All’ombra del conflitto in Iran è scoppiata una nuova “guerra sporca” tra Ungheria e Ucraina. Al posto di droni e missili volano accuse gravissime, e c’è il rischio che la situazione possa degenerare, almeno sul piano politico.
Se non fosse per il fatto che le forze statunitensi e israeliane stanno bombardando l’Iran, e che Donald Trump si sta impantanando in una guerra dalla quale non si vede una facile via d’uscita, l’arresto a Budapest di sette cittadini ucraini, poi espulsi dall’Ungheria, sarebbe stato la notizia più importante degli ultimi giorni.
A confermare la gravità della situazione è stata la reazione tutt’altro che diplomatica del ministro degli esteri ucraino Andrij Sybiha, che ha accusato senza mezzi termini le autorità ungheresi. “Abbiamo a che fare con una presa di ostaggi organizzata dall’Ungheria e con il furto di denaro”, ha detto Sybiha. “Abbiamo già inviato una nota ufficiale con la richiesta del rilascio immediato dei nostri cittadini. E chiederemo all’Unione europea di riconoscere esplicitamente le azioni illegali commesse dall’Ungheria”. Secondo Kiev, l’azione ungherese è stata una “prova di forza” e un atto di “terrorismo di stato”.
I sette ucraini fermati stavano trasportando, con due auto blindate, 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e nove chili d’oro dall’Austria alla sede della banca di stato ucraina Oščadbank. Il convoglio è stato fermato a Budapest. Le autorità ungheresi sostengono che i sette arrestati, tra cui c’era un ex generale dell’intelligence ucraina, fossero coinvolti in attività di riciclaggio di denaro. Secondo i giornali di Kiev, una delegazione della Banca nazionale ucraina è subito partita per l’Ungheria per capire cosa stava succedendo.
Flussi di petrolio
I fatti dei giorni scorsi sono solo l’ultimo capitolo del conflitto politico ed economico che va avanti da tempo tra il governo di Viktor Orbán e l’Ucraina. La mossa ungherese sembra un tentativo di costringere Kiev a ripristinare il transito del petrolio russo verso l’Ungheria e la Slovacchia. La questione si trascina da più di un mese e a quanto pare Budapest è intenzionata ad alzare la posta.
Kiev sostiene che l’oleodotto Družba (che porta il greggio russo in Europa passando per l’Ucraina) sia stato danneggiato alla fine di gennaio da un incendio provocato da un attacco dell’esercito di Mosca e che per ripararlo ci vorrà almeno un altro mese. Budapest e Bratislava accusano Kiev di rallentare volontariamente i lavori. Anche dopo l’inizio della guerra il flusso di petrolio verso la Slovacchia e l’Ungheria non si era mai interrotto.
Le minacce di Zelenskyj consentono a Orbán di alimentare la spirale della paura
La situazione è molto tesa. Budapest e Bratislava hanno cominciato ad attingere dalle riserve strategiche di carburante. Com’era già successo in passato, l’Ungheria sta anche usando l’arma del ricatto: ha bloccato i 90 miliardi del prestito stanziato dall’Unione europea per l’Ucraina e ha messo il veto al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. A Kiev, che è totalmente dipendente dagli aiuti finanziari dell’Unione, stanno perdendo la pazienza. Secondo le stime, gli ucraini sono in grado di difendersi senza il sostegno europeo per sei mesi; se la prima tranche di denaro non arriverà rapidamente, il paese si troverà presto in grandi difficoltà.
In tutto questo, il presidente Volodymyr Zelenskyj ha minacciato pubblicamente Orbán, evocando un intervento delle forze armate ucraine. “Speriamo che una certa persona nell’Unione europea non blocchi i 90 miliardi di euro del prestito o la sua prima tranche, e che i soldati ucraini abbiano le armi di cui hanno bisogno. In caso contrario, daremo l’indirizzo di questa persona alle nostre forze armate. I nostri uomini lo chiameranno e gli parleranno nella loro lingua”, ha detto il presidente ucraino in una conferenza stampa. Non è del tutto chiaro a che tipo di “conversazione” si riferisse Zelenskyj. L’espressione usata potrebbe suggerire che intendesse “dare l’indirizzo” di Orbán a Robert Brovdi, il comandante delle Forze dei sistemi senza pilota, cioè i droni, essenziali per la difesa del paese.
