territorio italiano. Il ministro ha sottolineato l’importanza di offrire ai cittadini un’informazione più accessibile e diretta sui rischi dell’emergenza climatica. Ma Costantino si è detta “frustrata” perché non c’è stato un accordo su quali siano le responsabilità del governo italiano. Per quanto riguarda la richiesta dell’assemblea cittadina, invece, Cingolani ha evidenziato possibili incostituzionalità, suggerendo di raccogliere 50mila firme per una proposta di legge.

Il senso di paura è condiviso da molti ribelli, e spesso è uno dei sentimenti che spinge all’azione. È un “moto di ribellione” con “amore e rabbia”, dice Eos, che cerca di coinvolgere emotivamente le persone. Infatti, oltre alle azioni di disobbedienza civile cosiddette di “rottura, interruzione o disagio”, come il blocco stradale o l’imbrattamento, vengono messe in scena performance teatrali in strada con costumi e figure simboliche che puntano a scuotere il pubblico e ad allontanarlo da considerazioni soltanto razionali. Risale a poche settimane fa, per esempio, un’azione dei ribelli vestiti da palombari a Roma per mandare il messaggio che “siamo con l’acqua alla gola”.

Qualcosa di bello

Le figure che più contraddistinguono Xr sono le “ribelli rosse”, che “rendono visibili i sentimenti che abitano dentro di noi come la disperazione, la tristezza e l’empatia per il mondo che sta morendo”, ma che “non si vogliono riconoscere”, spiega una ribelle che ha scelto di chiamarsi Alis ed è con il movimento da più di due anni.

Le ribelli rosse – così come le “anime estinte” vestite invece di bianco, cioè le anime di chi ha già subìto gli effetti dell’emergenza climatica – simboleggiano una dimensione emotiva che va oltre la “freddezza” scientifica del fenomeno. La crisi climatica ed ecologica non è astratta, vogliono dire, ma una minaccia per la sopravvivenza e i diritti di tutti. L’obiettivo dei ribelli è avvicinare le persone e spingerle ad agire invitandole all’empatia: “Noi abbiamo paura e dovreste averne anche voi”. Le azioni di Extinc­tion rebellion incarnano i sentimenti dei ribelli ma anche le loro aspirazioni, i sogni, “il mondo che vorremmo costruire”, dice Eos, per questo rappresentano anche “qualcosa di bello”.

Una performance lungo il canale di campo Santi Apostoli a Venezia, l’11 febbraio 2021. (Federico Tisa)

La disobbedienza civile di Extinction rebellion s’ispira a esperienze passate. “Recuperiamo tutto quello che è stato vincente e lo facciamo nostro”, spiega Eos. “Ci riappropriamo della nostra agency come cittadine e cittadini, rivendicando cioè la facoltà di incidere sullo spazio pubblico, e recuperiamo questi strumenti per far sentire la nostra voce in un modo non violento”. In particolare, la partecipazione attiva della popolazione è considerata uno strumento di cambiamento politico e sociale fondamentale. Il movimento si rifà ad alcuni studi di scienze sociali, come quelli della statunitense Erica Chenoweth, secondo cui “nessun regime nel ventesimo secolo è riuscito a contrastare una rivolta che ha avuto la partecipazione attiva di almeno il 3,5 per cento della popolazione”. In Italia, significherebbe mobilitare circa due milioni di persone.

Anche la scelta della nonviolenza, oltre a essere una questione morale per alcuni ribelli, è basata su alcuni studi. Secondo una ricerca sui conflitti nel mondo tra attori statali e non statali tra il 1900 e il 2006, è emerso che il 53 per cento delle campagne non violente ha avuto successo rispetto al 26 per cento delle campagne che hanno usato la violenza. La nonviolenza, così come la disobbedienza civile, è una scelta strategica.

“Non lo fai per piacere”, dice Zorzini, ricordando che spesso la reazione della popolazione e dei mezzi d’informazione alle azioni del movimento non è positiva. “In qualche modo porti alla luce le contraddizioni che la società a volte non vuole vedere. C’è soprattutto una grossa fetta di popolazione che è contraria ai metodi ma d’accordo con il messaggio”, aggiunge. Con il tempo, Extinction rebellion vorrebbe che la disobbedienza civile diventasse “una pratica condivisa”, spiega Eos.

Emozioni

Per le ribelli e i ribelli la disobbedienza civile comporta anche imparare a gestire le proprie azioni a livello emotivo e psicologico, coltivando quella che chiamano “cultura rigenerativa”. Nello spirito della cultura rigenerativa, e in linea con l’idea di organismo, “si procede per errori e aggiustamenti, c’è lo spazio per valutare e imparare”. È “un modo di muoversi molto più simile a quello della natura”, spiega Eos.

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All’interno del movimento, infatti, ci sono persone che si occupano del benessere delle attiviste e degli attivisti. La disobbedienza civile può “creare agitazione”, soprattutto all’inizio e “bisogna confrontarsi anche con tante emozioni diverse”, sottolinea Eos.

Dal momento che l’emergenza climatica non viene trattata come tale, sostiene Extinc­tion rebellion, ribellarsi non è solo giusto, ma necessario. Essere ribelli, dice Eos, significa “disimparare un modo di stare al mondo e impararne uno nuovo”.

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