L’acclamato romanzo d’esordio di Saleem Haddad, Ultimo giro al Guapa (Edizioni e/o 2016), seguiva la vita di un giovane uomo queer in un paese arabo senza nome. Come suggerisce il titolo, il suo nuovo lavoro affronta le tracce psicologiche lasciate dalla politica, dalla storia e dalle ferite personali: i segni che la marea imprime nelle vite delle persone. Ma parla anche di come gli incontri con l’arte ci trasformino. Il romanzo sovrappone memoria e traumi individuali e collettivi lungo l’arco di molti anni. Gran parte della vicenda è ambientata nel 2014, mentre lo Stato islamico stringe la sua morsa sull’Iraq, ma comincia molto prima. Nell’inverno del 1925 l’artista Haj Akram, ex ufficiale dell’impero ottomano, viene catturato e imprigionato dal governo di Atatürk. Atatürk decide di risparmiargli la vita per rispetto della sua arte. Negli anni cinquanta il figlio di Haj Akram, Haydar Mathloum, è a capo di un influente gruppo di arte moderna a Baghdad. Sua moglie Bridget, britannica, cerca di affermarsi come pittrice, prima che il matrimonio e la maternità finiscano per assorbirla nella figura del marito: diventa semplicemente “la moglie dell’artista”. Anche il più sommario riassunto della trama basta a mostrare come Memorie del diluvio sia un romanzo enormemente ambizioso, che pone interrogativi impegnativi praticamente a ogni pagina.
Rosie Milne, Asian Review of Books
Joseph “Patch” Macauley è un adolescente solo e vittima di bullismo, cresciuto nella miseria a Monta Clare, nel Missouri. Una mattina, mentre va a scuola, s’imbatte in un uomo che sta aggredendo Misty Meyer, la ragazzina più popolare della scuola. Patch tira un sasso con la sua fionda per salvarla; Misty riesce a fuggire, mentre lui si risveglia immerso nell’oscurità più totale, prigioniero dell’uomo che da tempo rapisce e uccide bambini in tutto lo stato. Nell’oscurità, però, Patch non è solo. C’è una ragazza di nome Grace, che lo aiuta a sopravvivere a quell’incubo. Ma quando finalmente riesce a fuggire, di lei non c’è alcuna traccia e la polizia è convinta che, nella disperazione, Patch abbia immaginato la presenza di quella compagna di prigionia. Affrontando temi come l’amore, l’amicizia e il trauma, Tutti i colori del buio è un romanzo luminoso e straziante. È sicuramente un thriller, ma è molto più ampio e commovente di quanto mi aspettassi.
Alison Flood, The Guardian
La morte dello zio Agustín, ultimo membro di una famiglia italiana immigrata in una piccola cittadina argentina, dà avvio alla vicenda di questo romanzo dell’autrice cilena Alejandra Costamagna. Ania è la “chilenita” che da piccola trascorreva le estati con la famiglia argentina nel villaggio di Campana. Suo padre non vuole affrontare il viaggio per dare l’ultimo saluto ad Agustín – c’è in quel rifiuto una profonda negazione – e le chiede di farlo al suo posto. “Funerale”, “famiglia” e “Cile”: sono parole che risuonano nell’aria e racchiudono le chiavi di lettura del libro. Il viaggio di Ania (l’attraversamento delle Ande, l’arrivo a Campana, il bar Cecil e la casa dei nonni) dispiega una memoria vibrante. Il percorso si svolge in parallelo lungo un sentiero segnato originariamente nel passato o, meglio ancora, lungo una traccia; un passato che si sfalda, come un frutto, rivelando tutta la sua intensità. Il contrasto tra i viaggi luminosi di un tempo e quello presente sarà definitivo, ormai del passato restano soltanto le rovine, le vestigia: libri, fotografie, una macchina da scrivere. La scrittura di Alejandra Costamagna, limpida e avvolgente, percorre un sentiero simile a quello che evoca, per esempio, il mondo piemontese di Cesare Pavese in La luna e i falò. Attraverso immagini e personaggi profondamente cari al lettore, il romanzo esplora il confine di diverse frontiere: quella geografica e quella, ancora più definitiva, che il tempo modella lentamente nella memoria.
Hernán Ronsino, La Nacion
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