Cultura Suoni
Help (2)
Damon Albarn (Adama Jalloh)

Trentuno anni dopo l’uscita del primo Help, che mobilitò l’industria musicale attorno alla missione della War Child, Help (2) arriva in un momento in cui la sua urgenza appare quasi insostenibile. Registrati in gran parte nel corso di una settimana agli studi di Abbey Road nel novembre 2025 e prodotti da James Ford, questi 23 brani non si limitano a riunire artisti di prestigio per una buona causa: trasformano la diversità in qualcosa di coerente. Lo spirito collaborativo richiama quello del 1995, ma Help (2) si distingue per la naturalezza con cui voci diverse si uniscono attorno a uno scopo comune. Gli Arctic Monkeys aprono con Opening night, il loro primo inedito in quattro anni. I Black Country, New Road con Strangers oscillano tra speranza e perdita, mentre gli Young Fathers portano un’intensità brutale in Don’t fight the young. I Depeche Mode fanno una versione elettronica di Universal soldier, attualizzandone il messaggio. I Fontaines D.C. reinterpretano Black boys on mopeds di Sinéad O’Connor con malinconica ferocia. Collaborazioni spontanee arricchiscono il disco: Damon Albarn con Johnny Marr, Kae Tempest e Grian Chatten, oppure Graham Coxon con Olivia Rodrigo. Help (2) non confonde l’impegno con la retorica: queste sono canzoni autentiche che sostengono una causa reale. In un’epoca di cinismo diffuso, ci ricorda che la musica può ancora dare voce a chi ne ha più bisogno.
Lee Campbell, Under the Radar

Of the Earth
Shabaka (Joseph Ouechen)

Il sistema alla base della creazione di un disco comprende presentazione e performance dal vivo, ed è frutto di processi creativi e tecnici di cui vediamo solo il prodotto finito; per noi questo è il punto di arrivo, ma in realtà è frutto di istantanee di una creatività molto più movimentata di quanto crediamo. E questi percorsi sono tortuosi, in particolare se parliamo di Shabaka, clarinettista e sassofonista, ormai un talento riconosciuto della sua generazione. Of the earth è il primo album in cui suona e produce tutto da solo, e rappa perfino. Ma potrebbe anche essere il primo in cui il musicista londinese incarna tutte le possibilità che i suoi lavori precedenti avevano indicato. L’esplorazione è costante: i suoni germogliano da semi di idee, si arrampicano nel terreno della coscienza creativa e raggiungono i propri limiti per superarli. Gli elementi percussivi sono ovunque e questo contribuisce a rendere vivo il disco. I fan di The Comet Is Coming o Sons of Kemet sentiranno qualcosa di familiare ma Of the Earth si attesta come un passo in avanti definitivo e dimostra che Shabaka ha solo cominciato a mostrarci di cosa è capace.
Angus Batey, The Quietus

1851. Sonate di Schumann e Moscheles

Questa nuova splendida registrazione prende ispirazione da un momento preciso: il 1851. Il programma riunisce un pianoforte Érard che quell’anno vinse un premio a Londra e due importanti opere cameristiche composte sempre nel 1851: la sonata per violino n. 2 di Robert Schumann, qui nella versione per violoncello realizzata da Steven Isserlis, e la sonata per violoncello op. 121 di Ignaz Moscheles. Isserlis è straordinariamente espressivo e Connie Shih gli risponde da perfetta partner musicale, con libertà e sensibilità. L’articolazione del violoncello rimane sempre chiara e l’ampio respiro dell’interpretazione è ancora più impressionante. Ma la sorpresa del disco è la sonata di Moscheles. Celebre virtuoso del pianoforte, il musicista boemo scrive parti molto impegnative per entrambi gli strumenti. Se il primo movimento tende forse a perdere un po’ di slancio verso la fine, lo Scherzo ricorda un Men-delssohn leggermente più robusto, ricco di tocchi eleganti. Il momento più toccante è però la Ballade. Il finale completa perfettamente l’opera: ampio nelle ambizioni, solido nella struttura.
Colin Clarke, Classical Explorer

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1656 - 13 marzo 2026
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