Allora arrivederci è ambientato negli anni che precedono la sua pubblicazione originale nel 1971, nella città di Los Angeles, dove la terra trema ma il sole splende comunque. Sebbene le fantasie prodotte da Hollywood per decenni avessero marchiato la coscienza del mondo intero, l’inflessibile sistema degli studios con il rigido e punitivo moralismo adottato negli anni quaranta e cinquanta – tra anticomunismo, “valori familiari” e omofobia – all’epoca stava completando la sua ritirata nel passato. La guerra del Vietnam costrinse molti giovani statunitensi bianchi a vedere la loro autoindulgente idea di una nobile identità nazionale infrangersi contro la ferocia del loro governo nei confronti di popolazioni lontane. Il romanzo cattura questi fenomeni evanescenti ed è animato da una sensibilità acuta verso le aspirazioni difficilmente esprimibili dell’epoca. La narrazione è irradiata dalle proprietà intrinsecamente metaforiche di Los Angeles: dai fantastici ammassi di architetture che si incrostano su paesaggi drammatici tra colline e oceano, alla vegetazione subtropicale intrecciata ai tramonti intensificati dall’inquinamento. Il romanzo non risponde direttamente alla domanda di come si sia passati da quel mondo a quello di oggi ma passato e futuro affiorano continuamente, e Lambert riflette sul viaggio dei suoi personaggi complessi e inquieti, in partenza verso un luogo che dio solo sa dov’è.
Deborah Eisenberg, The New York Reviewof Books
Se Albert Camus si fosse mai interessato al genere noir, si potrebbe immaginare che avrebbe prodotto qualcosa di vagamente simile a Drive di James Sallis. Con una lunghezza paragonabile a quella della Caduta di Camus anche Sallis gioca con il dispiegarsi del tempo nella sua narrazione e usa l’unica metrica temporale che abbiamo imparato a comprendere: quella del cinema con montaggi alternati e inversioni, flashback e sequenze d’azione. È ovvio quindi che questo romanzo sia stato trasformato in “un grande film”: Drive di Nicolas Winding Refn (2011). Ma la parola “cinematografico” non rende giustizia al ritmo regolare, quasi da metronomo, di Sallis. La storia segue un personaggio noto solo come Driver. Driver lavora nel cinema. E occasionalmente si dà alla rapina. Apprendiamo che, dopo gravi problemi familiari, la madre del giovane Driver è stata internata. Poi, da adolescente, lui lascia la casa dei genitori affidatari, prende la loro auto e si trasferisce a Los Angeles per trovare lavoro. La trama si apre nel vivo della vicenda, con il sangue che scorre sul pavimento di un bagno, per poi muoversi avanti e indietro tra l’infanzia difficile a Phoenix, i successi come stuntman al cinema e il rapporto di vicinato con una donna ispanica e suo figlio di quattro anni, in un momento della sua vita in cui arriva quanto più vicino possibile a una forma di stabilità. Drive è narrativa di genere portata a un livello ulteriore da uno scrittore che conosce bene il genere che sta sovvertendo.
Declan Tan, Spike Magazine
“Uno scrittore che possiede quella forma speciale di contemplare le cose”, dice Raymond Carver in un breve saggio, riferendosi al modo peculiare di appropriarsi del mondo che ogni buon narratore dovrebbe avere. Questa è, forse, una delle costanti della narrativa di Alejandro Zambra (nato a Santiago del Cile, 1975). Modi di tornare a casa è allo stesso tempo la consacrazione della sua opera e la ricerca di una direzione diversa, la volontà di rappresentare in modo ampio, lontano da posizioni parziali e definitive, come si è trasformata la società cilena dopo il colpo di stato, negli anni della dittatura e dell’autoritarismo. La dittatura è una presenza che ha bisogno di essere spiegata. Nel testo non intervengono attori diretti sul piano politico. Raúl per esempio è un militante che è sostanzialmente un fantasma. I bambini, Claudia e il narratore, parlano di lui, ma il personaggio non ha voce. Lo stesso accade con il regime. Non è una presenza che scarica direttamente la sua violenza sui personaggi: il romanzo non intende descrivere crimini né poliziotti che organizzano operazioni. Preferisce, piuttosto, parlare degli effetti sui personaggi e nelle relazioni tra di loro. Zambra riesce a costruire un romanzo che ricrea la società cilena e offre alla generazione dell’autore un punto di appoggio per comprenderla.
Rómulo Torre Toro, El Hablador
Il Kells di cui si parla nel titolo è l’autore stesso: un giovane che a diciassette anni lascia Lione per fuggire da un padre violento e finisce per strada a Parigi. Siamo nel 1970, l’epoca dell’lsd e degli hippy. Per mangiare è costretto a rubare o a mendicare, a volte fa piccoli lavori, deve combattere per proteggersi o per trovare un posto per la notte. Poi, per caso, durante una manifestazione, incontra i suoi nuovi compagni della sinistra proletaria e scopre così la resistenza, quella che gli permetterà finalmente di lasciare la strada. Ed è lì che comincia davvero la sua educazione sociale e culturale; ma per servire la causa bisogna anche imbracciare le armi e scendere a combattere, nella Parigi ancora incendiata dalla guerra d’Algeria e dal sessantotto. Man mano che emergono dissensi all’interno del gruppo, assistiamo ai primi passi della creazione del giornale Libération, per il quale Chalandon scriverà per più di trent’anni. Il libro di Kells è il genere di opera che scuote e che non si dimentica.
Laila Malaouf, La Presse
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