Cultura Suoni
Cool it down
Yeah Yeah Yeahs (Jason Al-Taan)

New York è da sempre la casa di giovani incompresi, strani ma naturalmente cool. E all’inizio del nuovo millennio questo si è manifestato nell’esplosione del revival post-punk, con alcuni gruppi che riproponevano in chiave pop sonorità garage e new wave: gli Interpol, gli Strokes, i Tv on the Radio e appunto, i Yeah Yeah Yeahs, che hanno passato gli ultimi vent’anni a fare pop rock da ballare, trascinati dalla loro carismatica cantante, Karen O. A giugno il singolo Spitting off the edge of the world li ha riportati in pista dopo nove anni di silenzio, per anticipare il nuovo album Cool it down. Il brano cattura in un crescendo emotivo i pericoli di un presente segnato dai cambiamenti climatici. Il testo è una conversazione tra madre e figlio sul mondo che lui sta ereditando. Il tema è sostenuto da echi e da sintetizzatori che evocano resistenza e disperazione. Se i precedenti lavori erano costruiti sulla velocità e l’eccitazione, in Cool it down gli strumenti incarnano un’energia tossica a sostegno di testi disperati. Una risposta comprensibile a tutto quello che è successo negli ultimi anni e soprattutto un bel viaggio attraverso l’inferno incombente.
Samantha Lopez, Paste Magazine

In these times
Makaya McCraven (Sulyiman)

In qualità di batterista, produttore, leader di un gruppo e compositore, “lo scienziato del ritmo” Makaya McCraven, nato a Parigi ma cresciuto negli Stati Uniti, lavora con l’improvvisazione e la post­produzione digitale, portando un tocco organico ai ritmi dell’hip-hop. I suoi acclamati album registrati con questa tecnica, a partire da In the moment del 2015, sembrano tutti parte di un quadro più ampio, come se il musicista fosse impegnato a mostrare i suoi progressi più che le singole opere. Nel suo solare nuovo lavoro In these times, il musicista statunitense dimostra come usare al meglio gli strumenti provenienti dalla storia del jazz e del rap, con una mano delicata che maschera la sua ossessiva attenzione ai dettagli. Di gran lunga il più accessibile dei suoi album, In these times riunisce 15 collaboratori per creare un arazzo sonoro che luccica mentre lo si ascolta. Uno dei brani, So ubuji, ha una melodia di marimba, un ritmo da capogiro e la rara caratteristica di seguire un semplice tempo in 4/4. Ma il pezzo forte è Dream another, caratterizzato da una melodia semplice ma sinuosa di flauto e sitar che sorregge su un basso elettrico in stile Motown e un ritmo (in 7/4) che evoca la vecchia scuola hip hop. Con In these times Makaya McCraven ha costruito un mondo musicale autonomo, ricco di complessità ritmica ma accessibile da ogni angolazione.
Nate Chinen, Npr

Questo disco è una cannonata. Pedro I (1798-1834) fu il primo imperatore della storia del Brasile e gli piaceva anche fare il compositore. Il suo stile era puramente italiano, come Rossini, e il fatto che i due lavori più importanti del disco sono (teoricamente) musica sacra non fa nessuna differenza: in realtà sono pura opera buffa. Se pensate che lo stile delle messe di Haydn e Mozart le renda inadatte all’uso liturgico, non avete ancora sentito niente. Pedro non aveva nessun interesse nel contrappunto: voleva solo le melodie, e ogni tanto gliene venivano di belle. Sia il Credo sia il Te deum sono divisi in arie e cori, con temi ricorrenti e un’orchestra con semplici ritmi di danza. La breve Ouverture sembra una parodia dell’opera italiana dell’epoca, mentre l’Hino da independência do Brasil è esattamente come ve l’aspettate. Il soprano Carla Cottini ha molte parti solistiche e se la cava benissimo. Il coro è perfetto e la Minas Gerais philharmonic orchestra diretta da Fabio Mechetti ne esce con onore. Attenzione, non dico che qui ci sia grande musica. Però è divertente e getta la luce su un angolo del mondo del quale molti di noi non sanno quasi niente. È bello sentire cosa si può fare con questi testi immortali se non ci si pongono limiti di gusto.
David Hurwitz, ClassicsToday

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1481 - 7 ottobre 2022
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