Negli ultimi anni in molti si sono impegnati per migliorare l’accesso a internet delle comunità insulari del Pacifico, dove nel 2022 diversi paesi non erano ancora connessi tramite cavi sottomarini, o ne avevano uno solo. In seguito il governo australiano si è impegnato a garantire che tutti avessero almeno un cavo, mentre Palau, le isole Salomone e Tonga ne hanno ottenuto un secondo grazie a finanziamenti e prestiti. Google ha annunciato dei progetti di cablaggio nel Pacifico e il governo della Papua Nuova Guinea prevede di ricevere fondi da Canberra per altri tre cavi. Anche l’arrivo di Starlink nella regione ha esteso la copertura. Tutto questo è positivo, ma l’espansione della rete porta con sé anche un rischio, che le organizzazioni criminali sembrano voler sfruttare. Gli scam center, i centri per le truffe online sono ormai un problema noto nelle Filippine, in Cambogia, in Laos e in Birmania. Basandosi sul lavoro forzato e il traffico di esseri umani, prendono di mira le persone attraverso telefonate, messaggi sul cellulare, contenuti social, siti web e altre piattaforme. Via via che sono chiusi in Asia sudorientale, le reti criminali cercheranno altri posti in cui installarli e la crescita della connettività potrebbe favorirli nei paesi del Pacifico, che in passato non avevano l’infrastruttura necessaria.
Nella regione i centri per le truffe online sono rari, ma non sconosciuti. Nel 2017, 77 cittadini cinesi furono rimpatriati dalle Fiji. In quel caso le persone coinvolte sembravano consenzienti, mentre a Palau ci sono state due retate in complessi in cui c’erano prove di lavoro forzato: nella prima, la notte di capodanno del 2019, furono trovati più di duecento lavoratori, e nella seconda, all’inizio del 2025, una ventina. Più di recente si è scoperto che un gruppo di persone era rimasto bloccato per oltre due anni in due alberghi senza potersi muovere e senza i passaporti.
La lezione che viene dai paesi del sudest asiatico e il numero finora ridotto di casi documentati nel Pacifico offrono alle autorità di queste nazioni insulari dei segnali per individuare sul nascere i centri per le truffe. Nell’Asia sudorientale di solito queste strutture si nasondevano per lunghi periodi dietro ad attività legali prima di essere scoperte: dagli alberghi ai casinò fino alle aziende di servizi online.
Paesi vulnerabili
Le organizzazioni criminali scelgono i luoghi dove aprire i centri in base a vulnerabilità legali e istituzionali: norme incomplete contro i reati informatici, un potere frammentato delle forze dell’ordine e limitate capacità di portare avanti le indagini o le azioni penali. Le isole del Pacifico con leggi superate o deboli sui reati informatici, il traffico di esseri umani e il sequestro di beni sono contesti a basso rischio per i criminali. La forza attrattiva di una normativa debole è stata sottolineata nel 2025 in un rapporto che identificava la Papua Nuova Guinea e Timor Leste come paesi esposti al rischio di ospitare centri per le truffe.
Non è da sottovalutare la capacità di adattamento dei gruppi criminali. Al di là delle attività su vasta scala, per ridurre le probabilità di essere individuati, i truffatori potrebbero anche creare delle piccole strutture temporanee in camere d’albergo o immobili affittati per brevi periodi. Dopo il giro di vite contro i centri più grandi in Cambogia e Birmania, potrebbero decidere che ingrandirsi attira troppa attenzione.
La cooperazione internazionale è fondamentale, così come guardare all’Asia sudorientale per trarre degli insegnamenti. Le autorità (dalla polizia alle agenzie per l’immigrazione e il lavoro) dovrebbero collaborare per identificare concentrazioni insolitamente alte di lavoratori stranieri combinate con poco supporto locale, subappalti di manodopera opachi, frequenti irregolarità nei visti e attività che usano molto la rete. Dovrebbero inoltre monitorare se il consumo di pasti, elettricità e acqua corrisponde alle necessità realistiche di un’impresa.
Gli organismi regolatori, i fornitori di servizi e le telecomunicazioni del Pacifico dovrebbero inoltre controllare se ci sono consumi insoliti di energia e un traffico di rete anomalo in strutture ricettive o località remote. Queste ultime in particolare, con l’aumento della connettività, potrebbero diventare sempre più attraenti.
Un lavoro complesso
La manodopera dei centri per le truffe spesso è formata da vittime del traffico di esseri umani e non tanto da criminali informatici o d’immigrazione, come invece è stato detto in diversi paesi. Questo può aggiungere complessità al lavoro delle forze dell’ordine e richiede un consistente sostegno alle vittime. Tra i lavoratori di questi centri, poi, ci possono anche essere criminali di basso profilo o persone a metà tra la condizione di sfruttati e piccoli delinquenti. Le autorità del Pacifico dovrebbero prestare attenzione a segnali come la limitazione della libertà di movimento, la violenza, la confisca dei documenti, debiti inspiegabili o la totale dipendenza dal datore di lavoro per l’alloggio, il vitto e i trasporti.
Cosa fondamentale, i centri spesso operano a metà tra criminalità, affari e politica, godendo di protezioni o scorciatoie. Il coinvolgimento di finanziatori locali, investitori o persone politicamente esposte in settori ad alto rischio dovrebbe essere visto come un segnale di allarme preoccupante invece che come una semplice questione di controllo delle regole. ◆ gim
Questo articolo è uscito su The Interpreter, sito d’informazione del Lowy Institute.
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Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati