Cultura Suoni
Confessions II
Madonna (Rafael Pavarotti)

Cosa significa per Madonna pubblicare il suo miglior album degli ultimi vent’anni? In fondo l’asticella per lei era ormai bassissima. Secondo la stessa artista, il punto più basso della sua carriera – la trilogia composta da MDNA (2012), Rebel heart (2015) e Madame X (2019) – è stato il risultato del discusso accordo con la Live Nation e la Interscope, che l’ha allontanata dalla Warner e ha limitato la sua libertà creativa. Nel 2018 Madonna si sfogava ricordando i tempi in cui poteva realizzare dischi dall’inizio alla fine senza passare dai “songwriting camp”. Confessions II, quindicesimo album in studio e seguito ideale di Confessions on a dance floor, rappresenta invece una svolta. Gran parte dei brani è firmata solo da Madonna e Stuart Price, storico collaboratore già artefice del disco del 2005. Il risultato non è solo il suo lavoro migliore degli ultimi vent’anni, ma un album che ritrova l’urgenza emotiva e la visione artistica dei capolavori di fine anni novanta. Tra house, disco e french touch, Confessions II racconta anche la sua storia: dai primi anni nei club di New York ai ricordi più intimi, fino alle riflessioni sulla perdita, la famiglia e il tempo che passa. Brani come Danceteria e L.E.S. girl intrecciano memoria personale e innovazione sonora, restituendo un’artista finalmente libera di seguire il suo istinto. È proprio questa sincerità, più ancora della qualità della produzione dei brani, a rendere Confessions II un ritorno sorprendente e una delle prove più convincenti della carriera recente di Madonna.
Shaad D’Souza, Pitchfork

Role model hermit
Mary in the Junkyard (Steve Gullick)

L’album di debutto dei Mary in the Junkyard si apre con Mantra III, una canzone ripetitiva che riesce a comunicare sia bellezza sia disagio. Le sequenze di accordi sono pizzicate, le percussioni sono sporadiche e non seguono un tempo specifico, mentre le parole “questo è tuo, baby, te lo meriti” vengono ripetute in maniera inquietante più e più volte. Così la band britannica ci porta in un posto preciso e ci permette di sistemarci. Nella mezz’ora successiva saremo trascinati in qualcosa di più profondo e stratificato ma così bello da rendere questo lavoro uno dei debutti migliori degli ultimi tempi. Role model hermit non è la prima esperienza del gruppo, certo: ci sono già stati ep e concerti, apprezzati da pubblico e critica, tuttavia con il disco si sono perfezionati. Il risultato è sperimentale ma accessibile, inquietante eppure rassicurante. Una delle cose migliori è la voce di Clari Freeman-Taylor, così delicata e sotto controllo da fornirci conforto per tutto il tempo. Dale Maplethorpe, Far Out

The romantic piano concerto, vol. 1 (1991-2007)

Già i numeri danno le vertigini: 130 opere, 59 compositori, 19 pianisti, 21 direttori d’orchestra, 14 orchestre. È la prima metà di un progetto tanto audace quanto apparentemente folle. È cominciato nel 1991, quando la casa discografica britannica Hyperion ha contattato un po’ di pianisti per spiegargli la sua idea: registrare dei concerti per piano scritti per i virtuosi dell’ottocento, lavori apprezzati quando uscirono ma poi dimenticati. L’operazione ha reso necessario un lungo lavoro di scavo in molte biblioteche in cerca di partiture improbabili; trovare le parti per l’orchestra non è stato meno complicato, tra conservatori, editori e archivi vari. Lo straordinario risultato è la serie The romantic piano concerto, della quale la Hyperion raccoglie qui la prima metà. Impossibile elencare i dischi nel dettaglio. Il primo è del 1991, con i concerti di Paderewski e Moszkowski suonati da Piers Lane; Stephen Hough comincia con gli sbalorditivi concerti di Scharwenka e Sauer; Marc-André Hamelin offre concerti di Henselt, Korngold e Joseph Marx; Nikolaj Demidenko due di Medtner. La metà di queste opere ha ricevuto qui la sua prima registrazione. Le note di copertina originali sono tutte on-line.
Bertrand Boissard, Diapason

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1673 - 10 luglio 2026
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