Brovdi, originario della regione della Transcarpazia e di etnia ungherese, è noto con il soprannome di Madjar (l’ungherese, per l’appunto). Nell’agosto 2025 Budapest lo ha sottoposto a sanzioni, vietandogli l’ingresso nel paese e nello spazio Schengen, in risposta a un attacco ucraino con i droni contro l’oleodotto Družba. È interessante notare che in quell’occasione era intervenuto anche il ministro degli esteri polacco Radosław Sikorski. Criticando il regime di Orbán, Sikorski aveva invitato Madjar in Polonia: “Mentre i missili russi seminano morte su Kiev, l’Ungheria espelle un coraggioso ungherese che osa lottare per la libertà dell’Ucraina”, aveva scritto sul social media X. “Comandante Madjar, se hai bisogno di riposo e l’Ungheria non ti accoglie, ti invitiamo come nostro ospite in Polonia”.
Verso il voto
Non è un segreto che Zelenskyj abbia difficoltà a controllare le emozioni. Il fatto che sia costantemente sottoposto a una pressione enorme e che in gioco ci sia il destino del paese spiega solo in parte il suo comportamento. Cercare di intimidire chi ti ricatta e ti tiene per la gola non è la strategia migliore, soprattutto quando il tuo avversario ha ottime carte da giocare. Attaccando Orbán, Zelenskyj si è intromesso nella già accesa campagna elettorale ungherese in vista del voto del 12 aprile. Il ministro degli esteri di Budapest Péter Szijjártó ha parlato di “una situazione del tutto inedita, in cui il presidente di un paese europeo minaccia di morte il primo ministro di uno stato che fa parte della Nato e dell’Unione europea”.
Da parte sua, Orbán si comporta già da tempo come il cavallo di Troia del leader russo Vladimir Putin. Il suo più grande vantaggio è che l’Ungheria ha il diritto di veto su ogni decisione europea in merito all’Ucraina. Dall’inizio della guerra, nel febbraio 2022, Orbán sta cinicamente sfruttando la paura degli ungheresi di un possibile coinvolgimento nel conflitto. Inoltre, in questi quattro anni la propaganda di Fidesz (il partito populista e nazionalista al governo dal 2010) ha convinto la maggioranza della popolazione che aiutare l’Ucraina è contro gli interessi dell’Ungheria. È per questo che anche il leader dell’opposizione Péter Magyar è molto cauto sulla questione degli aiuti a Kiev.
Endre Bojtár, il direttore del settimanale indipendente Magyar Narancs, mi ha spiegato a gennaio che il candidato premier dell’opposizione non ha grandi margini di manovra: “La propaganda del governo contro l’Ucraina ha cambiato profondamente l’atteggiamento del paese. Secondo i sondaggi più recenti, nell’Unione europea l’opinione pubblica più antiucraina e più filorussa è quella ungherese. Magyar non può ignorarlo, quindi cerca di evitare l’argomento”.
A un mese dal voto, tuttavia, il leader dell’opposizione non poteva rimanere in silenzio sulla questione dell’oleodotto, per questo ha chiesto a Zelenskyj di ripristinare il transito del petrolio il più rapidamente possibile. Magyar ha dovuto reagire anche perché le minacce ucraine fanno il gioco della propaganda di Fidesz (il partito di Orbán), che dipinge Kiev come un problema per la sicurezza ungherese.
Alla fine di febbraio Orbán ha ordinato all’esercito di sorvegliare gli obiettivi di possibili attacchi stranieri. Subit0 dopo, l’opposizione ha accusato il governo di preparare “un’operazione sotto falsa bandiera” per distogliere l’attenzione degli elettori dalle attuali difficoltà di Fidesz: nei sondaggi il Partito del rispetto e della libertà (Tisza, guidato da Magyar) ha circa venti punti di vantaggio su quello di Orbán. A Budapest c’è chi ipotizza che dichiarare lo stato di emergenza, con il pretesto della minaccia ucraina, potrebbe essere l’ultima ancora di salvezza per il regime. Le minacce di Zelenskyj consentono quindi a Orbán di alimentare la spirale della paura, che potrebbe far crescere il sostegno a Fidesz nelle ultime settimane prima del voto. Circa il 20 per cento degli ungheresi dichiara di non aver ancora deciso per chi voterà.
Per quanto riguarda l’Unione europea, è sicuramente nel suo interesse mettere fine al più presto alla disputa. La Polonia non può svolgere il ruolo di mediatrice a causa dei pessimi rapporti con il governo di Orbán. Il ministro degli esteri Sikorski potrebbe però provare a mettere in guarda il collega ucraino Sybiha, che conosce bene, sul rischio di un aumento delle tensioni. E la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen potrebbe convincere Zelenskyj ad abbassare i toni. Il problema è che, anche se il presidente ucraino dovesse scusarsi con Orbán per le minacce e impegnarsi a ripristinare il transito del petrolio, il governo di Budapest avrebbe buon gioco a presentare la conclusione della crisi come un successo della linea dura adottata con l’Ucraina. ◆ sb
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati