Andrés Neuman ritorna con un libro di pezzi letterari che è difficile chiamare racconti, tanto sono inclassificabili. Sono trenta, e ognuno è dedicato a una parte o a un aspetto del nostro corpo che l’autore esamina e ci descrive. È proprio nella descrizione che il libro dà il suo meglio. Ma allo stesso tempo questo non salva il testo da un certo manierismo. C’è una ricca morfologia di aggettivi che sembrano non solo qualificare ma quasi dare un nome, come se ciò che connotano fosse sempre stato al di fuori di ogni classificazione anatomica. L’originalità sta nelle azioni di questi “personaggi” unici, perché le parti del corpo descritte hanno un’autonomia travolgente, fanno cose che non avremmo mai sospettato che potessero fare. Una testa, oltre al cuoio capelluto e alle dimensioni, si muove per salutare, indossa un cappello o una kippah. E soprattutto ha dei dubbi, dei dubbi tremendi, oltre all’occasionale mal di testa. Fisica e anatomia si contraddicono, ma nella narrativa celebrano la loro sorprendente contraddizione. È apprezzabile che l’autore descriva l’anima come parte della nostra costituzione anatomica. Ed è con l’anima che si chiude questo trattato di anatomia. Senza l’anima non ci sarebbe sinergia, poiché senza l’anima non ci sarebbe fisiologia. Nessuna parte del nostro corpo avrebbe le proprietà quasi miracolose che possiede. L’anima è tutto. Nel bene e nel male, è un Deus ex machina. Anatomia sensibile è un omaggio al corpo. E alla finzione come parte di esso. J. Ernesto Ayala-Dip, El País
L’epoca è vent’anni nel futuro, e l’ambientazione sono gli Stati nordamericani totalitari, o Nas. Le persone vivono nella paura, e sono tutt’altro che libere di parlare. La punizione per chi esprime la propria opinione può essere la “cancellazione”. Adriane, 17 anni, è arrestata per il suo discorso di commiato dalla scuola: fare domande è considerato tradimento. La sua punizione è di essere “teletrasportata” indietro nel tempo. Si lascia tutto alle spalle: genitori, amici, il suo nome. Ora è Mary Ellen. Oates evoca abilmente gli anni cinquanta come un’epoca sospetta. Quando Mary Ellen vede una macchina da scrivere per la prima volta, sviene. Ma non è la macchina antiquata a sconvolgerla, è la data su una pagina dattiloscritta: 23 settembre 1959. Il lettore apprezzerà o meno questo romanzo a seconda di quanto ama il genere distopico. _Pericoli di un viaggio nel tempo _sembra essere stato scritto in fretta, come se l’autrice avesse agito sotto l’imperativo immaginario di non dire troppo. Oates racconta in modo convincente la pervasiva miseria di vivere nella paura, e della solitudine che genera. In modo più incoraggiante, mostra che il senso morale superiore è testardo: rimanere curiosi e mettersi in pericolo involontariamente è il forte di Mary Ellen. Ma l’idea principale del romanzo è che il tempo stesso è politico: “L’America è fondata sull’amnesia e la negazione”, scrive Oates. Il finale è spiazzante, allarmante, compromettente. Kate Kellaway, The Guardian
L’11 agosto 1596 morì a undici anni l’unico figlio di William Shakespeare, Hamnet. Non si sa quasi nulla della sua breve vita. È impossibile valutare quale impatto abbia avuto sulla sorella gemella e sui genitori. Il più grande poeta del mondo non ha immortalato il suo bambino perduto in versi. Abbiamo solo poche allusioni: i lamenti dei padri in lutto, la ricorrenza dei gemelli e, naturalmente, una tragedia chiamata Hamlet. Ma i tentativi di accostare quel capolavoro a Hamnet sono pretenziosi. A questo insondabile pozzo di dolore attinge la brillante scrittrice irlandese Maggie O’Farrell. Non intimidita dalla scarsità della documentazione storica, O’Farrell ricrea Shakespeare prima che lo splendore della venerazione oscurasse tutti intorno a lui. O’Farrell non si sforza di riempire le sue pagine di accenni al genio del drammaturgo o di allusioni alle sue opere. Invece, attraverso l’alchimia della sua visione, ha creato una storia commovente sul modo in cui la perdita ricalibra brutalmente un matrimonio. O’Farrell non si limita a ritardare l’inevitabile tragedia al centro della storia; si dedica ad allestire un contesto per aiutarci a sentire il pieno impatto che avrà sui genitori di Hamnet. La scena finale del romanzo offre una trasformazione miracolosa, il tipo di rivelazione che a volte l’amore può scatenare. Ron Charles, The Washington Post
Driss Ikker è un uomo nato in condizioni umili. Ma per il figlio di un allevatore di capre, tirocinante all’accademia di polizia e studente non proprio brillante, una buona stella arriva nelle sembianze di Sarah. Non solo questa donna ha un fascino pazzesco, ma è anche l’adorata figlia del capo della polizia di Tangeri. Una manna dal cielo per Driss Ikker, che non vuole diventare pastore come i suoi fratelli maggiori. Accetta la proposta di matrimonio sorprendentemente diretta di Sarah. Trova l’amore e la sua carriera di luogotenente decolla, cosa che gli attira un po’ di gelosie. Tutto fila liscio fino a una terribile notte. Mentre Ikker è a un ricevimento a Casablanca, sua moglie è violentata a Tangeri. Tornando nel cuore della notte, la trova smunta, ammanettata, con una benda sugli occhi. Anche se non gli è permesso, un Ikker molto turbato cerca di condurre le indagini in prima persona. Con Khadra, dietro al thriller c’è sempre un intero mondo da capire. Nell’Affronto questo mondo è la condizione terribile delle donne in Nordafrica. Mohammed Aïssaoui, Le Figaro
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