Vince Staples non è religioso, ma nel suo nuovo album usa l’immaginario della fede per raccontare la nostra sistematica delusione. Nei precedenti lavori il rapper californiano si era concentrato sulle sue esperienze personali. In Cry baby esce allo scoperto, riversando la sua rabbia nei confronti della cultura statunitense. Il singolo Blackberry marmalade è un esempio di questo concetto. Da un punto di vista sonoro è carico di tensione e con un ritmo serrato; le chitarre distorte e la batteria incalzante lo trascinano verso vette frenetiche. Staples interpreta la canzone con un fervore che si armonizza perfettamente con la musica. Il video della canzone è girato in prima persona, dal punto di vista dell’autore di una sparatoria di massa. Sebbene il video sia inquietante, mette a nudo le abitudini radicate del paese. Alla fine l’artista condivide una citazione di Martin Luther King: “Quindi la domanda non è se saremo estremisti, ma che tipo di estremisti saremo”. Oltre a mettere in discussione la religione, il rapper usa il disco per rivolgersi alla sua comunità. Attraverso brani intensi che riflettono le dure esperienze dei neri statunitensi, condivide la loro lotta e incoraggia a ribellarsi. È proprio la sua preoccupazione per il futuro degli afroamericani e per il futuro degli Stati Uniti a renderlo una voce così gradita in mezzo al caos. Non occorre avere fede per credere nella rivoluzione di Vince Staples.
Kiana Fitzgerald, Consequence of Sound
La storia della Khun Narin Electric Phin Band è una delle più sorprendenti della musica globale contemporanea. Tutto cominciò nel 2013, quando un video sgranato su YouTube mostrò un collettivo psichedelico della Thailandia rurale intento a suonare lunghe improvvisazioni rock con strumenti autocostruiti, tra cui una phin – il tradizionale liuto a tre corde – elettrificata e collegata a una serie di pedali. L’interesse internazionale portò il produttore statunitense Josh Marcy a registrare il loro album d’esordio, aprendo alla band le porte di tour in tutto il mondo. Il gruppo torna ora con III, il primo disco registrato in studio. L’album conserva tutta l’energia grezza che ha reso celebre il collettivo. Tuttavia, sorprende la scelta di privilegiare strutture da tre minuti invece di lunghe jam psichedeliche. Se da un lato il disco scorre con naturalezza, dall’altro alcune intuizioni brillanti sembrano interrompersi troppo presto. III non rappresenta una rivoluzione, ma conferma il fascino unico di una delle realtà più originali della musica psichedelica contemporanea.
Cal Cashin, The Quietus
Questo album prende il nome da una torre di guardia vicino a Siviglia che un tempo dominava i galeoni spagnoli mentre salpavano per il nuovo mondo e tornavano con tesori saccheggiati, musicali o di altro tipo. Christina Pluhar ha creato un album intriso di una gamma di suoni che spazia da arpe e percussioni all’urgenza delle maracas, fino a collegarsi direttamente al barocco, sempre con la maliziosa allegria musicale dell’ensemble L’Arpeggiata. Il compositore spagnolo Alonso Mudarra (c. 1510-1580) occupa un posto di rilievo. Le sue prime composizioni sono sorprendenti, un po’ come un Dowland spagnolo. Della generazione successiva, la musica per chitarra di Santiago de Murcia (1673-1739) si mescola con influenze americane. Il suo Fandango – qui in un arrangiamento moderno – è incredibilmente bello. L’apertura di Cumaná 500 años è irresistibilmente fluida, e quando Pluhar inserisce una romanesca il risultato è riuscito, anche se un po’ artificioso. Ma il punto di partenza di questo album è forse Yo vengo regando flores di Agustin “Chupa Caña” Rivas, un coinvolgente merengue. Il torrente di musica gioiosa si basa sulle straordinarie abilità dei musicisti, e Pluhar rimane modestamente nell’ombra. Una delizia, in tutto e per tutto.
Edward Breen, Gramophone
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